La voce di New York/ Fabio Finotti: primo direttore “italico” dell’Istituto Italiano di Cultura di New York - di Stefano Vaccara

NEW YORK\ aise\ - “Nella graziosa palazzina che ospita l’Istituto Italiano di Cultura a Park Avenue – seppur più piccola non sfigura accanto al Consolato Generale d’Italia – c’è un via vai di operai. Stanno smontando la biblioteca inaugurata pochi anni fa al pianterreno mentre, nelle sale al primo piano, tutto appare in trasformazione. Quando arriviamo all’ufficio del direttore dell’Istituto, al terzo piano, il Professor Fabio Finotti ci accoglie calorosamente invitandoci subito a dargli del Tu. Notiamo che ha anche cambiato la disposizione dei mobili dell’ufficio, i divanetti ora sono allineati col caminetto, nuovi quadri alle pareti, solo il dipinto di Garibaldi resta al suo posto”. Inizia così l’intervista che Stefano Vaccara, direttore de La voce di New York, ha pubblicato in queste ore sul nuovo titolare dell’IIC nella Grande Mela.
“Finotti, che abbiamo già presentato ai lettori ancor prima del suo arrivo a New York, è un accademico con diversi anni di esperienza negli USA. È dai tempi di Furio Colombo che la scelta per dirigere l’IIC di New York non ricadeva su un “americano”. Abbiamo tante domande, per una lunga intervista, in cui siamo in cerca della “vision” del nuovo direttore, su quale sia la sua idea di promozione della cultura italiana all’estero. Ci sembra che Finotti non si tiri indietro e scopra abbastanza le sue carte.
Negli Stati Uniti si studia un’Italia che in Italia ci sfugge: è una frase che hai detto già prima di arrivare a New York. Ci spieghi meglio?
“Parlando di letteratura, il canone letterario negli Stati Uniti prevede lo studio di Vico, che è fondamentale per gli americani. Di Gramsci… Ecco non si può dire che in Italia i nostri studenti considerino Vico e Gramsci due cardini della loro formazione. Mentre per gli americani è fondamentale dare una prospettiva generale allo studio del particolare e Vico e Gramsci hanno questa capacità straordinaria di creare e di dare un orizzonte molto ampio anche allo studio del singolo evento. Questo è il primo punto. Il secondo è lo studio di altri linguaggi, che non è solamente il linguaggio verbale. Quando io insegnavo all’ University of Pennsylvania era fondamentale collegare per esempio la letteratura al cinema, la letteratura alla cucina, la letteratura allo sport. Anche il cibo, l’elemento del digiuno per i religiosi… Tutta questa dimensione che non è strettamente letteraria ma prevede altri linguaggi, che non è solo quello verbale ma del comportamento, della dimensione antropologica, molto forte negli Stati Uniti e meno forte in Italia…”
Questo l’approccio che vorresti continuare da direttore “americano” dell’Istituto italiano di Cultura di New York?
“E’ quello che sto cercando di fare e questo corrisponde molto bene non tanto a quello che si fa all’università ma a quello che ci chiede la Farnesina, che da questo punto di vista è già più avanti, chiedendo quello che si definisce come promozione integrata. Cioè promozione integrata significa valorizzare e integrare la dimensione economica con quella culturale. Ma la promozione culturale è anche integrare tutti gli elementi della civiltà italiana e non considerarne solo uno isolatamente. Questo è proprio un aspetto della cultura e civiltà italiana, quello di costruire dei discorsi che intersecano diversi linguaggi di diverse discipline. Se tu pensi al Futurismo, non è stato solamente un movimento letterario ma ha cercato di intervenire in tutti i campi dell’esistenza, compreso anche quello gastronomico, quando veniva pubblicato il libro della gastronomia futurista. La stessa cosa si può dire già prima del Rinascimento o dell’Umanesimo, che sono movimenti che toccano ogni aspetto, da quello della letteratura a quello della politica, a quello della religione, a quello anche del comportamento quotidiano, nei grandi trattati come il Cortigiano e come il Galateo di Della Casa a quello dell’architettura, ancora quello del cibo. Ecco gli italiani hanno sempre saputo collegare i diversi linguaggi in forma generale del modo di vita, quindi dobbiamo recuperare questa dimensione interlinguistica della cultura italiana”.
Intanto che parliamo di lingua, un nostro collaboratore, Luca Passani, non è un linguista ma imprenditore italiano in Virginia che è intervenuto recentemente su La Voce di New York per affermare che il rock in italiano dei Maneskin farà molto di più per la lingua italiana all’estero di quello che può ormai far Dante, ritenuto difficile e distante. Che ne pensi di questa provocazione?
“Non è che uno escluda l’altro. Cioè Dante è fondamentale per la diffusione della lingua italiana sicuramente a livello di cultura universitaria, per le élite. Non c’è dubbio. Però è fondamentale perché sono le élite, di solito, che trascinano il resto della società. Ora, come l’alimentazione è stata fondamentale per la diffusione dell’italiano in un ambito quotidiano, fino al Frappuccino, con addirittura l’invenzione di termini apparentemente italiani che in realtà in Italia non esistono, ma che certamente ha una penetrazione fortissima dell’italiano legata alla dimensione quotidiana. Io credo che negli Stati Uniti ci siano due percezioni diverse dell’Italia, che vanno tutte e due tenute presenti. Una è la percezione dell’Italia come di un luogo di grande tradizione e di storia. È la percezione diciamo degli americani più colti. Quelli che amano per esempio leggere Dante, che adorano sentire l’opera e che sono abituati anche a quel tipo di linguaggio italiano. E poi c’è la percezione dell’Italia come luogo di creazione del moderno, non più del passato ma di creazione del contemporaneo, il luogo della moda, della cucina. Ecco c’è gente che conosce solo questa Italia e non conosce Dante, e quindi dobbiamo parlare anche a questi. Perché l’Italia è anche moda, cibo, canzoni, tutto quello che è contemporaneo e che si proietta verso il futuro”.
Il direttore precedente dell’Istituto, Giorgio Van Straten, ci disse che la grande cultura del passato italiana, che si promuove da sé, può essere un problema per la diffusione di quella contemporanea. Insomma un americano se si parla di arti figurative sugli italiani si aspetta sempre la mostra con i grandi del passato e gli artisti contemporanei rischiano di rimanere snobbati…
“Io penso che quando promuoviamo la contemporaneità la cosa migliore è farla dialogare con altre contemporaneità. Non dobbiamo ogni volta necessariamente caricare sull’arte, sulla musica, sulla pittura contemporanea il peso del passato, insomma proiettare Giotto su Schifano, anche se Schifano Giotto lo conosceva benissimo. Insomma funziona molto meglio, per un pubblico ampio – e adesso parlo di Mario Schifano perché c’è la mostra al CIMA – confrontare Schifano con Andy Warhol, cioè mettere accanto diversi modelli di contemporaneità. Questo è il primo livello di lettura. Poi è possibile approfondire su quel singolo artista o singolo movimento estetico e vedere come in Italia il passato non tramonta mai, non cessa mai di esistere. Perché se anche noi prendiamo i grandi creatori di stile contemporaneo come Dolce & Gabbana oppure Versace, tra quelli più conosciuti negli Stati Uniti, l’attacco e il riferimento alla tradizione è il passato, così Versace arrivava all’antica Grecia e Dolce Gabbana sempre fedelissimi alla loro Sicilia, con il riferimento al passato sempre costante. Penso anche che sia necessario tener presente non soltanto che di percezione dell’Italia ce ne sono diverse, una un po’ più ancorata alla tradizione che ci vede sempre come uomini del Rinascimento… Mi hanno detto alla U. Penn che il nostro vantaggio sarebbe che non abbiamo mai avuto la rivoluzione francese, e quindi per i miei colleghi americani noi eravamo sempre uomini del Rinascimento… E dall’altra parte invece la percezione dell’Italia è quella di chi non conosce Tiziano ma conosce Versace e Dolce & Gabbana. Ma da sottolineare c’è non solo che sono diverse le percezioni dell’Italia, ma che di Italie ce ne sono tante. La ricchezza culturale dell’Italia è anche nella sua dimensione multiregionale, multi linguistica. Quando facciamo la promozione dell’Italia non dobbiamo farla come se stessimo parlando delle praterie del Centro America che per migliaia di chilometri sono tutte uguali…”
Venti regioni, tante provincie, tantissimi comuni…
“Tante civiltà, tante capitali”.
A proposito di multilinguismo: come ti rapporti con i dialetti italiani, ovvero con le varie lingue italiane…
“L’Italia ha creato questo straordinario genere che ha attraversato tutta l’Europa che è la commedia dell’arte. Secondo me è una delle cose più belle che possa esistere in letteratura perché in uno stesso palcoscenico tu hai persone che parlano lingue diverse e si capiscono. Quella è l’Italia, non lingue che si separano ma lingue che convivono…”.
Quindi il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York non deve aver paura dei dialetti? Del teatro di De Filippo?
“Io da Veneto rispondo che non si può neanche aver paura del teatro di Goldoni. O de lo cunto de li cunti… Alcuni dei libri più belli della nostra letteratura sono scritti in dialetto. L’inizio della nostra letteratura è in dialetto siciliano. Prima che Dante rileggesse quei testi, convinto che fosse il toscano, perché i copisti toscani li avevano trasformati, Dante li legge trasformati: ‘Beh guardate in fondo tutti in Italia cercano di scrivere con una sola lingua perché questi versi non sono tanto diversi dal nostro toscano’…Quindi prima che lui li leggesse riscritti in toscano, i primi versi della letteratura italiana sono in dialetto siciliano…”
Come Ciullo d’Alcamo…
“Esattamente e Jacopo da Lentini, Stefano Protonotaro…questa è una tradizione che va avanti fino al ‘900 perché alcuni dei nostri poeti più importanti del XX secolo scrivono in dialetto. Penso per esempio a Pasolini che comincia a scrivere in dialetto friulano…”
E poi in romanesco.
“Già. Perché il dialetto è una lingua che nel Novecento diventa importantissima come reazione ad una lingua più burocratica, più ufficiale, più estranea, una lingua imposta dalla scuola e dalla grande industria e dalla televisione e quindi dai mezzi di comunicazione di massa”.
Quindi nell’anno in cui si celebra Dante e la lingua italiana, da Park Avenue a New York, si celebreranno “le lingue” italiane?
“In fondo Dante è un autore plurilinguista. Non solo ci dà la prima mappa dei dialetti italiani nel suo De Vulgari Eloquentia, una mappa straordinaria che dimostra un’attenzione linguistica fortissima, ma questi dialetti portano la loro traccia all’interno della Divina Commedia così come entrano nella Divina Commedia altre lingue come il provenzale o il latino. Cioè la Divina Commedia è un grande luogo di acclimatazione di lingue diverse. Del resto nel De Vulgari Eloquentia Dante dice: non ci deve essere nessuno così folle da pensare che la sua lingua sia migliore delle altre”.
Passiamo ad un argomento che anticipo: la lingua degli italoamericani. In passato negli Stati Uniti il rapporto tra gli italiani arrivati dall’Italia e gli americani di origini italiane è stato piuttosto difficile soprattutto per la lingua. Oggi un italiano che entra nella casa di un italoamericano può sentire anche una lingua che in Italia o si è perduta o non c’è mai stata. Spesso gli italiani hanno fatto sentire a disagio chi parlava la lingua degli italoamericani. Eppure gli italoamericani, con la loro lingua mischiata all’inglese, conservavano pure espressioni dialettali che in Italia si andavano perdendo. Quindi la domanda: ti interessa, come direttore dell’Istituto, esplorare anche la lingua degli italoamericani, i vari dialetti italiani che si mischiano con l’inglese? Nell’autostrada che porta all’aeroporto JFK da Brooklyn si annuncia, quando si entra nel Queens, che si sta lasciando Brooklyn col cartello ‘Fuhgeddaboudit’…
“Intanto uno dei testi più belli della nostra poesia è Little Italy di Pascoli che porta in scena questo linguaggio che porta anche a strane confusioni…”
Il carro… che sarebbe l’automobile.
“Appunto, un linguaggio che porta le tracce di un dialetto che magari in alcuni parti d’Italia si è perso. Un grande linguista come Bartoli definiva la teoria delle aree laterali: cioè il passato si conserva ai margini perché l’innovazione è al centro. Per esempio la lingua di Ruzzante, il pavano, non esiste più. E’ stato sommerso dal veneziano. Si è conservata più a lungo in un’area estremamente laterale, cioè i colli Euganei. Nella periferia. E così in molti casi gli emigranti non hanno semplicemente conservato gli stadi più antichi della lingua e del dialetto, ma anche dei modi di fare, della cucina, delle tradizioni religiose, un patrimonio antropologico…”
Da valorizzare?
“Assolutamente!”.
Quando si va a far la spesa ad Arthur Avenue nel Bronx, si sentono lingue italiane che ti trasportano in un viaggio nel passato…
“Infatti. Un mio caro amico, Hermann Haller, linguista della City University di New York, ha studiato le tradizioni teatrali che nascono da queste lingue. Io penso che sia una parte fondamentale della nostra cultura. Anche se è vero che non possiamo ridurre la cultura italiana, mentre parliamo da New York, solo alla cultura italoamericana. L’emigrazione è stato un processo che ha riguardato milioni di persone, da un certo punto di vista devastante, non solo per l’Italia ma per l’Europa. Quando arrivavano centinaia di migliaia di persone qui negli Stati Uniti, proprio Pascoli sottolineava agli inizi del ventesimo secolo questo tormento dell’Italia. E’ qualcosa che noi non possiamo dimenticare ed è giusto che attiri la nostra attenzione, ma è anche vero che accanto a quel tipo di immigrazione, prima durante e dopo ne è avvenuta anche un’altra. L’immigrazione colta, quella che inizia con Da Ponte…”
Un’immigrazione che riuscì ad influenzare culturalmente anche i padri fondatori di questa nazione…
“Assolutamente e che dialogava con i grandi come Benjamin Franklin e gli altri protagonisti della storia americana. L’emigrazione di oggi, che è quella dei professionisti, degli industriali eccetera… che più che immigrazione è mobilità. Ecco noi dobbiamo tenere conto di tutto”.
L’abilità di un direttore dell’Istituto italiano di Cultura di New York sta quindi nel tenere tutto insieme senza escludere?
“Certamente. E la terza cosa fondamentale, e qui torniamo al paradigma Bassettiano, tenere uniti gli italiani e coloro che son di discendenza italiana, con coloro che ‘italiani’ lo sono per scelta”.
I cosiddetti “italici” scoperti e valorizzati da Piero Bassetti…
“Esattamente, bisogna tenere tutto insieme”.
Bassetti, che oltre a primo Presidente della Lombardia, fu animatore fondatore del network delle camere di commercio italiane nel mondo, vide negli italici all’estero non solo l’importante legame culturale verso l’Italia, ma anche l’opportunità economica. Questa vantaggio nel mondo per gli italiani secondo Bassetti non è stato abbastanza valorizzato: come gli italici possono aiutare di più l’Italia?
“Per me il compito del Direttore dell’Istituto è semplice: da un lato portare l’Italia negli Stati Uniti e dell’altro portare gli USA in Italia. Questa comunità ricchissima che sono gli italici nel mondo, sono desiderosi di far qualcosa per l’Italia. Noi dobbiamo creare questo doppio movimento: non gli italici soli a far conoscere l’Italia, ma proporre dei progetti che permettano agli italici di mobilitarsi per l’Italia, da un punto di vista non solo economico, ma per esempio scientifico. Penso all’ISNAFF con la comunità degli scienziati italiani che lavorano qui e sono desiderosi di dare una mano e magari portare in Italia il loro patrimonio di conoscenza. Io vedo gli italici che una grandissima comunità alla quale dare la consapevolezza di se stessa intanto. Perché non sempre le persone capiscono quanto sono collegate tra loro al di fuori dell’identità etnica. L’Italia è sempre stata una comunità culturale prima che una comunità etnica. Anche gli italiani in fondo sono italici. E italici erano i popoli che hanno costruito l’Italia prima dei Romani. Quindi dare alle persone la consapevolezza di quanto sia ricca e variegata e interessante la comunità di coloro che all’Italia guardano e fanno riferimento e creare, come dice giustamente Bassetti, un network per aiutare e facilitare la comunicazione tra queste persone. Anche dimostrare agli italiani, dargli la consapevolezza che molte volte l’Italia la si costruisce all’estero e non solo in Italia. Questo è un punto fondamentale: l’estero è un luogo di produzione dell’italianità altrettanto importante. E poi importante è portare l’estero, gli Italici, in Italia”.
La cosiddetta comunicazione di ritorno…
“Che non è solamente il turismo delle radici, anche se quello è importante”.
Il Prof. Anthony Tamburri, Dean del Calandra Italian American Institute della CUNY, nel fare i complimenti alla Voce di New York ci ha detto che noi siamo riusciti a far quello che da decenni provano in tanti senza riuscirci. Si riferiva al fatto che il sessanta per cento dei nostri lettori si trovi in Italia!
“È la stessa cosa che sta succedendo per le ‘stanze italiane’ che abbiamo inaugurato nel nostro nuovo sito. Abbiamo la possibilità di vedere da dove sono i collegamenti e ci siamo resi conto che arrivano fin in Australia, ma poi in buona parte si dividono tra gli Stati Uniti e l’Italia. Per me è importantissimo per questo abbiamo messo tutti i contributi con i sottotitoli”.
Quindi le ‘Stanze italiane’ non sarà un esperimento che dura solo con la pandemia?
“Assolutamente. La pandemia ha avuto enormi lati negativi, una tragedia per molti aspetti. Penso a tutti coloro che sono morti in solitudine. Però d’altra parte il Covid ci ha regalato intanto 6-7 mesi di tregua, il mondo si è fermato. Abbiamo avuto il tempo di riflettere e pensare…”
A Venezia l’acqua è diventata chiara…
“Sono stato a Venezia, si vedevano i pesci, incredibile. A Padova (la città dove è nato, ndr) le oche che camminavano per le strade. La natura si è come risvegliata e noi abbiamo avuto tempo per riflettere e capire che questo uso di internet non è solo utile per lo smart working ma per creare comunità. Questa è una conquista che non ci lasceremo più alle spalle. Resta fondamentale però anche costruire una grammatica per l’uso di internet perché fino ad adesso eravamo rimasti in uno stato di analfabetismo. Internet utilizzato come un grande magazzino in cui si scaricano merci. Dobbiamo invece cominciare a costruire degli edifici dove ciò che mettiamo su internet abbia un luogo, una destinazione…”
E con l’insegnamento della lingua italiana? L’Istituto continuerà ad ospitare le lezioni dello Iace?
“Prima di tutto una serie di seminari che stiamo organizzando per la formazione degli insegnanti. Questo è un aspetto fondamentale secondo me. Perché la formazione degli insegnanti è molto trascurata qui negli USA e noi dobbiamo educare gli insegnanti ad educare. Poi una serie di letture per i bambini più piccoli, diciamo 0-12. Poi in questo caso specifico il collegamento speciale sarà con lo IACE, un mondo che sta facendo vivere molto bene l’italiano nelle scuole di New York”.
Tra gli strumenti che vuoi usare per il tuo lavoro all’Istituto, c’è qualcosa che ti aspetti dagli altri operatori di cultura italiana a New York? Hai prima menzionato il CIMA, ma ovviamente ci sono anche la Casa Italiana NYU, la Italian Academy della Columbia, il Calandra della CUNY ecc. Insomma cosa ti aspetti nelle collaborazioni?
“In alcun casi abbiamo già iniziato a collaborare. Per esempio Laura Mattioli ci farà una serie di conferenze sugli artisti americani giovani che si ispirano all’arte italiana. Un esempio perfetto di italicità. Sono dieci conversazioni che entreranno nelle ‘stanze’. Con i giornalisti, per esempio, abbiamo creato Casa Corriere, col Corriere del Mezzogiorno, in cui si fanno una serie di webinar. Spesso i giornalisti hanno il polso dei temi fondamentali della società contemporanea. Noi mettiamo una certa competenza culturale, ma il dialogo con i giornalisti sarà costante…”
Inizio subito provocandoti su questo tema: noi stiamo seguendo la polemica sulle statue di Colombo e il Columbus Day. Sulla Voce abbiamo perfino raccolto la dichiarazione del candidato a sindaco Andrew Yang sulla vicenda… Ecco moltissimi italo americani appaiono ‘visceralmente’ offesi dagli attacchi a Colombo: tu che ne pensi della questione?
“Se uno non è in grado di storicizzare il passato ha dei problemi a vivere nel modo corretto la realtà. Lo stesso motivo per cui noi dovremmo cancellare dai monumenti romani le tracce della distruzione di Gerusalemme… Fossimo politically correct dovremmo cancellare tutte le tracce di quello che ha elementi controversi, che riusciamo a vedere molto bene con la nostra coscienza politica contemporanea. Ma uno non può giudicare e valutare Colombo con gli occhi della Politically Correctness di adesso. Colombo da un certo punto di vista è l’emblema del coraggio con cui gli italiani hanno aperto i confini del mondo alla fine del Medio Evo. Perché bisogna dire la verità è un coraggio che non è puramente umano quello di attraversare le colonne d’Ercole e andare a vedere che cosa c’era oltre l’Oceano, ma è anche un coraggio scientifico perché significava elaborare una mappa del mondo, anche se, come sappiamo, Colombo sbagliava, si elaboravano nuovi strumenti per rappresentare e percorrere il mondo. Quindi se noi andiamo sulla Luna è anche perché c’è stato Colombo. Questo slancio che ci porta al di là dei confini per conoscere è un aspetto fondamentale per gli italiani, ma poi anche per gli americani ed è un’eredità che va al di là degli errori che poi Colombo ha fatto e che bisogna riconoscere. Così come tanti errori sono stati fatti nel passato da santi, da papi e da esploratori che noi continuiamo a valorizzare. Dall’altra parte, devo dire la verità, se dovessi scegliere io un rappresentante dell’Italia mi piacerebbe molto…”
Il Vespucci che ha portato persino il nome che diventerà poi America?
“No, io sarei più per Dante e che si passasse oltre all’anniversario dantesco e che ogni anno si celebrasse…”
Il Dante Day!
“Esatto, Dante Year anche. Perché Dante ha questa visione stupenda di un’Italia che vive nel mondo, di un uomo che prima di tutto è cittadino del mondo. Io lo cito sempre, nel De Vulgari Eloquentia lui dice come per i pesci il mare, così il mondo è la casa dell’uomo”.
Quando riaprirà l’Istituto le sue sale al pubblico?
“Io non vedo l’ora di riaprirlo. Come vedi stiamo trasferendo la biblioteca su e cambiando le sale di esposizione portandole giù. Perché io vorrei che il piano terra fosse destinato interamente alle esposizioni, alle mostre”.
Per essere le sale più accessibili al pubblico che passa?
“Esattamente! Affinché chi passa per Park Avenue abbia l’impressione che le finestre siano più accoglienti. Non una specie di bunker difficile da visitare, ma un luogo dove si possa entrare subito per guardare le esposizioni. Ci stiamo preparando per accogliere il pubblico il prima possibile. Certamente i nostri tempi sono legati a quelli che ci detta l’Ambasciata e il governo italiano perché abbiamo ancora degli obblighi di sicurezza”.
Quindi prevedi…
“Io spero agli inizi di luglio”.
Ci puoi anticipare quale sarà il primo grande evento?
“Mi piacerebbe molto, devo vedere se ci riusciamo per il Design Day, questo tema: ‘il Design immateriale: la luce’. Un tema anche simbolico, perché dalla notte, dal buio, come per Dante si arriva alla Luce…”
Il design, è proprio dove l’arte italiana si collega con l’industria…
“Si e qui è stato fondamentale il ruolo del Futurismo, il primo movimento che ha dato l’idea che potesse esistere una dimensione estetica applicata al prodotto industriale. Se tu prendi Emile Zola, l’immagine della modernità c’è, la locomotiva, ma è sempre un’immagine degradante, un’immagine di sporco…”
Il nemico, la bestia…
“Esattamente. Sono i futuristi che invece propongono l’industria in una versione positiva. E quindi vorrei partire proprio con il design, magari intorno al 12 luglio e se riusciamo a fare un’istallazione di luce qui all’Istituto sarebbe fantastico”.
Che tipo di pubblico ti aspetti di attrarre nelle stanze fisiche dell’istituto? Oltre agli italiani, agli italoamericani, chi vorresti più frequentemente nelle sale dell’Istituto?
“Io voglio attrarre tutti dentro le stanze dell’Istituto, ma ho anche un’idea di Istituto decentrato con attività in altri luoghi. Cioè l’Istituto deve imparare ad uscire di più da Park Avenue. Quel che desidero di più è attrarre molti giovani. A partire dall’autunno organizzeremo qui in istituto una serie di letture animate per bambini. E poi vorrei il pubblico più variegato possibile. Appunto gli italici. Dove con gli italiani e gli italoamericani ci siano tutti quelli che amano l’Italia. Tutti coloro che si riconoscono nell’Italia senza esserci nati o aver discendenti italiani…”
Concludo con una domanda già posta ad altri direttori e che riguarda il tuo arrivo qui a New York e la tua partenza tra quattro anni: è possibile che negli ultimi trent’anni, ogni volta tra la fine di un mandato e l’inizio della missione di un nuovo direttore, debba passare mediamente più di un anno in cui l’Istituto si trova senza guida? Hai qualche suggerimento per la Farnesina affinché, quando finirà il tuo mandato, magari invece che dopo 16-18 mesi, passino solo tre mesi all’arrivo del nuovo direttore nell’IIC più importante al mondo?
“Tieni presente che i direttori di chiara fama non fanno parte della Farnesina. Noi siamo stati cooptati dall’esterno quindi i meccanismi profondi non li conosco, però sono d’accordo: il procedimento dovrebbe cominciare prima. Devo dire anche che ho trovato una grandissima serietà durante questo procedimento al quale non ha partecipato solo il Ministero degli Esteri. Per questo è un procedimento complesso, con anche il Ministero dei Beni culturali, il Minister dell’Università, oltre alla Farnesina; quello che ha preso più tempo non credo sia stata la scelta, ma gli adempimenti successivi alla scelta. Quello che dovrà succedere, anche per rispettare accordi con l’Europa, è un alleggerimento del nostro sistema burocratico, di cui beneficerebbe non solo l’Istituto italiano di Cultura di New York, ma tutta l’Italia””. (aise)