6 DOMANDE SULL’EURO-PARLAMENTO AI CANDIDATI ALLE EUROPEE: MARIO MAURO (POPOLARI PER L’ITALIA) – DI ALESSANDRO BUTTICÈ

6 DOMANDE SULL’EURO-PARLAMENTO AI CANDIDATI ALLE EUROPEE: MARIO MAURO (POPOLARI PER L’ITALIA) – di Alessandro Butticè

BRUXELLES\ aise\ - Mario Mauro, laureato in filosofia all’Università Cattolica di Milano, é stato vicepresidente del Parlamento europeo, ministro della Difesa italiano e rappresentante della presidenza OSCE per la libertà religiosa, ed é candidato capolista nella Circoscrizioni 4, Italia Meridionale (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria) alle elezioni europee del 26 maggio prossimo. È esperto di politiche educative e di geopolitica, e autore di diverse pubblicazioni. Nel febbraio 2013, dopo quasi 14 anni di Parlamento europeo, ha lasciato la presidenza della delegazione del Pdl nel PPE per essere eletto al Senato nelle fila di Scelta Civica, con Monti. Il 28 Aprile 2013 su proposta di Enrico Letta, Giorgio Napolitano decreta la sua nomina a Ministro della Difesa.
Attualmente è presidente del Centro Studi Meseuro per l’Europa del Mediterraneo. Un centro Studi di Relazioni Internazionali che ha fondato con l’intento di mettere al servizio delle imprese, del pubblico e del privato l’esperienza che ha maturato sul campo in oltre vent’anni passati lavorando nelle istituzioni ad alto livello, in Italia e in Europa.
L’abbiamo intervistato nell’ambito di una serie di incontri con i candidati dei diversi partiti alle prossime elezioni europee.
D. In questi cinque anni, secondo lei cosa avrebbe dovuto fare il Parlamento europeo e non ha fatto?
R. La risposta a questa domanda si trova nei primi giorni di gennaio, quando l’amministrazione Trump ha notificato al rappresentante dell’Ue a Washington un nuovo meccanismo procedurale del cerimoniale della Casa Bianca, che impedirà, di fatto, al rappresentante dell’Ue di partecipare ad alcuni momenti cruciali della vita di Washington, perché l’amministrazione Trump ha sostanzialmente contestato la natura della statualità europea. Questo downgrade rimarca l’inutilità dell’Unione Europea, dato che non è federazione o confederazione e non ha una politica estera e di difesa comune. Il Parlamento europeo ha perso in questi anni l’occasione di incidere su questo e far riaprire i negoziati sui trattati europei, un lavoro che sarebbe stato utile in un periodo in cui, giorno dopo giorno, il progetto europeo perde credibilità e fascino.
D. Cosa invece ha realizzato di positivo il Parlamento?
R. Il Parlamento europeo è stato abile nel supportare la Commissione sul piano del rafforzamento del Mercato Unico e della strategia di equilibrio nello scenario del commercio internazionale (tipo le misure antidumping verso la Cina). Di rilievo la ratifica di alcuni accordi con importanti partner e l’approvazione delle strategie e direttive ambientali.
D. Secondo lei il Parlamento europeo funziona bene così com'è oppure sarebbe necessaria una riforma che ne aumenti i poteri?
R. Il Parlamento europeo non funziona perché non ha la prerogativa tipica di un parlamento: cioè l’iniziativa legislativa. È arrivato il tempo di fare una riforma necessaria per salvaguardare la prospettiva futura del suo ruolo. La crisi di rappresentanza e la frattura tra cittadini e istituzioni verrà colmata solo quando i cittadini europei sentiranno l’Europa vicina, cioè quando il Parlamento sarà il vero dominus della democrazia europea avente un approccio sussidiario verso i parlamenti nazionali.
D. L'Italia conta poco o molto in Europa?
R. È un falso problema. L’Unione Europea non ha regole federali quindi è a rischio di propangandismo e di prepotenza da parte di stati più forti, vedi Germania e Francia. Si crea così una curiosa contraddizione, e non di rado questi paesi si comportano come gli animali della fattoria di Orwell ” più bravi degli altri”. Le reazioni a questo insufficiente quadro normativo creano il blocco corporativo degli stati di Visegrad o atteggiamenti schizofrenici come quello della Brexit. Credo che l’occasione mancata sia quella dell’Italia, della Spagna e della Polonia. Questi paesi non hanno saputo lavorare a sufficienza per creare alleanze che facessero fare un passo in avanti al progetto europeo.
D. Quale è stato il suo contributo all’Europa e all’Italia in questi anni?
R. Negli anni in cui ho fatto il parlamentare europeo ho avuto a cuore la riunificazione europea, supportando l’azione dell’allargamento. Un passaggio storico che deve far molto riflettere, visto che in una notte sono diventati europei, nel 2004, 150 milioni di persone. E nella recente esperienza, come ministro della difesa e presidente di un partito che si rifà al Partito Popolare Europeo, ho fortemente spinto per la nascita di un esercito comune europeo, e per obiettivi di investimento nella ricerca nel settore della difesa, che finalmente ora fanno parte del bilancio dell’Unione Europea.
D. Il Parlamento ha votato la riforma del Trattato di Dublino, che affronta il problema dei migranti, ma questa riforma non è operativa. Come giudica la riforma, e come mai c'è questa impasse?
R. La riforma ha degli aspetti positivi ma non risolve due contraddizioni. La prima: pur avendo abbattuto le frontiere, l’impianto delle istituzioni europee scarica sui paesi di frontiera il problema delle migrazioni e dei richiedenti asilo, considerando le frontiere esterne responsabilità degli stati nazionali. La seconda è che non viene affrontato con sufficienza lungimirante l’immigrazione illegale. Per far fronte agli attacchi dei pirati somali contro le merci europee, l’UE ha messo in campo un’azione comune di intelligence e di difesa chiamata “Missione Atalanta” per debellare la pirateria delle merci. Perché non si fa altrettanto per il problema del traffico degli esseri umani? (alessandro butticé\aise) 

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