ZADIE SMITH, L’AUTRICE LONDINESE CHE PARLA ITALIANO E DA MANHATTAN RACCONTA IL MONDO - DI MICHELE CRESCENZO

ZADIE SMITH, L’AUTRICE LONDINESE CHE PARLA ITALIANO E DA MANHATTAN RACCONTA IL MONDO - di Michele Crescenzo

(Illustration by Pia Taccone)

NEW YORK\ aise\ - “Primavera 2014. Houston Street, Manhattan, New York. Zadie Smith è nel suo alloggio universitario, accanto alla finestra. Occhi socchiusi e indice sul labbro inferiore. Osserva il nuovo cartellone pubblicitario sul muro di fronte casa alto più di dieci metri e largo almeno cinque. Lo slogan è “Find Your Beach” ed è la pubblicità di una birra con lo sfondo azzurro da vacanza di lusso. Le sembra che abbia una collocazione perfetta, come un’opera d’arte commissionata dall’amministrazione pubblica e in totale sintonia con il contesto urbano circostante. Il tono del messaggio è pura Manhattan. Si volta verso lo studio, si siede e accende il computer. Gomiti sulla scrivania e polpastrelli sulla tastiera. Ha avuto l’idea per un nuovo articolo”. A parlare delle doti della scrittrice è Michele Crescenzo, in questo articolo pubblicato nei giorni scorsi su “La Voce di New York”, quotidiano online attivo nella Grande Mela diretto da Stefano Vaccara.
“Zadie Smith è uno dei pochi scrittori la cui sia narrativa che saggistica è tenuta in grande considerazione dal mondo letterario mondiale. La sua opinione è regolarmente citata e ricercata. “Può scrivere su qualsiasi cosa” disse David Remnick, direttore del The New Yorker per cui la Smith collabora da anni. “Da Barack Obama alla musica di Joni Mitchell. Zadie Smith è una benedizione non solo per il New Yorker, ma per la lingua stessa”. Quando Simon Prosser, editore di Hamish Hamilton, lesse le prime cento pagine di White Teeth (Denti bianchi), il romanzo d’esordio di Zadie, dichiarò: non lo dimenticherò mai. L’esuberanza e l’energia della scrittura erano straordinarie: le parole saltavano fuori dalla pagina, i personaggi prendevano vita.
Nel corso degli anni, Zadie Smith è diventata molto popolare su entrambe le sponde dell’Atlantico diventando una specie di totem generazionale, un’ambasciatrice sulla forza e l’importanza della multiculturalità: bella, intelligente, carismatica, di razza mista, una scrittrice e docente universitaria rispettata in tutto il mondo e istruita in una scuola pubblica. Nel 2016 è stata fotografata al Met Ball di New York, nella stessa stanza di Madonna e Kim Kardashian. Questo non è propriamente tipico degli autori di romanzi.
Zadie Smith è nata a Willesden, nel nord-ovest di Londra da madre giamaicana, Yvonne Bailey, e padre inglese, Harvey Smith. Fin da piccola ha sviluppato diversi interessi e attitudini come il tip-tap, attrice di musical e cantante jazz.
Dopo aver studiato in scuole statali locali Zadie Smith si iscrive al King’s College di Cambridge per studiare letteratura inglese. Pubblica alcuni dei suoi racconti nelle antologie degli studenti di Oxford e Cambridge e incontra il suo miglior editor e scrittore (nonché futuro marito), Nick Laird.
Quando inviano le prime ottanta pagine di quello che sarebbe poi divenuto White Teeth (Denti bianchi, 2000, Mondadori, traduzione di Laura Grimaldi) succede qualcosa di mai accaduto nella storia dell’editoria fino a quel momento: viene fatta un’asta e diversi importanti editori cercano di ottenere i diritti su un romanzo ancora tutto da scrivere. Cosi Zadie Smith, a venticinque anni, ottiene un contratto per due libri per la cifra di £ 250.000.
La storia si concentra sulla lunga amicizia tra Samad -che ha una famiglia fieramente islamica dei bengalesi immigrati- e quella di Archie-che invece ha una famiglia britannica – che al suo secondo matrimonio, dopo un divorzio da una donna italiana, come alternativa al suicidio sceglie di sposare una mulatta caraibica che fugge dall’educazione ortodossa dei Testimoni di Geova. Il romanzo è una serie di contrasti tra sfumature etiche e religiose, dal fondamentalismo all’ateismo al nichilismo fino a i conflitti familiari intergenerazionali.
Come sottolinea Eloisa Morra, fin dal suo esordio Zadie Smith si è dimostrata molto abile nel saper gestire e far intrecciare le vicende e le voci di personaggi molto diversi per età e retroterra culturale. Ognuno di essi ha una sua propria voce, un particolare modo di parlare: ad esempio, il lessico snob dei Chalfen – famiglia ricca e figlia dei fiori – si differenzia profondamente dallo slang dello scapestrato figlio di Samad, Millat.
La sovrabbondanza di aggettivi, le frequenti digressioni su fatti secondari e un certo massimalismo che caratterizza la struttura di questo romanzo hanno fatto coniare al critico James Wood una definizione nel numero di numero di luglio 2000 del The New Republic, quella di “realismo isterico”, che sarebbe poi stata accettata dall’ autrice stessa.
Il romanzo successivo The Autograph Man (L’uomo autografo, 2003 Mondadori, traduzione di Bernardo Draghi) – scritto dopo un periodo di “blocco dello scrittore” – tratta ancora i temi dell’integrazione sociale raccontando la storia di Alex Li Tandem, un ragazzo inglese di origini per metà cinesi e per metà ebraiche. Anche questo romanzo è ambientato a Londra, nel quartiere di Mountjoy, dove “gli abitanti fondano la propria vita sul principio del compromesso”.
Dopo questo romanzo Zadie si laurea alla Cambridge University e comincia a viaggiare molto, negli Stati Uniti e in Italia per poi andare ad Harvard e sedersi dall’altra parte della cattedra, quella dell’insegnamento. Le sue lezioni stupiscono per rigore e completezza, con il suo modo di associare ogni autore a un filosofo, trovare gli infiniti punti di contatto, provare nuove combinazioni, e altre ancora.
Nel 2005 esce il suo terzo romanzo On Beauty (Della Bellezza 2005 Mondadori, traduzione di Bernardo Draghi) e scritto dopo un soggiorno annuale ad Harvard, il romanzo – apertamente ispirato a Casa Howard di Forster – racconta della crisi (sentimentale e lavorativa) di Howard Belsey, docente inglese di storia dell’arte trapiantato negli Stati Uniti per motivi accademici e della sua famiglia.
Rispetto ai primi due romanzi, questo terzo romanzo appare meno legato al periodo del realismo isterico, ma come accade nei quadri di Rembrandt – il pittore studiato dal protagonista di On Beauty – negli scritti di Zadie Smith si percepisce comunque la presenza e l’amore per il corpo, l’intreccio dei sentimenti, desideri e paura usati nei suoi precedenti romanzi.
Dal 2007 al 2009 Zadie Smith si trasferisce a Roma, nel rione Monti, e vive tra la capitale d’Italia, New York e Londra. Ha imparato l’italiano, alla rivista Il libraio ha dichiarato: “Non riesco a capire il francese o lo spagnolo, ma per qualche ragione l’italiano è quella a cui sono più abituata, per questo motivo ci sono così affezionata, perché riesco a leggere l’italiano, riesco a guardare film italiani e a cavarmela. Per me questo è un piacere per davvero. Ho letto Ferrante, Francesco Pacifico, Paolo Giordano”.
Nel 2012 pubblica NW (2012, Mondadori, traduzione di Silvia Pareschi) il romanzo è diviso in cinque parti e segue le storie di quattro abitanti della zona Nord-Ovest di Londra – Leah, Natalie, Felix e Nathan – nel tentativo di costruirsi una vita diversa da quella sperimentata nella loro infanzia, nel quartiere popolare Caldwell. Nel 2016 pubblica Swing Time (2016, Mondadori, traduzione di Silvia Pareschi) un romanzo di formazione in cui a tratti sembra di leggere la sua storia. La protagonista è infatti una ragazzina con la pelle bruna, le lentiggini e le gambe lunghe, proprio come Zadie, che narra in prima persona della sua amicizia con Tracey. Con lei condivide dapprima la passione per la danza (la stessa di Zadie, che da bambina era innamorata del tip tap), poi l’adolescenza e i segreti di una vita. Il tutto ambientato in una zona multiculturale di Londra (a parte una lunga parentesi in Africa «alla ricerca delle radici»), simile al quartiere dove la Smith è cresciuta da padre inglese e madre giamaicana.
Quest’anno è stata pubblicato la sua prima raccolta di racconti: Grand Union (Storie, traduzione di S. Pareschi, 2020, Mondadori).
Zadie Smith e la sua famiglia vivono quasi tutto l’anno a New York, dove lei insegna scrittura creativa alla NYU. Con questo lavoro le permette di vivere in centro in un appartamento ad affitto controllato del Greenwich Village (che altrimenti costerebbe $ 20.000 al mese) ma ha anche i suoi lati negativi: i saggi, i voti, le aspettative degli studenti colpiti dalla popolarità dell’insegnante che vogliono andare a bere qualcosa dopo la lezione (lei dice sempre di no). Tuttavia, afferma: “Una volta che siamo in classe e parliamo di Kafka, sono felice”.
Stando così tanto tempo negli Stati Uniti è diventata un’opinionista della cultura americana, ha dichiarato infatti che molti dei suoi soggetti sono artisti neri, proprio per il tentativo di inserirsi e sentire la comunanza nella comunità artistica nera in America. Ma non si è limitata solo a questo, ha spaziato dal ritorno alla forma saggio per molti scrittori fino al ruolo negativo di Facebook. Ha intervistato Jay-Zì, Justin Bieber e il filosofo Martin Buber. Tutti i suoi scritti sono stati pubblicati prima su riviste come Guardian e Harper’s, la New York Review of Books e il New Yorker e poi in tre raccolta di saggi: Changing my mind (Cambiare Idea, traduzione di Martina Testa, Minimum Fax, 2010) Feel Free ( Feel Free Idee, Visioni, Ricordi, traduzione di Martina Testa, Edizioni SUR, 2018) e il recentissimo Intimations: Six Essays ( Questa strana e incontenibile stagione traduzione di Martina Testa, Roma, Edizioni SUR, 2020). Quest’ultimo racchiude brevi saggi scritti fra marzo e giugno 2020, durante la primavera della pandemia.
Il tempo per la scrittura è influenzato dagli impegni quotidiani di Zadie Smith: nei giorni in cui non insegna, il giovedì e il venerdì, scrive dalle 9:00 alle 14:30 mentre i bambini Katherine e Harvey sono a scuola. “Ho sempre scritto in biblioteca, anche prima dei bambini. Ma recentemente ho ereditato un bell’ufficio alla NYU quindi lavoro spesso lì”, dice, aggiungendo: “Ma sono in grado di scrivere ovunque: sui treni, sugli aerei, nei bar, a casa”.
Tra le mura di casa ha scritto il Find Your Beach, pubblicato da The New York Review of Books e nel libro Feel Free: Essays. Partendo da una semplice pubblicità di una birra, Zadie Smith ha scritto un saggio su Manhattan, sulle compulsioni moderne e l’angoscia e il cambiamento del sogno americano. Con il suo tipico umorismo, la scrittrice ha fatto emerge come il messaggio appartenesse ad un’ambizione tipicamente individuale, come se cercare la propria spiaggia fosse un isolato processo verso l’autorealizzazione compulsiva senza alcuna condivisione.
Migliaia di persone sono passate davanti a quel particolare cartellone pubblicitario ogni giorno. Chissà quante si sono fermate a guardarlo. Chissà quante hanno sorriso pensando alle parole di Zadie Smith”. (aise) 

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