PAPA: NEL CORNO D'AFRICA SI TORNA A PARLARE DI PACE

PAPA: NEL CORNO D

ROMA\ aise\ - "In mezzo a tanti conflitti", dal Nicaragua alla Siria, "è doveroso segnalare una iniziativa che si può definire storica - e si può dire anche che è una buona notizia: in questi giorni, dopo vent’anni, i governi di Etiopia ed Eritrea sono tornati a parlare insieme di pace. Possa tale incontro accendere una luce di speranza per questi due Paesi del Corno d’Africa e per l’intero continente africano". Questo il pensiero con cui Papa Francesco ha salutato i pellegrini giunti ieri in Piazza San Pietro al termine dell’Angelus.
"Rinnovando la mia preghiera per l’amato popolo del Nicaragua, desidero unirmi agli sforzi che stanno compiendo i Vescovi del Paese e tante persone di buona volontà, nel loro ruolo di mediazione e di testimonianza per il processo di dialogo nazionale in corso sulla strada della democrazia", ha detto il Santo Padre. "Rimane grave la situazione in Siria, in particolare nella provincia di Daraa", ha aggiunto, "dove le azioni militari di questi ultimi giorni hanno colpito anche scuole e ospedali, e hanno provocato migliaia di nuovi profughi. Rinnovo, insieme con la preghiera, il mio appello perché alla popolazione, già duramente provata da anni, siano risparmiate ulteriori sofferenze".
Il Pontefice si è affacciato alle ore 12 di ieri, come ogni domenica, alla finestra dello studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con fedeli e pellegrini.
"Il Vangelo di questa domenica (cfr Mc 5,21-43) presenta due prodigi operati da Gesù, descrivendoli quasi come una sorta di marcia trionfale verso la vita", ha esordito Papa Francesco introducendo la preghiera mariana.
"Dapprima", ha spiegato, "l’Evangelista narra di un certo Giairo, uno dei capi della sinagoga, che viene da Gesù e lo supplica di andare a casa sua perché la figlia di dodici anni sta morendo. Gesù accetta e va con lui; ma, lungo la strada, giunge la notizia che la ragazza è morta. Possiamo immaginare la reazione di quel papà. Gesù però gli dice: "Non temere, soltanto abbi fede!" (v. 36). Arrivati a casa di Giairo, Gesù fa uscire la gente che piangeva - c’erano anche le donne prefiche che urlavano forte - ed entra nella stanza solo coi genitori e i tre discepoli e rivolgendosi alla defunta dice: "Fanciulla, io ti dico: alzati!" (v. 41). E subito la ragazza si alza, come svegliandosi da un sonno profondo (cfr v. 42)".
"Dentro il racconto di questo miracolo", ha proseguito il Papa, "Marco ne inserisce un altro: la guarigione di una donna che soffriva di emorragie e viene sanata appena tocca il mantello di Gesù (cfr v. 27). Qui colpisce il fatto che la fede di questa donna attira – a me viene voglia di dire "ruba" – la potenza salvifica divina che c’è in Cristo, il quale, sentendo che una forza "era uscita da lui", cerca di capire chi sia stato. E quando la donna, con tanta vergogna, si fa avanti e confessa tutto, Lui le dice: "Figlia, la tua fede ti ha salvata" (v. 34)".
"Si tratta di due racconti ad incastro, con un unico centro: la fede; e mostrano Gesù come sorgente di vita, come Colui che ridona la vita a chi si fida pienamente di Lui", ha osservato il Santo Padre. "I due protagonisti, cioè il padre della fanciulla e la donna malata, non sono discepoli di Gesù eppure vengono esauditi per la loro fede. Hanno fede in quell’uomo. Da questo comprendiamo che sulla strada del Signore sono ammessi tutti: nessuno deve sentirsi un intruso, un abusivo o un non avente diritto. Per avere accesso al suo cuore, al cuore di Gesù, c’è un solo requisito: sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui. Io vi domando: ognuno di voi si sente bisognoso di guarigione? Di qualche cosa, di qualche peccato, di qualche problema? E, se sente questo, ha fede in Gesù? Sono i due requisiti per essere guariti, per avere accesso al suo cuore: sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui. Gesù va a scoprire queste persone tra la folla e le toglie dall’anonimato, le libera dalla paura di vivere e di osare. Lo fa con uno sguardo e con una parola che li rimette in cammino dopo tante sofferenze e umiliazioni. Anche noi siamo chiamati a imparare e a imitare queste parole che liberano e questi sguardi che restituiscono, a chi ne è privo, la voglia di vivere".
"In questa pagina evangelica si intrecciano i temi della fede e della vita nuova che Gesù è venuto ad offrire a tutti", ha continuato il Papa. "Entrato nella casa dove giace morta la fanciulla, Egli caccia fuori quelli che si agitano e fanno lamento (cfr v. 40) e dice: "La bambina non è morta, dorme" (v. 39). Gesù è il Signore e davanti a Lui la morte fisica è come un sonno: non c’è motivo di disperarsi. Un’altra è la morte di cui avere paura: quella del cuore indurito dal male! Di quella sì, dobbiamo avere paura! Quando noi sentiamo di avere il cuore indurito, il cuore che si indurisce e, mi permetto la parola, il cuore mummificato, dobbiamo avere paura di questo. Questa è la morte del cuore. Ma anche il peccato, anche il cuore mummificato, per Gesù non è mai l’ultima parola, perché Lui ci ha portato l’infinita misericordia del Padre. E anche se siamo caduti in basso, la sua voce tenera e forte ci raggiunge: "Io ti dico: alzati!". È bello sentire quella parola di Gesù rivolta a ognuno di noi: "Io ti dico: alzati! Vai. Alzati, coraggio, alzati!". E Gesù ridà la vita alla fanciulla e ridà la vita alla donna guarita: vita e fede ad ambedue".
"Chiediamo alla Vergine Maria di accompagnare il nostro cammino di fede e di amore concreto, specialmente verso chi è nel bisogno", ha concluso Papa Francesco. "E invochiamo la sua materna intercessione per i nostri fratelli che soffrono nel corpo e nello spirito". (aise)


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