I confini chiusi dell'Australia visti dagli occhi degli italo-australiani — Prima parte - di Massimiliano Gugole e Magica Fossati

Ph. Eleonora Redigonda

MELBOURNE\ aise\ - “Da 400 giorni è quasi impossibile uscire dall'Australia o entrare in Australia, un Paese libero dal COVID che considera i viaggi internazionali un rischio troppo grande. E per i 7 milioni e mezzo di australiani con famiglia all'estero?”. Se ne sono occupati Massimiliano Gugole e Magica Fossati in un approfondimento in due parti pubblicato da SBS Italian, lo Special Broadcasting Service che diffonde notizie in lingua italiana in tutto il Paese. Di seguito la prima parte della notizia.
““Il programma di vaccinazione ha subito per motivi diversi notevoli ritardi in Australia, ma nemmeno una volta raggiunta la vaccinazione completa degli australiani i confini internazionali riaprirebbero”, ha dichiarato il ministro della Salute Greg Hunt di recente.
Dopo l'apertura il 19 aprile scorso di una bolla che permette ad Australia e Nuova Zelanda visite reciproche senza necessità di sottoporsi a quarantena, il governo federale adotterà con tutta probabilità un approccio lento e graduale, anticipando l'apertura ai Paesi che meglio hanno saputo tener sotto controllo la pandemia.
Come riportato anche in un recente articolo del Sydney Morning Herald, l'attesa di chi desidera far visita alla sua famiglia di origine o vorrebbe ricevere visite sarà probabilmente ancora lunga.
Nonostante la campagna di vaccinazione stia andando meglio nelle ultime settimane, con i suoi oltre 117.000 morti e quasi 4 milioni di casi di infezioni da COVID-19, l'Italia non è tra i candidati per un ripristino dei viaggi internazionali nell'immediato futuro.
Per tutti gli australiani con famiglia all'estero questa situazione senza precedenti sta avendo conseguenze che SBS Italian ha scelto di investigare, raccogliendo diverse voci dalla variegata comunità italo-australiana.
I residenti temporanei
Licia, originaria di un piccolo paese della provincia di Grosseto, è arrivata a Melbourne 5 anni fa. Terminato il suo ultimo visto da studente, ha ora un visto bridging, che l'Australia assegna durante l'attesa che la decisione per un visto sostanziale venga raggiunta. La sponsorizzazione del suo ragazzo, arrivata con molti sacrifici, è in fase di esame e lasciare l'Australia ora vorrebbe dire, con tutta probabilità, non poter più tornare. Licia ha quindi deciso di non raggiungere la sorella in Portogallo, che ha avuto problemi di salute. Chi ha un visto temporaneo può infatti uscire senza chiedere il permesso a nessuno, ma non c'è nessuna garanzia per il ritorno.
Anche Ilaria non ha un visto permanente. Il suo compagno lavora come chef e partire per loro vorrebbe dire rinunciare alla sponsorizzazione che si sono guadagnati Downunder. Ilaria ha partorito solo due mesi fa. Sperava nell'aiuto dei genitori per condividere gioie e fatiche dei primi mesi della piccola Amelie, anche perché gli orari nel campo della ristorazione sono spesso lunghi e il compagno spesso non c'è. “Ci sono giornate in cui lui è fuori tutto il giorno, va via la mattina presto e rientra la sera tardi; noi già dormiamo. Ci sono giornate che io sono praticamente sola”.
I residenti permanenti e i cittadini australiani
I residenti permanenti e i cittadini australiani possono richiedere una cosiddetta “esenzione“, che permette a chi la ottiene di lasciare il Paese.
Barbara è cittadina australiana e, quando ha saputo che il padre era in gravi condizioni di salute in Italia, ha chiesto prontamente l'esenzione per lei e il figlio Julian, di tre anni. Il Dipartimento in pochi giorni ha approvato la richiesta, ma ha rifiutato di estendere l'esenzione a Julian. Barbara quindi, per raggiungere il padre in Italia, avrebbe dovuto lasciare il figlio di 3 anni in Australia.
Ci sono diverse ragioni che consentono l'ottenimento di un'esenzione e, tra queste, c'è la dimostrazione di avere, come nel caso di Barbara, motivi seri e convincenti. Questo però porta con sé la richiesta da parte del governo australiano di rimanere all'estero per almeno 3 mesi. I costi della quarantena e dei voli che, oltre ad essere incerti, sono molto più costosi di quanto non lo fossero in passato, assieme a questa prolungata lontananza che vorrebbe dire per molti abbandonare il lavoro rendono questa ipotesi impraticabile per i più.
Valentina è una residente di Sydney romana. Nella lettera che ci ha mandato ci ha scritto che i genitori del marito Guido avevano prenotato i voli per raggiungerli in Australia a marzo 2020, per dar loro una mano con il loro primo figlio di pochi mesi. I confini chiusi l'hanno impedito e pochi mesi dopo il papà di Guido è improvvisamente mancato. Il primo istinto aveva suggerito a Guido di chiedere un'esenzione e partire, ma poi non lo ha fatto. Il problema sarebbe stato rientrare in Australia. Con le imposizioni del governo avrebbe rischiato di rimanere bloccato lì (come migliaia di australiani al momento) e restare separato da noi. Per non lasciare la madre di Guido da sola hanno quindi cercato in tutti i modi di portarla in Australia, una richiesta presentata e rifiutata per cinque volte.
Se chi è cittadino o residente in Australia non può liberamente lasciare il Paese, chi non lo è non vi può accedere, se non in alcuni casi molto limitati che devono essere valutati individualmente dalle autorità di frontiera australiane, parte del Department of Home Affairs.
I genitori non fanno parte della famiglia “immediata“
Solo a quella che viene definita “immediate family“ è concessa la possibilità di richiedere l'accesso in Australia. Secondo le definizioni del dipartimento specifiche a questa procedura, i genitori non sono considerati essere parte di questa categoria: solo partner, figli e tutori di bambini lo sono.
“Parents are Immediate Family” lotta per cambiare questa definizione, che considera ingiusta. Oltre ad aver organizzato diverse manifestazioni nelle principali città australiane a favore del tema e a gestire un gruppo Facebook molto attivo, hanno lanciato una petizione che è stata presentata in parlamento con oltre 11.000 firme dalla deputata liberale Celia Hammond nel novembre 2020.
Il rischio di allargare la definizione a questi soggetti, a volte anziani, a volte fragili, è ritenuto essere un rischio eccessivo dalle autorità sanitarie e governative dell'Australia.
Eleonora, neocittadina residente a Brisbane originaria di Udine, è rimasta incinta nel gennaio 2020, appena si era cominciato a sentir parlare del COVID-19. Il suo sogno era poter condividere i mesi della gravidanza e la nascita di Isabel, oltre che con il marito australiano, con i genitori che l'avrebbero raggiunta dall'Italia. Questo sogno non si è avverato. La sua richiesta di portare i genitori in Australia è stata rifiutata, portandola ad avere sintomi sia fisici che psicologici che l'hanno spinta a cercare l'assistenza di uno psicologo. “Fino a quel momento avevo una speranza di poterli vedere, per la prima volta mi sono trovata a sbattere contro questo muro”.
Anche Anna ha sposato un australiano, Anthony, conosciuto in Italia. Originaria di Oristano, ora vive a Valla Beach, sulle coste del New South Wales. Anna e Anthony erano soliti passare in Sardegna qualche settimana ogni anno. A loro è nata da poco più di un anno una bambina, mentre il fratello di Anna avrà il suo primo figlio quest'estate. Avvenimenti così importanti possono per ora essere condivisi solo con delle videochiamate e questo per Anna e la sua famiglia non è sufficiente. “Vedere che un lato della famiglia può instaurare una relazione, mentre l'altro, quello italiano, non può, è difficile”.
Il Department of Home Affairs è stato contattato per commenti ad alcuni dei temi sollevati. SBS Italian non ha al momento ricevuto risposta.
Nella seconda parte di quest'inchiesta vi parleremo delle conseguenze emotive e psicologiche di questa lontananza imposta, delle aspettative che gli italo-australiani hanno verso il loro Paese di adozione, dei loro suggerimenti”. (aise)