QUOTA 70, LA DELUSIONE DI CHI LAVORA E OFFRE LAVORO A LONDRA IN UNA NOSTRA INDAGINE – DI RAFFAELE VALLEFUOCO

QUOTA 70, LA DELUSIONE DI CHI LAVORA E OFFRE LAVORO A LONDRA IN UNA NOSTRA INDAGINE – di Raffaele Vallefuoco

LONDRA\ aise\ - ““La proposta del governo britannico continuerà a danneggiarci”. È il monito unanime dell’hospitality londinese. Unisce il mondo della ristorazione, dai coffee shop ai brand di lusso a Mayfair. “Prima ricevevo un malloppo di curriculum – fa il gesto della pila di fogli di cv – oggi ne arrivano un paio alla settimana”. È l’amareggiata conclusione di Francesco Buompane. Ceo di Caffè Latino, catena di caffè italiano a Londra, Buompane riflette sulla proposta di regolazione a punti targata Priti Patel, Home Secretary”. A raccogliere le sue impressioni è stato Raffaele Vallefuoco per “LondraItalia.com”, quotidiano online diretto da Francesco Ragni.
“Una considerazione ad alta voce che incrocia il pensiero di Maurizio Longo, giovane barista. “Ho scelto Londra facendo una precisa scelta di vita. Ho venduto una attività che avevo in Italia, una tabaccheria, per proiettarmi in questa città. Qui ho casa, lavoro, amici. Sinceramente – ragiona, mentre prepara un flat white – se dovessi rinunciare a Londra voglio sia una scelta personale, non perché mi hanno cacciato”.
Un sentimento, questo, che inizia a farsi sentire. L’idea di non essere graditi, di fare a Londra solo un lavoro di seconda classe, inizia ad aleggiare.
Lo conferma Marco Piscitelli, a Londra per rafforzare il suo inglese e in forza al comparto ristorativo come cameriere. “Con le nuove regole proposte dal governo inglese, beh io non sarei potuto essere qui. Dispiace – ammette – perché siamo qui per fare un lavoro che amiamo e che arricchisce la città. Che tu lo abbia eletto a mestiere della vita o semplicemente come modo per pagarti gli studi, non poterlo più far dal 2021, strazia il cuore”.
“La sensazione – racconta Angelo Todaro, floor manager a Mayfair – è che vogliano fare di Londra una capitale del lusso. Una meta accessibile solo a pochi. E chi li fa i lavori low skilled?” si domanda retoricamente.
Dubbi e preoccupazioni che si ripercuotono sul comparto e più ampiamente sulla comunità italiana. L’unica ad essere colpita? Certamente no. Ma accanto ai cugini europei, anche l’isola britannica non ne uscirà bene.
A suggerirlo è una nuova ricerca condotta dalle Università di Sheffield e Oxford che collega la perdita di una cospicua quota di posti di lavoro con la diminuzione dell’afflusso di europei nella capitale inglese.
In particolare lo studio condotto dall’ESRC, acronimo per Economic and Social Research Council dell’Università di Sheffield, rivela che la riduzione dell’1% della forza lavoro europea porterà nella sola capitale inglese alla perdita di 117mila posti di lavoro.
In particolare, gli accademici hanno collegato l’aumento del numero dei migranti europei alla crescita complessiva dell’occupazione. I migranti, infatti, come documenta l’indagine, arricchiscono l’economia locale spendendo i propri guadagni, aprendo attività in proprio, contribuendo ad innovare e facendo lavori che i britannici non sono in grado o non vogliono fare.
Esaminando una fetta importante di dati che risalgono al 1971, lo studio rivela che l’incremento dell’uno per cento del numero di migranti nati in Europa ha favorito l’aumento del livello di occupazione a Londra dello 0,28 per cento.
Sulla base di questo modello, gli esperti hanno dimostrato che i migranti europei, e globalmente i migranti nel mondo generano più posti di lavoro di quanti ne assumano nel lungo periodo.
Ciò significa che bisogna attendersi significative perdite di posti di lavoro dalla Brexit. Di questi solo 500 sono già stati persi in quel di Canary Wharf, secondo distretto finanziario di Londra.
Gwilym Pryce, professore di Economia urbana e statistica sociale presso l’Università di Sheffield, ha evidenziato: “Fino ad ora, tutte le ricerche del Regno Unito legate alla presenza di migranti mettevano in relazione l’effetto netto dei migranti sull’occupazione, che è vicino allo zero. Il nostro obiettivo, invece, era quello di sviluppare un metodo solido per stimare gli impatti a lungo termine sull’occupazione dell’immigrazione a livello locale. È stato sorprendente vedere l’impatto positivo che i migranti europei hanno sui livelli di occupazione a Londra” conclude il docente.
Numeri e dati che devono far riflettere sull’approccio dell’Home Office: Quota 70, suicidio economico, o strumento per “aggiustare” a favore le negoziazioni post-Brexit con la Ue? Lo capiremo presto”. (aise) 

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