L'appello di una famiglia siciliana: ”Nostra figlia è nata e cresciuta in Australia. Non spediteci in Italia“ - di Chiara Pazzano

SYDNEY\ aise\ - “Una famiglia italiana con una bambina di 7 anni e mezzo, nata e cresciuta in Australia, rischia di dover ritornare in Italia dopo che la sponsorship del padre è stata cancellata “a sua insaputa“ durante la crisi economica causata dal COVID-19”. A raccontarne la storia è Chiara Pazzano in un articolo pubblicato oggi in primo piano sul portale di SBS Italian, lo Special Broadcasting Service che diffonde notizie in lingua italiana in tutto il Paese. I nomi utilizzati da Pazzano sono fittizi, ma descrivono esattamente quanto vissuto dalla coppia intervistata.
“Sara e Giorgio sono arrivati in Australia dalla Sicilia nel maggio del 2013. “Avevamo una gioielleria in Sicilia, ma dopo rapine e richieste di denaro, pensammo di chiudere e partire”, Sara ha raccontato in un’intervista con SBS Italian.
Sara era incinta di otto mesi quando lei e il marito sono arrivati a Sydney con un visto turistico e hanno deciso di rimanere, anche per dare un futuro migliore alla loro figlia. Erica è nata a Sydney nel luglio del 2013.
Dopo il visto turistico, Sara e Giorgio hanno fatto un visto da studente di 18 mesi. Poi Giorgio è riuscito a farsi sponsorizzare, con un visto 457 di quattro anni.
All'epoca, dopo almeno due anni dall'inizio della sponsorizzazione era possibile per i titolari di un visto 457 fare domanda per un visto permanente 186 o 187, a condizione di ottenere un punteggio di almeno 5 al test di inglese IELTS.
“Abbiamo fatto sì e no una quindicina o anche di più di esami IELTS”, racconta Sara, ma, per poco, non sono mai riusciti ad ottenere il punteggio necessario. “Una volta 4 e mezzo nell'ascolto, una volta 4 e mezzo nella lettura e insomma questo 5 non ce lo fanno prendere mai“, racconta Sara.
Il 1° luglio 2017 il punteggio minimo per poter fare domanda per la residenza permanente è passato al 6 e lo stesso giorno è subentrata una nuova regola secondo cui, per poter far domanda per un visto permanente, bisognava avere al massimo 45 anni.
“Noi la residenza permanente non siamo riusciti a prenderla per questo motivo. Siamo rimasti fregati, per meno di 15 giorni”, ha affermato Sara, spiegando che a quel punto lei e suo marito avevano quasi 50 anni.
“Parliamo con avvocati. Chi prende soldi a destra; chi prende soldi a sinistra. Andiamo avanti e ci dicono: Non preoccupatevi, rinnovate questo Working Visa”.
A quel punto il datore di lavoro di Giorgio ha rinnovato la sponsorizzazione, così Giorgio ha potuto ottenere un Temporary Skill Shortage visa (Subclass 482) di due anni. Ma a marzo 2020 è arrivato il COVID e il datore di lavoro di Giorgio ha chiesto a tutti i suoi dipendenti di stare a casa, avvertendo che lo stabilimento avrebbe chiuso i battenti e sarebbe stato riaperto in futuro in una nuova sede.
Giorgio è rimasto a casa per vari mesi, senza tra l’altro poter ricevere il sussidio Jobkeeper, che era disponibile soltanto per i cittadini australiani e i residenti permanenti.
In quei mesi pensava di non essere autorizzato a lavorare per un’altra azienda, per via delle restrizioni della sua sponsorship. Così Sara ha trovato un lavoro, mentre per aiutarli a stare a galla i loro parenti mandavano soldi dall’Italia.
“Ad un tratto dopo mesi ci arriva un’email dall’Immigrazione che dice: Dateci un motivo per la quale non dobbiamo cancellarvi il visto perché non siete usciti dopo 60 giorni dalla comunicazione fatta dalla vostra azienda”, racconta Sara. “Senza dirglielo, il datore di lavoro di mio marito aveva licenziato tutti e cancellato il suo visto”. A loro però non è mai stato comunicato nulla, spiega Sara.
“Noi non ne sapevamo niente, non abbiamo mai ricevuto nessuna comunicazione, né scritta né verbale”.
Sara e Giorgio hanno fatto appello e, a metà febbraio, hanno ottenuto un Bridging Visa E. Si aspettano di ricevere un esito all’appello entro 18 mesi.
Come spiega l'agente d'immigrazione Emanuela Canini, il fatto che Sara e Giorgio non fossero al corrente della cancellazione dello sponsor li ha molto svantaggiati, ma lo sponsor non ha infranto nessuna legge sull'immigrazione. “Nel senso che lo sponsor avrebbe dovuto almeno dire che non c’era più un contratto di lavoro, in quanto poi diventa un problema di legge contrattuale”, ha aggiunto Canini.
“Questo tipo di scorrettezza degli sponsor, dei datori di lavoro, non è contemplata nelle regole del visto”, Canini ha affermato in un'intervista con SBS Italian. “Lo sponsor, in qualsiasi momento, può comunicare al dipartimento d’Immigrazione che ha interrotto il contratto di lavoro con lo sponsorizzato, quindi automaticamente il dipartimento d’Immigrazione va poi a comunicare che il suo visto non ha più ragione di esistere e intende cancellarlo“.
Se Sara e Giorgio avessero saputo della cancellazione del visto con anticipo, avrebbero potuto cercare un altro sponsor per cercare di rimanere, spiega Canini. “Ovviamente loro, non avendo saputo per tempo di essere licenziati, alla fine non hanno avuto né la possibilità né il tempo di cercarsi un altro sponsor e quindi di trasferire il loro visto che ancora era valido fino all’approvazione del loro [nuovo] sponsor“.
Secondo Mary Crock, professoressa di diritto pubblico alla Sydney Law School e avvocato in diritto dell'immigrazione, anche il dipartimento dell'Immigrazione ha commesso un errore non avvisando Sara e Giorgio che il loro visto stava per scadere.
“Secondo la legge, Sara e Giorgio avrebbero dovuto ricevere notifica che la loro sponsorship era stata cancellata e che avevano 30 giorni per trovare un altro sponsor o per uscire dall’Australia”, Crock ha affermato in un'intervista con SBS Italian.
Contattato successivamente, l'ex datore di lavoro di Giorgio gli ha detto di essere sicuro di averlo informato sulla cessazione della sponsorizzazione mesi fa e ha fornito una copia della lettera di licenziamento, non firmata. Ma Giorgio è sicuro di non averla mai vista.
La preoccupazione principale di Sara è sua figlia, che da quando ha capito che forse dovranno tornare in Italia “si è spenta“.
“Mia figlia di solo 7 anni e mezzo è nata qua, è cresciuta qua“, racconta Sara. “Ci sente parlare, purtroppo ha capito che forse bisognerà andare a vivere in Italia e ha cominciato a entrare in crisi. La sua vita si è svolta in Australia tra scuole, amici, parchi e tutto quello che il Paese offre. Lei dell'Italia non conosce niente“.
Secondo Emanuela Canini, la possibilità che l'appello abbia successo è molto bassa; è quasi impossibile. “Loro sono andati in appello ma non c’è nulla a cui attaccarsi per lasciare questo visto in essere”, ha affermato Canini. “Purtroppo la legge dice che se lo sponsor non offre più il lavoro, il visto va cancellato perché non c'è proprio la motivazione per lasciarlo”.
Se l'appello fallisse, allora l'ultima possibilità sarebbe l’intervento del ministro dell'Immigrazione in persona, spiega Canini.
I bambini nati da residenti temporanei in Australia possono ottenere la cittadinanza dopo 10 anni di “residenza ordinaria“ in Australia. Secondo Canini, Sara e Giorgio potrebbero sperare che il ministro impieghi così tanto tempo a prendere una decisione da arrivare a quando la figlia compierà 10 anni, ma questo è improbabile, in quanto l’ufficio del Ministro seleziona la pratiche da mandare avanti e da mettere in coda e questo caso non rientra nelle linee guida del Ministro.
Inoltre in questo caso Sara e Giorgio non avrebbero automaticamente il diritto di rimanere in Australia e dovrebbero fare domanda per un qualche tipo di Parent Visa in futuro. “Per attendere la risposta del Ministro, dopo l’eventuale fallimento dell’appello in Tribunale, dovrebbero richiedere un Bridging Visa E, che non necessariamente ha un permesso di lavoro automatico”, ha affermato Canini.
Se Giorgio avesse già un altro sponsor approvato prima dell'esito dell'appello, potrebbero avere più possibilità che il Tribunale ribalti la cancellazione per mantenerlo per il nuovo sponsor, spiega Canini.
In ogni caso, nessuna strada è facile. E l'opzione di tornare in Sicilia spaventa Sara e Giorgio, per la mancanza di lavoro ed il dilagare del COVID-19. Ad aggiungersi al dramma, alcuni parenti sono mancati negli ultimi mesi.
“Dopo 8 anni noi non abbiamo neanche visto morire i nostri cari che ci hanno aiutato, non ti dico quanto”, racconta Sara.
Dopo aver finito tutti i risparmi, aver ricevuto aiuto economico da parenti italiani ed aver venduto tutto il possibile per pagare l'affitto e le spese legali, Sara e Giorgio sono esausti. “Abbiamo vissuto con 700 dollari a settimana”, racconta Sara. “Mio marito ha addirittura venduto l’orologio d'oro di suo nonno che gli era stato lasciato in eredità. Gli piaceva andare in bicicletta, ma l'ha venduta per pagare per questo appello e continuare a combattere”.
Quando Giorgio è dovuto rimanere a casa per circa un anno senza permesso di lavorare altrove, la famiglia ha dovuto arrangiarsi senza nessun sostegno da parte del governo in quanto Jobkeeper e Jobseeker non sono disponibili per i residenti temporanei. Fortunatamente, il proprietario gli ha diminuito l'affitto, anche se non era obbligato a farlo. E poi ci sono altre spese.
“Abbiamo anche un’assicurazione perché non siamo coperti a livello sanitario; devi avere un’assicurazione e questa assicurazione sono altri 300 dollari al mese”.
“Ci sentiamo truffati. Non abbiamo ricevuto nessun aiuto dal governo. Noi abbiamo sempre pagato le tasse come i residenti permanenti e i cittadini”, ha affermato Sara. “Noi siamo venuti qui anche perché mio marito ha tutta la famiglia qui”, ha dichiarato Sara.
Il nonno di Giorgio arrivò in Australia nel 1959 e, come spiega Sara, diede il suo contributo alla crescita dell'economia australiana. “Anche questo dovrebbe contare qualcosa”.
Con l'ottenimento del Bridging Visa a metà febbraio, a Giorgio è di nuovo consentito lavorare. La loro speranza è che possa trovare un altro sponsor.
Sara racconta che quando sua figlia vede il primo ministro Scott Morrison in televisione, chiede: “Mamma, ma perché non mi vuole, io sono nata qui”... “E perché l'Australia non mi vuole?”.
“E allora devi spiegare tante cose. Nell’assurdo siamo arrivati“.
Fino al 1986 se un bambino era nato in Australia questo era sufficiente per garantire che diventasse cittadino australiano. Ma dal 1987 per essere cittadini australiani alla nascita bisogna che almeno un genitore sia cittadino o residente permanente”. (aise)