UNIVERSITÀ A CONFRONTO: È TUTTO ORO QUEL CHE LUCCICA? – DI LUCA MEDICI

UNIVERSITÀ A CONFRONTO: È TUTTO ORO QUEL CHE LUCCICA? – di Luca Medici

STOCCOLMA\ aise\ - “Da fine agosto vivo ad Uppsala. Ho lasciato la mia amata Göteborg solo per il tempo necessario di finire un master in legge all’università. Ne colgo allora l’occasione per raccontarvi un po’ come funziona qui, e quali differenze riscontro con il sistema italiano”. A scrivere è Luca Medici che affida le sue riflessioni a “Il lavoratore”, bimestrale della Fais diretto a Stoccolma da Valerio De Paolis.
“Quando si mettono insieme temi come l’università e la Scandinavia il rischio di incappare in banalità è davvero altissimo. In settori come istruzione e ricerca i soldi fanno tutta la differenza del mondo. Potremmo quasi dire che il rapporto investimenti / qualità sia quasi perfettamente proporzionale. Da ciò ne conseguono tutte le più ovvie osservazioni che di tanto in tanto si leggono e si sentono un po’ ovunque, dai giornali ai social media. Le aule sono più belle, i laboratori più moderni, tutto funziona e tutto è più efficiente.
Gli studenti sono più allegri e i professori sono più disponibili. Del perché qui - in Svezia - si possa e si investa di più e del perchè da noi - in Italia - si investa di meno ciascuno è, almeno per il momento, libero di vederla come vuole e di dire la sua (ogni riferimento alla più recenti epurazioni avvenute negli ultimi tempi da parte dei due colossi Facebook e Twitter è voluto e ricercato). E allora potrei anche concludere l’articolo qua.
Tutti in Svezia a studiare!
Beh, non direi.
O meglio, per come lo vedo io, il sistema svedese non lo consiglierei a chiunque. Dopo il primo mese di orientamento in quella che risulta essere l’università più antica e tra le più prestigiose del Paese, mi sembrava interessante condividere un punto di vista un po’ particolare. Il mio punto di vista infatti è quello di uno studente di legge: di una facoltà dove a dire il vero i soldi contano fino ad un certo punto, e la differenza vera la fa il metodo. A ben vedere una facoltà di legge ha bisogno di ben poco per poter funzionare in modo produttivo ed efficiente rispetto alle facoltà cosiddette “scientifiche”. Quelle che per intenderci hanno bisogno di laboratori e strumentazioni sofisticate per la didattica e la sperimentazione. Qua ciò che colpisce in primo luogo è sicuramente il come viene vissuta l’università da parte degli studenti e da parte dei professori.
L’approccio è infatti di tipo orizzontale, e non gerarchico stile ancien régime tanto in voga dalle nostre parti. Gli studenti non hanno paura di intervenire, di sbagliare, di dire la loro. Le lezioni frontali diventano sempre più partecipative e non si crea l’effetto “messa cantata” che spesso subivo a Bologna (dove ho conseguito la mia prima laurea). Il ruolo dei professori diventa molto spesso quasi marginale e il momento dell’apprendimento viene spesso delegato ai lavori di gruppo tra studenti, con soltanto un feedback finale da parte del docente. Via libera quindi all’intraprendenza e all’inventiva degli studenti.
Qual è il problema vi chiederete voi? Vado dritto al sodo. Le basi. Qua, molto spesso, mancano le basi.
Se in Italia la teoria è tanta e la pratica molto poca, qui è l’esatto opposto. Gli studenti vengono catapultati sulla problematica reale, senza avere alcuna base teorica. In un corso internazionale come il mio, lo studente svedese è forse quello più in difficoltà. Bravissimo con le presentazioni powerpoint, in grande affanno nella ricerca dei contenuti.
L’attitudine alla fatica - che nei miei colleghi asiatici è davvero impressionante - aiuta, molto. Come spesso accade quando si paragona l’Italia e la Svezia (o viceversa), la verità è esattamente nel mezzo. Serve la teoria, ma non deve essere l’unica ossessione nella didattica accademica. Serve la pratica, ma senza teoria diventa completamente inefficace. Consiglierei l’università svedese ad un ragazzo italiano? Sì, a patto che abbia fatto i compiti a casa in Italia”. (aise) 

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