“Finding nonno”: sulle tracce dei prigionieri di guerra italiani in Australia - di Francesca Valdinoci e Carlo Oreglia

MELBOURNE\ aise\ - “Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, oltre 18 mila italiani vennero fatti prigionieri dalle forze alleate e trasferiti in Australia. Il progetto della storica familiare Joanne Tapiolas ne ripercorre le tracce, per restituire alle famiglie in Italia e in Australia i ricordi e le immagini di un capitolo poco conosciuto della storia dei due Paesi”, come raccontano Francesca Valdinoci e Carlo Oreglia in un articolo scritto a quattro mani e pubblicato oggi sul portale di SBS Italian, lo Special Broadcasting Service che diffonde notizie in lingua italiana in tutta l’Australia.
““Quando guardavo le foto di famiglia, ce n’era una di mio padre e altri due militari che tenevano per mano due ragazzini e per me rappresentavano una cosa lontanissima; aver scoperto chi fossero quei due ragazzini molti anni dopo è stato come un cerchio che si è chiuso”, racconta Nino Amante a SBS Italian.
La storia di suo padre, Angelo Amante, è per molti anni rimasta “monca”: i capitoli mancanti riguardavano gli anni della sua giovinezza ambientati lontano dalla terra natia, in Africa prima e poi in Australia.
Classe 1921, originario del paesino di Fiumefreddo di Sicilia in provincia di Catania, Amante padre venne arruolato nel Settimo Reggimento Bersaglieri a Bolzano a 19 anni e durante la Seconda Guerra Mondiale venne mandato in Libia.
Nel corso della Campagna del Nord Africa, il Regio Esercito subì nel 1941 una pesante sconfitta a Gialo, un'oasi nel deserto libico, a seguito della quale Amante venne catturato.
“Footprints of Italian Prisoners of War in Australia”, la nascita del progetto
Dall’altra parte del mondo nello stesso periodo, la Libia per gli australiani dell'epoca era un luogo quasi totalmente sconosciuto.
Joanne Tapiolas è cresciuta nel Queensland ascoltando le storie del padre, un tagliatore di canne nella regione del Burdekin a sud di Townsville. I protagonisti erano alcuni italiani che erano stati prigionieri in Libia ed erano scappati dai campi di detenzione australiani.
“Queste storie mi intrigavano, nel mio immaginario la Libia era ben lontana da Home Hill e mi chiedevo cosa ci facessero lì dei soldati provenienti dall’Africa”, racconta Tapiolas.
La volontà di rispondere a questa domanda di bambina portò Tapiolas nel 2015 a condurre alcune ricerche su un centro di detenzione per prigionieri di guerra, che si trovava all’epoca del conflitto mondiale vicino a Home Hill nel Queensland. Durante la sua ricerca realizzò che nel sud est dello stato erano stati internati 1300 prigionieri di guerra italiani.
Il suo lavoro è poi confluito nel sito www.italianprisonersofwar.com, in una pagina Facebook e nel libro “Walking in their Boots. Italian Prisoners of War in Queensland 1943-1946”.
“Volevo documentare una parte della storia australiana che è stata dimenticata e che sarebbe altrimenti andata perduta per sempre”.
Fu proprio sul sito di Tapiolas che Nino Amante trovò la stessa foto che faceva parte dell’album di famiglia e che non era riuscito ad identificare. “Cercavo su internet gli articoli di mio figlio che è giornalista e porta il nome del nonno, quando mi sono imbattuto in un sito e una pagina Facebook dove si parlava dell’altro Angelo Amante, mio padre, prigioniero di guerra italiano in Australia. L’emozione è stata grandissima”, ha raccontato a SBS Italian.
I prigionieri di guerra italiani in Australia
Angelo Amante non fu l'unico soldato italiano fatto prigioniero e trasportato in Australia. Erano 18.432 i prigionieri di guerra italiani come Amante, ai quali durante gli anni della guerra si unirono gli internati, ovvero cittadini australiani di origine italiana ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale durante il conflitto.
Al momento dello sbarco in Australia, tra il ’43 e il ’44, Amante viene internato prima a Cowra nel New South Wales e poi a Gaythorne nel Queensland, due dei 31 campi operativi nel periodo bellico. Ad essi si aggiungevano 56 strutture di accoglienza per i prigionieri di guerra impiegati in grandi progetti governativi e 96 comunità agricole che ospitavano i POW (Prisoners of War) nei sei stati australiani.
I prigionieri di guerra all'inizio del conflitto erano costretti a rimanere nei campi di detenzione, salvo uscire per lavori agricoli al mattino e ritornare la sera. Nel 1943, a causa della coscrizione sempre più diffusa tra gli australiani, si assistette ad una seria mancanza di manodopera tra i contadini, per cui venne sviluppato un piano per fornire 2-3 prigionieri di guerra agli agricoltori che necessitavano di manodopera.
Era possibile offrirsi volontari e molti lo fecero, piuttosto che rimanere chiusi nei campi di detenzione.
“Gli italiani erano soliti preparare pasti per le famiglie, con un po’ di farina uova e ragù. Facevano assaggiare la pasta per la prima volta alle famiglie australiane, insegnavano ai bambini come arrotolare gli spaghetti con il cucchiaio e la forchetta”, racconta Tapiolas.
Tra le memorie di questi momenti, la storica ha rintracciato un diario dove un italiano annotò questa considerazione: “Il primo pasto seduti a tavola con la famiglia del fattore mi restituì la dignità”.
Angelo Amante trovò impiego presso la fattoria della famiglia Buchanan a Goomboorian, dove rimase per circa due anni; l'azienda agricola produceva banane, papaia, fagioli, cetrioli e pomodori.
I fattori dell'epoca compilavano giornalmente un diario dove appuntavano l'andamento del lavoro nelle campagne, inclusi aneddoti riguardanti i prigionieri italiani.
Neil Buchanan, il proprietario della fattoria dove venne impiegato Amante, descrisse l'arrivo degli italiani il 7 marzo 1944 come piuttosto confuso e rumoroso a causa delle difficoltà di comunicazione.
Un racconto poi restituito a Nino Amante grazie al lavoro di Tapiolas.
“Il dono più prezioso che mi ha fatto Joanne è stato di offrire le tessere che mancavano in questo mosaico e restituire queste immagini sbiadite di quella campagna del Queensland immaginata da noi, in cui mio padre trascorse parte della sua giovinezza”.
La fine della guerra e il ritorno in Italia
Molte di queste esperienze personali si sono perse nelle pieghe della storia, ricordi in parte dolorosi che i protagonisti stessi a volte hanno deciso di dimenticare ed è per questo che il lavoro di Joanne è così prezioso per i discendenti degli italiani.
Eppure, nonostante fossero “nemici”, in molti casi gli italiani che lavorarono per le famiglie australiane furono accolti e trattati come membri della famiglia, come conferma Tapiolas ed emerge dai racconti dei prigionieri.
Anche la foto di Angelo Amante lo conferma, testimoniando il legame tra gli italiani e i bambini della fattoria mano nella mano.
Molti fattori australiani offrirono agli italiani di rientrare nel Paese dopo la fine della guerra e alcuni italiani lo fecero.
I campi di detenzione sono stati attivi dal 1940 fino al 1947. L'ultimo chiuse i battenti nel 1951 quando venne espatriato l'ultimo italiano che era fuggito dai campi e poi ricatturato.
Alla fine della guerra, i prigionieri di guerra italiani vennero rimpatriati, ma diversi di loro volevano restare. Molti avevano realizzato che l'Australia era la terra delle opportunità.
“In Australia non c'è nulla che manchi“, scrive alla famiglia in Italia Donato Caruso, un uomo che aveva deciso di restare in una fattoria nel Western Australia. “Quando si miete il grano, gli avanzi che rimangono nel terreno basterebbero per una famiglia per un anno“.
17 italiani si diedero alla macchia fino al 1952, dopo essere scappati nel 1946. Dal 1952 però questi fuggiaschi diventarono un “problema” per l'ufficio d'immigrazione e non più di quello militare e vennero poi naturalizzati dopo aver dimostrato di poter dare un contributo alla società australiana.
Il rientro in Australia: da “nemici” del Paese a “cittadini”
“Erano ragazzi che avevano fatto la guerra in Libia, nel deserto, erano passati attraverso la prigionia in India dove si ammalarono tutti. Poi arrivarono in Australia che era un’isola felice, erano prigionieri ma erano anche liberi, sempre in maniera relativa, ma liberi di muoversi”, racconta Nino Amante, che aggiunge come “l'Australia per i giovani del sud Italia rappresentava l’Eldorado”.
Alcuni riuscirono nell'impresa di tornare in Australia anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tra questi, Paolo De Propertis, classe 1910 originario di Tocco da Casauria, in provincia di Pescara.
Paolo venne catturato in Medio Oriente dall’esercito alleato e successivamente inviato in Australia.
Dopo un periodo trascorso al Gaythorne Internment and Prisoner of War Camp vicino a Brisbane, fu mandato a lavorare nella regione di Aratula Scenic Rim a lavorare nella fattoria di patate della famiglia Dwyer. De Propertis tornò in Italia nel 1947 e poi nel 1957 si trasferì a Melbourne, dove rimase per il resto dei suoi anni.
Come ricorda il nipote Rob De Angelis, anche per la sua famiglia il lavoro di ricucitura della storia attuato da Tapiolas ha un valore immenso. “Il lavoro di Joanne ci ha riportato tutti di nuovo intorno ad un tavolo per rintracciare le storie di famiglia. Una riflessione molto toccante nel libro di Joanne è stata quella di uno dei figli della famiglia Dwyer, che ha detto che c'erano tanti benefici sia per i prigionieri di guerra sia per le famiglie australiane”.
Tra i ricordi di Carmel Peck, figlia dei Dwyer, si legge: “Molte persone oggi, non conoscono queste storie. Racconto molte volte la storia di Pietro [Romano, compagno di prigionia di De Propertis] e Paolo alle persone che incontro e rimangono spesso sconcertate nell’apprendere che i prigionieri di guerra abbiano lavorato nelle fattorie e vivessero con le famiglie del Queensland. Anche se c'erano molti vantaggi per gli italiani nell'azienda agricola, il programma aveva vantaggi reciproci. Pietro e Paolo hanno arricchito le nostre vite”.
“Conoscere la storia di mio nonno Quintino ha davvero rafforzato l’idea di quanto la nostra generazione in Australia sia stata fortunata e quanto di questa fortuna si basi anche sui sacrifici di persone come mio nonno e altri prigionieri di guerra. Guardando alle nostre vite di oggi, discutendo e condividendo queste storie con i miei figli, mi rendo conto che gli italiani, anche i prigionieri di guerra, hanno compiuto grandi passi per l’Australia, passi che possiamo conoscere grazie a persone eccezionali come Joanne che li hanno raccontati”, ha concluso De Angelis.
Il sito Italian Prisoners of War ha una pagina dedicata, “Finding Nonno”, con preziose informazioni per chiunque cerchi nella storia australiana i pezzi mancanti del puzzle della propria storia di famiglia”. (aise)