BREXIT/ SCORDAMAGLIA (FILIERA ITALIA): CRESCE IL RISCHIO PER EXPORT AGROALIMENTARE

BREXIT/ SCORDAMAGLIA (FILIERA ITALIA): CRESCE IL RISCHIO PER EXPORT AGROALIMENTARE

ROMA\ aise\ - "Una manovra masochista quella che si annuncia, soprattutto per un Paese importatore come il Regno Unito che produce poco più del 50% dei prodotti alimentari che consuma". A parlare è Luigi Scordamaglia, coordinatore di Filiera Italia, commentando l'ipotesi di Brexit "no deal" e ricordando che fra i prodotti in cima alle importazioni britanniche figurano frutta, verdura, carne, cereali, prodotti freschi e uova, olio e zucchero.
Lo spettro di una Brexit senza accordo con l’Ue allarma il settore agroalimentare italiano. Il Regno Unito è in fatti il quarto "sbocco mondiale dell’export italiano" nel settore "food and beverage" dopo Francia, Germania e Usa, ricorda Scordamaglia. Si tratta di oltre 3 miliardi di euro: a trainare l’export italiano verso il Regno Unito è il settore enologico con 846 milioni di euro, seguito dagli ortaggi trasformati, che oggi valgono 356 milioni di euro, dal dolciario con 316 milioni, dal lattiero caseario con 261 milioni e dalle carni che toccano i 112 milioni.
"Dopo il colpo di mano disgregatore e apparentemente anticostituzionale di Johnson, è sempre più concreto il rischio che i nostri prodotti smettano di essere competitivi e diventino meno accessibili", affermano da Filiera Italia, l’associazione che rappresenta il meglio dell’agroalimentare, secondo la quale per il consumatore inglese 1 litro di olio extravergine di oliva passerebbe da 8,9 sterline (9,81 euro) a 13,35 (14,72) e un pacco di spaghetti da mezzo kg da 1,99 sterline (2,19 euro) a 2,28 (2,51).
"Un processo che rischia di avere un effetto domino anche sull’economia dell’intera Ue", dice ancora Scordamaglia. "Si prenda ad esempio quello che succede nel settore delle carni bovine. L’intera Europa oggi esporta 260.000 tonnellate all’anno verso il Regno Unito: chiudere quello sbocco altererebbe l’equilibrio dell'intero mercato che, drogato da una sovrapproduzione indotta, si troverebbero a dover fronteggiare un crollo vertiginoso dei prezzi ai danni degli agricoltori europei".
"Per non parlare poi della sicurezza dei consumatori", incalza Scordamaglia. "Potrebbero diventare necessari controlli su tutto quello che entra dalla Gran Bretagna, perché", conclude, "potrebbe non essere soggetto ai medesimi obblighi e agli stessi standard della nostra industria". (aise)


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