ROBERT FRANK E TONY VACCARO, “FOTOGRAFI” DEL NOVECENTO - DI FRANCO NARDUCCI

ROBERT FRANK E TONY VACCARO, “FOTOGRAFI” DEL NOVECENTO - di Franco Narducci

ZURIGO\ aise\ - “La scomparsa del grande fotografo e regista Robert Frank, avvenuta lo scorso 10 settembre nella sua casa nell’isola di Capo Bretone, Nuova Scozia canadese, ha suscitato tantissime reazioni di compianto in ogni parte del globo, ben oltre il mondo dell’arte. Le manifestazioni di cordoglio sono state numerosissime in Svizzera dove Robert Frank era nato il 9 novembre del 1924, a Zurigo, da genitori tedeschi di origini ebraiche”. Così inizia l’articolo di Franco Narducci riguardo due grandi figure della fotografia del ‘900, pubblicato sul “Corriere degli italiani”, giornale online che opera a Zurigo.
“Con la sua opera The Americans, Frank aveva rivoluzionato la cultura dell’interpretazione della fotografia, la sua passione innata scoperta già in adolescenza, tanto da avviare la propria attività professionale come apprendista presso diversi studi fotografici. Il periodo zurighese aveva ispirato al futuro grande artista alcuni elementi essenziali della sua profesionalità come la ricerca di una fotografia diretta, pura, tecnicamente inconfondibile.
Robert Frank si era trasferito negli Stati Uniti nel 1947 per motivi artistici, ma anche per sfuggire agli strascichi terribili della seconda guerra mondiale, trovandovi – dopo le iniziali difficoltà – la sua patria elettiva. Accolta inizialmente con scetticismo, The Americans – opera pubblicata nel 1958 prima in Francia e poi negli USA – proiettò Frank ai vertici dell’arte fotografica. Le immagini della popolazione, in particolare quella rurale ed emarginata, catturate dal suo occhio e impresse nelle sue fotografie, si contrapponevano allo stile fotografico classico di quegli anni che imponeva composizioni ben illuminate. Robert Frank, invece, prediligeva lo stile più scabroso, scomposto e in grado di rappresentare la solitudine e talvolta la disperazione di particolari scenari americani, una cultura rivoluzionaria per l’America di quegli anni.
Da riviste ipercelebrate come Vogue e Fortune, all’amicizia con personaggi come Allen Ginsberg e Jack Kerouac, amati da una parte dell’opinione pubblica e detestati dall’altra, Frank decise di passare al cinema realizzando, tra l’altro, il documentario sui Rolling Stones, Cocksucker Blues (sua è anche la copertina del loro Exile on Main St). Negli anni Settanta si riaccese la fiamma della fotografia, interpretando spesso i suoi vari dolori privati, mentre negli ultimi si era esiliato in Nuova Scozia.
Ho avuto la fortuna di conoscere un altro grande della fotografia e di incontrarlo a New York, Tony Vaccaro, nome d’arte di Michelantonio Celestino Onofrio Vaccaro. Conosciuto anche come Michael A. Vaccaro, nato a Bonefro in Molise, noto in tutto il mondo come il fotografo dello sbarco in Normandia e per le foto scattate in Europa durante la seconda guerra mondiale e in Germania subito dopo. Anche Tony, come Robert Frank, è ispirato anzitutto dal tratto di umanità oltre che di bellezza che imprigiona nelle sue foto. E se Robert Frank aveva vissuto – seppure da Zurigo – la tragedia delle persecuzioni razziali, Tony Vaccaro trae dalle origini della sua infanzia dolorosa la sensibilità per cogliere e comunicare l’orrore della guerra, ma anche il sentimento della speranza e della rinascita a nuova vita.
Nato nel 1922 da genitori molisani emigrati in America, per alcune tristi vicissitudini Tony torna all’età di due anni in Italia con la famiglia. Perde i genitori a poca distanza l’uno dall’altro per cui trascorre l’infanzia a Bonefro a casa degli zii. Ma proprio in quegli anni, anche per l’oggettiva difficoltà a capire l’italiano (il dialetto), «iniziai a leggere – come ha sempre sottolineato – i sentimenti dei miei parenti osservando i loro comportamenti. Questa capacità l’ho poi trasportata nella fotografia e invece di scattare foto in posa come facevano gli altri, io catturavo i sentimenti dei miei soggetti». Robert e Tony due grandi accomunati non solo dalla passione per la fotografia ma anche da una sensibilità umana che li onora e li eleva a geni di quest’arte”. (aise) 

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