INTERVISTA AD ALDO GASTALDI, NIPOTE DEL PARTIGIANO “BISAGNO”

INTERVISTA AD ALDO GASTALDI, NIPOTE DEL PARTIGIANO “BISAGNO”

UDINE\ aise\ - L’APO, Associazione Partigiani Osoppo, che fa parte della FIVL, ha realizzato un’intervista, che riportiamo integralmente, con Aldo Gastaldi, nipote omonimo del partigiano medaglia d’oro al valore militare soprannominato “Bisagno”.
D Signor Gastaldi, qual è il suo ricordo personale, anche indiretto, di questo suo zio partigiano?
R Il mio ricordo è per ovvi motivi indiretto, arriva da mio padre, fratello di Aldo, dalle sorelle, e dai racconti dei tanti partigiani che sin da bambino ascoltavo per ore, e che ora non sono più tra noi: è quindi un ricordo respirato fin da bambino.
Mio padre ha sempre guardato a questa figura con grande ammirazione, ha dedicato buona parte della sua vita terrena a raccogliere documenti sul fratello, e me ne ha sempre parlato come di un giovane amante della vita all’aria aperta, delle buone compagnie, ma anche del silenzio, direi anche talvolta della solitudine.
Era un “ragazzo” che si trovò a vivere in un periodo storico contraddistinto da due ideologie contrapposte (definite da San Giovanni Paolo II le due grandi ideologie del male) che devastarono il secolo scorso e non solo.
Un ragazzo assolutamente normale che ha coltivato fin da bambino la via della virtù molto semplicemente, senza proselitismi né esternazioni particolari.
La cosa che lo ha contraddistinto e gli ha permesso di rimanere libero, è stata una fede religiosa molto naturale semplice e serena, respirata in famiglia, che albergava nel cuore dei genitori, ma soprattutto della madre.
Ci sarebbero moltissime cose da raccontare sulla sua vita; Dino Lunetti penso abbia sintetizzato perfettamente chi è stato Aldo, in una intervista in cui gli è stato chiesto chi fosse davvero Bisagno; la sua risposta fu: “Bisagno è un uomo che ha amato. Tutti. Aldo era un giusto.”
D Per una delle tante casualità della Storia, “Bisagno” nacque lo stesso anno della marcia su Roma, crebbe sotto le istituzioni dell’Italia fascista, divenne maggiorenne nel pieno del conflitto e si ritrovò subito in armi e ufficiale: per quanto ligure e figlio di una Genova “rossa” ce n’era abbastanza da farlo propendere per la fedeltà al regime mussoliniano, eppure fece tutt’altra scelta...
R Aurelio Ferrando, il partigiano “Scrivia”, spiegava che quello che li aveva spinti verso la Resistenza era stato non era stato l’antifascismo per come ci è stato descritto.
Aldo come moltissimi altri giovani, poco o nulla sapevano di politica e di certo, da come mi è stato raccontato da tutti, non provava odio per alcuno.
Sicuramente invece, nutriva un’insofferenza verso una serie di atteggiamenti ed obblighi che il regime imponeva, primi tra tutti verso il quella forma di paganesimo che contraddistinse tutti i totalitarismi.
Determinante nella sua scelta, fu invece la consapevolezza di quali danni ci sarebbero stati conseguentemente ad una invasione tedesca: dopo l’8 settembre la situazione che si presentò fu di sbandamento totale, e lui, come sottotenente, aveva capito che le armi che custodiva sarebbero finite in mano all’invasore straniero e, come altri militari, scelse.
Il primo contatto arrivò da Giovanni Serbandini, nome di battaglia “Bini”, un comunista più avanti con l’età, aveva nove anni in più.
I militanti di partito avevano una forte impostazione politica, ma avevano bisogno per organizzare una resistenza, di persone che dal punto di vista militare sapessero muoversi rapidamente e bene.
“Bisagno”, aveva già pensato come nascondere le armi per poi eventualmente recuperarle successivamente.
Lo fece in modo rocambolesco: si accordò con un parroco e con un carabiniere; nascose le armi nel giardino di una canonica, ed organizzò il loro nascondimento, in modo tale da sgravare il Parroco da qualunque responsabilità, anche nel caso in cui le armi fossero state nel frattempo ritrovate dagli uomini del regime:
il Parroco avrebbe dovuto denunciare il giorno dopo, rumori notturni molesti nel giardino della canonica, e così fece.
Il carabiniere incaricato di ricevere la denuncia, ebbe poi cura di farla finire in fondo ad una alta pila di altri documenti, in modo tale che, il più tardi possibile, nel momento in cui la denuncia fosse stata vagliata da chi di dovere, le armi non ci fossero più.
Queste, furono infatti recuperate da Aldo e dai suoi uomini vestiti da contadini il giorno della festa di S. Antonio a Chiavari.
Confondendosi tra la folla riuscirono infatti a salire alla montagna, nel paese di Cichero, dove iniziò la storia della Divisione omonima.
D Gastaldi si rivelò un uomo “controcorrente” sotto vari aspetti, ma forse il più eclatante fu questo suo cattolicesimo in una regione a maggioranza comunista. Anche nella brigata “Cichero”, del resto, lui ed i suoi erano in minoranza numerica…
R E’ un discorso delicato, che meriterebbe ben più di una precisazione.
Noi siamo stati abituati da una forma culturalmente sbagliata: a guardare cioè al cattolico, come a colui che in qualche modo fa della sua cattolicità una bandiera tra le tante, quasi come fosse con il suo credo, appartenente ad uno schieramento tra i tanti che hanno dato vita alla resistenza.
Tutto questo non è corretto, meno che mai nel suo caso.
Aldo fu grazie alla sua fede in Cristo che rimase libero, in un contesto nel quale l’ideologia stava contaminando tutto.
La propaganda di partito costituiva, cito dal una sua lettera inviata ai distaccamenti: “un inganno ai giovani saliti alla montagna per combattere per la libertà.”
Scrivia afferma giustamente, che Bisagno di politica non sapeva nulla, come la maggior dei giovani che erano saliti alla montagna.
Era il comandante di una divisione garibaldina, in cui ad un certo punto della lotta si fece strada, soprattutto tramite la propaganda effettuata dai commissari politici, quella che lui stesso definì “una nuova forma di fascismo”. Lascio a voi immaginare cosa significasse ai tempi, assumere atteggiamenti così chiari e netti, che poco o nulla lasciavano all’interpretazione.
Aldo si adoperò senza riserve per impedire questa subdola propaganda; il tutto, sia chiaro, mai per indirizzare gli uomini ad altro partito, ma esclusivamente per l’amore che nutriva per chi gli era stato affidato e di cui si sentiva responsabile.
D “Noi non abbiamo un partito, noi non lottiamo per avere un domani un cadreghino, vogliamo bene alle nostre case, vogliamo bene al nostro suolo e non vogliamo che questo sia calpestato dallo straniero, dobbiamo agire nella massima giustizia e liberi da prevenzioni” Una frase che esprime bene la posizione di Gastaldi nei confronti della lotta partigiana e che lo accomuna ad altri (Giuriolo, Nicolini, Visentin,…), e che ha dato adito nel dopoguerra alla polemica senza prove che fossero stati eliminati in quanto figure troppo ingombranti.
R Qui entriamo nel vivo della visione che Aldo aveva della guerra di liberazione.
Era uomo di poche parole, diretto e schietto nell’esprimere un concetto, che si trovò a lottare spesso solo e senza mai risparmiarsi, per la libertà di pensiero dei suoi uomini, una libertà fondata sulla verità. La sua, è la storia di un uomo che visse il dramma di constatare che tra le fila partigiane iniziasse qualcosa di profondamente pericoloso per i suoi uomini e per il futuro del paese.
Bisagno lottò sempre per comporre l’unità di tutti i partigiani per combattere per la causa, ma non la ottenne di fatto mai: come scrisse una spia fascista “il 95% degli uomini stava con lui”. Una figura come la sua era per ovvi motivi scomoda perché non omologabile.
Non scese mai a compromessi, né fece segreto per il bene degli uomini a lui affidati, di ciò che pensava, e riteneva profondamente giusto e vero; si tenne sempre fuori dalla politica: aveva capito che in montagna divideva pericolosamente gli uomini e indeboliva la formazione; prese posizioni nette, nei confronti di chi avrebbe voluto imporre un’idea con la forza di una propaganda a senso unico.
Fu, ripeto, la sua fede in Cristo che gli permise di rimanere libero.
È emblematica la testimonianza rilasciataci da don Pollarolo, prete partigiano: il Sacerdote si trovava a percorrere una strada dell’entroterra in compagnia di una ragazza del paese, quando incontrarono casualmente “Bisagno”, che aveva un mitra a tracolla. La ragazza domandò a “Bisagno”: “Lei di che partito è?” e lui, rispose: “Con questi gingilli in mano è meglio non parlare di politica.”.
Penso che questo aneddoto aiuti a capire ancora meglio la frase di “Bisagno”, con la quale Lei ha iniziato la sua considerazione.
Guardiamo oggi alla vita di questo giovane, che ci lascia una testimonianza di forza e bellezza rare, possibile prezioso dono, per chiunque vi si avvicini con cuore aperto e libero .
D Possiamo dire che Suo zio fosse ben consapevole che la guerra civile tra partigiani e fascisti e rischiasse di spingersi oltre limiti accettabili, e che abbia cercato in qualche modo di impedirlo? Penso al “codice di Cichero” ed a quelle regole che dovevano essere rispettate: si dice chiaramente che “alla popolazione contadina si chiede, non si prende”, che “non si molestano le donne”…
R La Divisione Cichero mi risulta essere l’unica in Italia, ad avere un codice morale che doveva essere implicitamente accettato da chiunque ne venisse a far parte – ed erano regole molto restrittive e dure, tant’è che alcuni, messi di fronte al fatto doverle rispettare sempre e comunque, mi è stato raccontato che rinunciavano, e tornavano a casa.
Mi è stato riferito da molti partigiani combattenti, che il codice erano una serie di regole ma che non furono mai scritte, se non nel dopoguerra.
Tutti i partigiani con i quali ho parlato, raccontavano che erano il comportamento, la condotta di “Bisagno”, il suo ascendente che “imponevano” a chi saliva con lui in montagna il rispetto di determinati comportamenti e “regole”, che dovevano essere rispettate senza eccezioni, in primis, da chi come lui, ricopriva ruoli di comando e responsabilità.
D Sempre nel “codice di Cichero” si dice espressamente che al capo, eletto dai compagni, spettano le maggiori fatiche, deve essere il primo nelle azioni pericolose e l’ultimo a ricevere cibo e vestiario…
R Sì, la figura del comandante è completamente sovvertita rispetto al sentire comune: è colui che serve, non che viene servito.
Ci sono aneddoti vari, raccontati da più voci, che dimostrano come “Bisagno” vi tenesse fede: mangiava sempre per ultimo e solo quando rimaneva del cibo.
Se riceveva un paio di scarponi nuovi o vestiario di vario genere, lo scambiava con quello rovinato di un altro partigiano. Abbiamo diverse testimonianze a riguardo.
Tutto questo accadeva nel più totale nascondimento, come ci è stato testimoniato da più fonti. Aldo amava moltissimo i suoi uomini e per loro era pronto a dare la vita.
D Il processo di beatificazione avviato dal cardinal Bagnasco appare come un riconoscimento molto postumo di una vita integerrima di suo, ma anche, da quanto si legge dai giornali e dalle testimonianze già raccolte, di una capacità tutta personale di farsi ascoltare e seguire e, perché no, apprezzare ed amare.
R Ringrazio il Cardinal Bagnasco di aver dato inizio alla causa di Aldo.
Noi, come familiari e membri del Comitato Aldo Gastaldi “Bisagno”, abbiamo avuto modo di constatare i frutti, nei giovani soprattutto, ma non solo, di una testimonianza di vita e di fede, forte e decisa. Il nostro unico scopo è portare questa testimonianza, offrendola tutti coloro che la vorranno accogliere.
Il fine ultimo è la Gloria di Dio, per la quale Aldo ha speso la vita.
In merito all’amore che molti uomini avevano per “Bisagno”, basti pensare all’eccidio di Calvari del Bosco delle Paie, dove il 2 marzo del 1945 furono fucilati dieci partigiani catturati nel febbraio ‘44. Tutti morirono gridando: “Viva l’Italia e viva Bisagno”. Aldo era molto amato, dalle popolazioni e dai suoi uomini, tant’è che ancora oggi arrivano al Circolo Partigiano “Bisagno” richieste di sue foto da parte di persone provenienti dalle valli dell’entroterra, di sue fotografie, che non di rado vanno ad affiancare quelle dei loro cari.
D Qualche anno fa il regista Marco Gandolfo ha tratto un film/documentario dalla vita di “Bisagno”. A suo avviso, questo film rispecchia effettivamente le vicende e le scelte di suo zio? E se no, quali sono le differenze?
R La risposta è decisamente sì.
La mia famiglia, e non solo, è infinitamente grata a questo regista, che nel 2009 ha iniziato a lavorare alacremente alla stesura del film, con un impegno, serietà e onestà intellettuale decisamente non comuni.
La storia di Aldo è infatti a mio avviso una perla, che andava prima custodita e poi valorizzata e fatta conoscere per quello che realmente è stata.
Il tema era molto delicato, e per far questo, occorreva una persona che avesse uno sguardo alto, pulito e libero, alla quale mettere in mano il tanto lavoro svolto da mio padre in decenni di ricerche sul fratello.
A mio avviso, in questo documentario, “Bisagno” appare in tutta la sua interezza per la prima volta;
Marco Gandolfo sono convinto sia la prima persona che è riuscita, nonostante gli ovvi limiti imposti dal mezzo (audiovisivo), a far emergere la testimonianza di vita e di fede di Bisagno in tutta la sua bellezza e pienezza.
Considero il Film, non solamente un’opera artisticamente splendida, ma uno strumento chiave per conoscere Aldo e il suo vissuto.
Per gli approfondimenti inerenti tattiche, strategie, scelte operative e tutto quanto è inerente al suo operato di comandante militare di Divisione, vi sono altri documenti, testimonianze e riconoscimenti ai quali chiunque può avere accesso.
Degni di nota sono sicuramente la Medaglia D’oro al Valor Militare e la Bronze Star Medal, il massimo riconoscimento attribuito dagli alleati cobelligeranti. (aise) 

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