COVID IN AUSTRALIA/IL RISTORATORE ITALIANO A MELBOURNE: “COSÌ IL GOVERNO CI HA AIUTATO” - DI VALENTINA SANTARPIA

COVID IN AUSTRALIA/IL RISTORATORE ITALIANO A MELBOURNE: “COSÌ IL GOVERNO CI HA AIUTATO” - di Valentina Santarpia

ROMA\ aise\ - ““Stanotte a mezzanotte stapperò una bella bottiglia di spumante ghiacciato: e sabato festeggerò alla grande il mio 35esimo compleanno, in vista della riapertura del ristorante, giovedì. Finalmente usciamo dal lockdown”. È entusiasta Francesco Rota, modenese di origini, ormai cittadino australiano, ristoratore a Melbourne, nello Stato di Victoria (dove sono stati registrati 27.541 casi, 25.055 ricoveri e 905 decessi), dove gestisce da cinque anni la Trattoria Emilia, che prima dell’epidemia da coronavirus ospitava centinaia di persone che ogni giorno volevano gustare tortellini e tagliatelle. Poi, il vuoto: la decisione del governo di chiudere tutto, per ben sette mesi”. Questa la premessa dell’intervista realizzata da Valentina Santarpia pubblicata in questi giorni su “Il Corriere della Sera”.
“Un lockdown senza fine, quello che avete vissuto?
“Ammetto che è stato lungo, e speravamo tutti finisse prima. Dal 22 marzo siamo costretti a non poterci muovere se non nel raggio di 5 km e solo per esigenze specifiche. Con la seconda impennata del virus, a settembre, è scattato anche il coprifuoco. Abbiamo perso il 90% del fatturato: sono riuscito a mantenere in piedi in piccola parte l’attività solo perché la mia compagna, che è una rappresentante, mi ha dato l’idea di vendere presso gli esercizi commerciali i prodotti tipici che produciamo per il ristorante”.
Economicamente è stata dura?

“Neanche troppo, a dire il vero. Io ho quasi accolto con sollievo la decisione di chiudere tutto: finché non hanno deciso per il lockdown, avevamo il ristorante deserto perché la gente non usciva. Ma una volta stabilita la chiusura generale, anche se avevamo la morte dentro, abbiamo potuto respirare da un punto di vista economico: il governo ha elargito a tutti i cittadini australiani che lavoravano da almeno un anno un job seeker, un sostegno economico, che ci ha permesso di vivere bene. Purtroppo su 30 dipendenti solo 8 lo hanno potuto percepire, gli altri sono dovuti tornare a casa, chi in Italia, chi in Francia, chi in Pakistan...Ma questo contributo continueremo a prenderlo fino a marzo 2021, se l’attività non riesce a recuperare almeno il 60% del fatturato”.
Qui molti ristoratori rischiano di chiudere, come Beppe Tonon. Voi come avete fatto con l’affitto?
“Gli affitti sono stati tutti sospesi: il governo ha deciso che i padroni delle mura non potevano pretendere niente. Per le attività, come la nostra, il 50% dell’affitto è completamente cancellato, l’altro 50% lo pagheremo rateizzandolo nei mesi successivi, dopo la riapertura, per tutta la durata del contratto di affitto. I mutui anche sono stati sospesi, ma con la possibilità di pagare solo la quota interessi in modo da non vederla moltiplicata dopo mesi di non pagamento. Io l’ho fatto, perché ne ho avuto la possibilità: i soldi che mi hanno dato sono stati sufficienti a pagare tutte le bollette, e anche a risparmiare qualcosa visto che non si usciva”.
Mi sta dicendo che l’hanno ricoperta di soldi?
“Più o meno- ride Francesco - devo ammettere che hanno fatto di tutto per compensare le piccole e medie imprese come la mia. Quando hanno deciso, a settembre, di prorogare il lockdown, immediatamente hanno annunciato nuovi incentivi: diecimila dollari per chi aveva meno di 100 posti a sedere, 30 mila per chi ne aveva di più. Hanno cercato con gli incentivi di placare le insofferenze di chi non ce la faceva più e chiedeva la riapertura, e ci sono riusciti. Perché anche io, quando provavo a lamentarmi con gli amici italiani, mi rendevo conto che non potevo permettermelo. Qui ci hanno sostenuto: ed è anche per questo che tutti abbiamo rispettato rigorosamente le regole”.
Mascherine, distanziamento, disinfettanti, controlli?
“Tutto uguale anche qui, ma con la differenza che al primo weekend con 30 gradi e la gente in spiaggia è arrivata la polizia e ha fatto 5000 dollari di multa ciascuno. Gente in spiaggia non se n’ è più vista. Qui sono un po’ inglesi, molto militareschi su alcune cose. Anche il nostro premier, Daniel Andrews, è stato criticato molto, ma è stato fermissimo. Aveva detto ad esempio che il lockdown sarebbe finito solo quando non avremmo avuto più casi, e così è stato. Io scalpitavo, negli ultimi giorni, quando leggevo di 5-7 casi...”
Su quante persone?
“Sulla popolazione di Melbourne, 5 milioni di abitanti. Fa ridere, vero? Eppure era così. Noi ci dicevamo che con così pochi casi si poteva riaprire. E invece lui non ha riaperto finché non siamo arrivati a zero casi e zero morti. Oggi è il secondo giorno consecutivo, mi viene da piangere a pensarci: è stato un idolo, eppure di epiteti, nei giorni più duri, se n’è presi, poveretto”.
Nello Stato di Victoria avete poco meno di sei milioni di abitanti in tutto lo Stato e una densità di 26 abitanti a km2 (rispetto all’Italia, che ha 60 milioni di cittadini e 199,42 abitanti a km2) e quindi non è possibile fare un paragone reale...Ma a istinto, secondo lei è stata fatta una politica migliore che da noi?
“Temo di sì, in tutti in sensi. Chi doveva restare a casa in attesa dell’esito del tampone per due giorni, veniva risarcito con 450 dollari, per ricompensarlo delle perdite lavorative e evitare che avesse la tentazione di uscire comunque per guadagnare. Chi doveva stare 14 giorni in isolamento, e dimostrava di non avere più ferie o giorni di malattia da usare, ne aveva 1500. Così nessuno stava in giro col rischio di contagiare gli altri”.
C’erano controlli sui contagiati?
“Certo che sì, appena il test risultava positivo, veniva la polizia a bussare alla porta di casa e se non c’eri ti beccavi una multa. Ti pagavano per startene a casa ma dovevi starci. Qui sono un po’ rigidi ma funziona. Io ci vivo da 12 anni ormai, ce ne ho messo tre per capirlo: all’inizio prendevo multe a raffico col motorino e la macchina, mi hanno anche ritirato la patente tre volte prima che capissi che non potevo sgarrare. Poi ho capito che bastava rispettare le regole, e lavorare sodo. Chi lavora qui viene premiato, c’è molta meritocrazia””. (aise) 

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