BLUE ECONOMY: INDUSTRIA MARITTIMA VITALE PER L’UE

BLUE ECONOMY: INDUSTRIA MARITTIMA VITALE PER L’UE

ROMA\ aise\ - È stato pubblicato nei giorni scorsi l’“EU Blue Economy Report 2019”, rapporto annuale sulla Blue Economy predisposto dalla Commissione europea sotto la regia della Direzione generale Affari marittimi e pesca della Commissione europea.
Ne fa una sintesi la Federazione del Sistema Marittimo Italiano, che riunisce oggi gran parte delle organizzazioni del settore.
Oltre ad avere un'enorme dimensione costiera e numerose città importanti il cui sviluppo è tuttora legato anche al mare, l'Europa è una grande potenza marittima: l'80% del commercio estero dell’Unione europea e il 40% del suo commercio interno utilizzano la navigazione; gli armatori europei controllano quasi il 40% del tonnellaggio mondiale di naviglio mercantile; l'industria cantieristica europea è leader mondiale nella costruzione di navi da crociera e yacht di lusso; l'industria di produzione di apparecchiature e componenti marittime dell'Unione serve metà della flotta mondiale.
Anche da questo Rapporto emerge, dunque, che l’industria marittima è un settore vitale e strategico per l'Europa.
I numeri parlano da soli: alla Blue Economy viene attribuito un volume di affari di 658 miliardi di euro, di cui 180 miliardi di valore aggiunto (quindi quasi 480 miliardi di costi intermedi, cioè di acquisti effettuati negli altri settori dell’economia), ed un’occupazione di 4 milioni di addetti.
Ciò – si sottolinea nel rapporto – è frutto di un insieme di attività marittime vasto e diversificato quanto la stessa Europa, la cui forza in campo marittimo, del resto, sta anche nella presenza nell’Unione di soggetti attivi lungo l’intera catena del valore, tutti protagonisti del cluster marittimo fondamentali per un'industria di successo e volta al futuro: senza una grande capacità ingegneristica diffusa nei paesi europei, l'energia eolica offshore non avrebbe avuto un simile successo nei mari del Nord; senza la collaborazione di armatori, costruttori navali e istituti di ricerca - tra gli altri - non potremmo costruire le navi pulite del futuro, così importanti per mari come il Mediterraneo.
Si tratta di un rapporto importante, ancorché migliorabile, visto che i dati riportati si riferiscono all’anno 2017, non consentendo di valutare le evoluzioni più recenti, e che manca un’analisi qualitativa accanto a quella quantitativa, entrambe necessaria per orientare le scelte politiche e rafforzare l’economia blu europea.
Inoltre, tra i dati si includono anche il turismo costiero e l’estrazione di idrocarburi, i quali concorrono rispettivamente per il 30% e il 14% al volume d’affari della Blue Economy e per il 54% e il 4% alla sua occupazione, dandone un’immagine a prima vista imprecisa se si ritiene che l’economia del mare debba includere solo le attività marittime vere e proprie (in Italia, ad esempio, quei settori non vengono analizzati nel rapporto dedicato periodicamente dalla Federazione del Mare e dal Censis al cluster marittimo nazionale, studio di cui uscirà in autunno la sesta edizione).
Depurato di tali voci, i dati per la Blue Economy europea sono pari a 383 miliardi di euro come fatturato e 1,7 milioni di persone come occupazione.
Il testo integrale del rapporto è disponibile qui. (aise) 

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