Il Mitte/ Daniele Matterazzo, in Lapponia a piedi per Noisy Vision: camminare per l’inclusione – di Amelia Massetti

BERLINO\ aise\ - “Qualche tempo fa, mi è saltata all’occhio su Facebook la storia di Daniele Matterazzo. All’età di 15 anni, Daniele ha avuto un incidente stradale con il motorino e in quell’occasione ha perso l’uso del braccio sinistro. Dopo tante sofferenze e operazioni, anche all’estero, per tentare la ricostruzione del braccio, non ha potuto più utilizzarlo come prima. Daniele è diventato quindi una persona con una disabilità fisica, che gli ha cambiato la vita. Inizialmente ha attraversato un periodo di depressione, che gli ha fatto perdere la voglia di entrare di nuovo in contatto con il mondo. All’età di 30 anni, però, ha scoperto “Il cammino di Santiago” e ha provato ad affrontarlo. Questa esperienza lo ha cambiato per sempre. Oltre a ricavare dalla sua avventura forte motivazione e autostima, Daniele ha pensato di continuare questo percorso anche in altri luoghi da lui scelti, raccogliendo fondi per varie associazioni e progetti che perseguono il diritto all’inclusione sociale. Questo 12 agosto, Daniele partirà di nuovo in solitaria per la Lapponia svedese, lungo “Il cammino del re”, a Kungsleden, percorrendo 450 chilometri a piedi. Sarà da solo per circa 20 giorni e in questa circostanza raccoglierà fondi per sostenere l’associazione Noisy Vision, che organizza da anni cammini inclusivi con persone cieche, ipovedenti e ipoudenti. Noi di Artemisia, nel 2015, abbiamo condiviso un progetto con il fondatore, Dario Sorgato, del quale abbiamo davvero un bel ricordo. Il progetto si chiamava “Biciclettata inclusiva in tandem nel Tiergarten”, e in quella circostanza abbiamo coinvolto persone disabili, cieche e non, per trascorrere una domenica in bicicletta nello splendido parco del Tiergarten. È stata un’esperienza indimenticabile e ci auguriamo di poterla ripetere, un giorno. Intanto ho fatto a Daniele qualche domanda”. A scriverne è stata Amelia Massetti su “Il Mitte”, giornale online pubblicato in Germania in lingua italiana diretto da Lucia Conti.
D. Come si è sentito quando ha saputo di aver perso l’uso del braccio sinistro, essendo anche molto giovane, in quel momento?
R. Inizialmente non ci avevo dato troppo peso, in quanto per chiunque, chirurghi compresi, era un po’ difficile valutare l’accaduto a lungo termine, visto le numerose operazioni che avrei dovuto svolgere negli anni. La speranza e la positività non erano mai mancate “inizialmente”.
D. Quante operazioni ha affrontato? Sperava che l’avrebbero aiutata a riutilizzare pienamente il braccio o ha saputo da subito che questo non sarebbe stato più possibile?
R. Ho subito circa sedici operazioni, tra Italia e Francia. Il fatto che ogni anno svolgessi da una a due operazioni mi faceva pensare che la situazione fosse positiva, o che potesse comunque migliorare. Vedevo quelle operazioni come il segno di una possibilità di recupero e finché ne avevo da fare, ero speranzoso che tutto sarebbe andato per il verso giusto. I medici qualche volta mi davano buone speranze, ma mai certezze, per cui, alla fine, la sicurezza che avrei riutilizzato l’arto come prima non c’era mai.
D. Ha conosciuto altre persone che sono diventate disabili a causa di malattie o incidenti? Ha percepito in loro la stessa sensazione di resilienza che ha provato lei o comunque la stessa voglia di riprendersi in mano la vita?
R. Sì, certo, ovviamente nei vari contesti di day hospital, degenze, visite, fisioterapie etc. ho conosciuto molte persone disabili. A volte con il mio stesso problema, anche se con diversa gravità. Il modo in cui si gestisce la situazione credo sia molto soggettivo e dipende da svariati motivi, per cui ho sempre rispettato le persone, i loro spazi e le loro questioni personali. Non ho mai indagato su come si sentissero o altro. Mi bastava la mia situazione. A volte, però, venivo ispirato da qualche conoscenza.
D. Parliamo delle sue camminate. Cosa si prova a ritrovarsi da solo per tanti giorni? Ha mai avuto paura di trovarsi di fronte a situazioni spiacevoli, oppure di non farcela a continuare?
R. L’incidente è avvenuto quando avevo 15 anni, un’età molto importante, di transizione e di piena adolescenza. Per lunghi anni ho vissuto protetto dai miei cari e dagli amici, non mi era permesso fare grandi cose o attività sportive e senza volerlo ho costruito una perfetta “comfort zone”, che non mi faceva più di tanto progredire e crescere, in relazione a diversi aspetti della vita.
Ritrovarmi da solo, adesso, per lunghi giorni, va a contrastare i vecchi momenti e mi dà un’enorme forza e riuscire a fare tutto da me, ora con un unico arto superiore, mi dà tanta autostima e coraggio. Non ho mai dubitato più di tanto, qualche difficoltà c’è stata, durante qualche giornata di cammino, ma per ora l’ho sempre risolta, in un modo o nell’altro.
D. Qual è il ricordo più emozionante che può raccontarci, a proposito di quando ha percorso la Via Francigena?
R. Nel cammino della Via Francigena, uno dei ricordi più belli è stato conoscere un fundraiser sportivo, che camminava anche lui come me per raccogliere fondi, anche se per un diverso tema sociale. Siamo diventati grandi amici, a distanza di un anno continuiamo a sentirci e alcune volte camminiamo assieme. Piu in là, magari, daremo vita a qualche progetto sociale unendo le forze, chissà!
D. Quanto ha raccolto in quell’occasione e quale causa ha sostenuto, con la relativa raccolta fondi?
R. Nel 2021, attraversando la Via Francigena, ho raccolto oltre 3000€ in 40 giorni. Ho donato la somma alla fondazione Salus Pueri, del complesso pediatrico di Padova.
D. Questa camminata sarà in Lapponia? Quali sono i criteri che usa per decidere quale percorso fare?
R. Per questo 2022 camminerò per 450km circa, nella Lapponia svedese, attraversando la regione da nord a sud, in autonomia. Quest’anno cercavo una nuova tipologia di cammino, diversa dalle precedenti, che avevano sempre, a fine tappa, posti letto e servizi garantiti. Cercavo qualcosa di primitivo, selvaggio e umile. Per cui questo cammino sembrava perfetto e adatto al caso mio.
D. Dormirà in hotel oppure in tenda?
R. La maggior parte delle notti dormirò in tenda. A volte ci sono piccole capanne o rifugi di emergenza, lungo la via, ma non sempre saranno liberi o disponibili.
D. Come si sta organizzando con il cibo?
R. In questo cammino, a volte, sarà possibile trovare piccoli shop per acquistare eventuali provviste o mangiare in loco. Quando non sarà possibile, dovrò provvedere a cucinare da me. Nello zaino ho cibo liofilizzato per una decina di giorni, che mi darà sicurezza quando affronterò tratti non serviti e distanti da villaggi.
D. Qual è per lei il significato della sua storia? Pensa che sia stato il destino a metterla su questa strada oppure è arrabbiato per quello che le è successo?
R. Inizialmente ero sicuramente abbattuto e desolato, ma credo di non essere mai stato arrabbiato, né con me né con nessun altro. Credo che il significato della mia storia possa ricondursi al termine “resilienza”. Per quanto mi riguarda, penso che il destino mi abbia riservato questa situazione affinché potessi evolvermi. Credo molto nella spiritualità e la mia anima aveva bisogno di questo. Non siamo molto diversi da un albero, a cui viene spezzato il tronco o ramo, ma che continua a vivere e regalare bellezza.
D. Ogni sua camminata è in parte sostenuta da sponsor, ma lei la affronta sostanzialmente a sue spese. In compenso è diventato un fundraiser. Che associazioni sostiene?
R. Sì, con il tempo ho trovato diversi sponsor che sostengono le mie imprese con capi d’abbigliamento adatti e, alcune volte, con attrezzatura. Spostamenti, tratte, biglietti aerei, cibo e tutto il resto, invece, sono interamente a mie spese. A ogni cammino, inoltre, sostengo una causa sociale diversa, che abbino al mio percorso, scegliendo i temi in base a contesti o scenari che mi appartengono, o che sento vicini.
D. Documenterà la sua storia? In che modo e come sarà possibile vederla?
R. Racconterò attraverso una sorta di diario di viaggio le mie giornate di cammino attraverso le pagine social di Facebook e Instagram, rintracciabili al nome “walkinscape”. Nel Kungsleden la rete telefonica è completamente assente, fatta eccezione di alcuni punti o villaggi. Potrò condividere foto e video appena la rete sarà disponibile, visto che non potrò condividere contenuti giornalmente.
D. Grazie per questa intervista e ci auguriamo che il prossimo anno potrà venire a Berlino. Noi di Artemisia la accoglieremo volentieri, in un evento pubblico, e chissà che la prossima associazione che vorrà sostenere non possa essere proprio la nostra…
R. Certo, sarei felice di raggiungervi a Berlino ed essere ospite dell’associazione Artemisia. E chissà, magari il prossimo cammino potrà essere dedicato a voi e ai temi sociali di cui vi occupate!
D. Può lasciarci un messaggio finale per i nostri lettori?
R. Come messaggio finale, o intento, mi piacerebbe avvicinare più persone possibili a questi temi per cui cammino, con la speranza di cambiare anche solo la percezione di terminologie come disabilità, accessibilità, inclusività. A me il cammino ha cambiato la vita e vorrei essere d’esempio per chi si trova in difficoltà, sottolineando il fatto che c’è sempre un rimedio o una via d’uscita. L’importante è continuare a camminare con positività, nella vita di tutti i giorni o in uno sterrato”. (aise)