InnoDABio: l’Università di Padova trasforma le bioplastiche in biometano

PADOVA\ aise\ - Trasformare le bioplastiche presenti nei rifiuti organici in biometano, riducendo gli scarti destinati alla discarica e aumentando l’efficienza degli impianti di digestione anaerobica. È il risultato del progetto InnoDABio, coordinato dall’Università di Padova con il sostegno di Fondazione Cariverona e la collaborazione di ETRA e BTS Biogas.
Al centro del progetto c’è il lavoro scientifico dell’Ateneo, che ha unito competenze biotecnologiche e ingegneristiche per sviluppare un prototipo di impianto pilota da 20 litri capace di convertire le bioplastiche in biogas attraverso soluzioni enzimatiche innovative.
“Il progetto InnoDABio rappresenta una risposta d’avanguardia a una sfida di stringente attualità: la transizione verso un’economia circolare reale, in linea con gli obiettivi europei di REPowerEU per la produzione di biometano entro il 2030”, dichiara Monica Fedeli, prorettrice con delega alla Terza missione e rapporti con il territorio dell’Università di Padova. “Questa collaborazione ha permesso di trasformare la ricerca in un risultato concreto: lo sviluppo di un prototipo di impianto pilota capace di convertire efficientemente le bioplastiche in biogas. È il cuore della nostra Terza Missione: trasferire conoscenze dal laboratorio al territorio”.
Secondo Filippo Manfredi, direttore generale di Fondazione Cariverona, InnoDABio conferma il valore della collaborazione tra fondazioni, atenei e imprese per trasformare la ricerca in soluzioni concrete e sostenibili.
Per ETRA, partner del progetto dal gennaio 2024, l’iniziativa rappresenta un investimento in innovazione applicata ai servizi ambientali, capace di ottimizzare la digestione anaerobica e tutelare l’ambiente.
Anche BTS Biogas, con il CEO Franco Lusuriello, sottolinea il valore del trasferimento dei risultati scientifici nei processi industriali, per ridurre gli sprechi, ottimizzare le risorse e migliorare l’efficienza degli impianti.
Il lavoro dei gruppi di ricerca dell’Università di Padova ha permesso di aumentare di 25 volte la velocità di depolimerizzazione enzimatica di prodotti come borse e posate in bioplastica, dimostrando la tecnologia su scala rilevante fino a reattori da 20-50 litri.
“Le bioplastiche sono la grande alternativa alle plastiche fossili e, in questo settore, l’Italia è all’avanguardia”, evidenzia Lorenzo Favaro del Dipartimento di Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali e Ambiente dell’Università di Padova. “InnoDABio è riuscito ad ottimizzare la loro gestione in contesti di digestione anaerobica, sviluppando un approccio innovativo per aumentare la resa in biometano degli impianti e ridurne i costi di esercizio”.
Accanto allo sviluppo biotech, l’Ateneo ha lavorato anche sulla separazione dei materiali non conformi presenti nell’umido domestico. “Per ottimizzare efficacemente il trattamento del sopravaglio è necessario eliminare le frazioni estranee erroneamente conferite nell’umido, minimizzando al tempo stesso la perdita di bioplastiche e residui organici”, conclude Alessandra Lorenzetti del Dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Padova. “Per tale ragione, il gruppo di Polymer Engineering ha sviluppato e ingegnerizzato opportuni metodi di caratterizzazione e separazione”. (aise)