Cinque anni al Comites: quello che ho vissuto, quello che va cambiato – di Sandro Fratini

TUNISI\ aise\ - Cinque anni sono tanti, quando si svolge un incarico con la testa e non solo con il nome sulla scheda. In questo tempo ho imparato cosa significa davvero rappresentare una comunità italiana all'estero, con i suoi bisogni concreti e con gli strumenti, spesso inadeguati, che la legge ci mette a disposizione.
Inizio da un dato che pochi conoscono davvero, e che per me è la sintesi di tutto: il Comites di Tunisi riceve dal Ministero degli Affari Esteri un contributo annuo che non copre nemmeno il costo di affitto per un locale dove incontrare la comunità e svolgere le riunioni, una comunità che oggi conta quasi 10.000 residenti Aire. Contributi finanziari pensati per una realtà di vent'anni fa, mai aggiornati alla crescita di questi anni. Con questo budget dovremmo occuparci di un territorio immenso, che va da Bizerta a Tunisi, da Hammamet a Sousse a Monastir, da Mahdia a Sfax, fino a Djerba: distanze enormi, esigenze diverse, una sola cassa quasi vuota.
Ogni iniziativa che portiamo avanti vive grazie al lavoro volontario di chi ci crede, non grazie a risorse pubbliche adeguate. Ricordo che nessuno dei componenti del Comites, presidente compreso, percepiscono un compenso, sarebbe opportuno equiparali almeno ad un consigliere comunale.
Eppure, con tutti i suoi limiti, il Comites resta un punto d'ascolto fondamentale. È il luogo dove arrivano per primi i bisogni reali della comunità, i problemi quotidiani di chi vive e lavora in Tunisia, le difficoltà che spesso non trovano altro canale. Ed è proprio in questo contesto che il Comites svolge un ruolo che nessun altro organismo può svolgere allo stesso modo: fare da ponte con l'Ambasciata, instaurare un rapporto solido con il CGIE (Consiglio generale degli italiani all’estero) e con gli altri Comites portare all'attenzione delle istituzioni diplomatiche quello che la comunità vive ogni giorno, prima che diventi un problema più grande.
Un ruolo silenzioso, spesso non riconosciuto, ma indispensabile.
Il secondo tema che mi sta a cuore riguarda il modo in cui i nostri connazionali possono esercitare il diritto di voto. Oggi, per il rinnovo del Comites, si vota ancora esclusivamente per corrispondenza: bisogna iscriversi attraverso un modulo per l’iscrizione nell’elenco elettorale, allegare fotocopia del passaporto firmato, consegnandolo di persona in Ambasciata in orari prefissati, oppure, scannerizzare il tutto e inviandolo per posta cartacea o per posta elettronica entro una data precisa, ricevere il plico per posta raccomandata e rispedire la scheda in tempo utile, il tutto affidato a un servizio postale che in Tunisia non garantisce tempistiche certe, anche per il fatto che sul territorio, nella maggior parte dei casi, non esistono numeri civici o, peggio, nomi delle vie.
Chi vive lontano dai grandi centri, chi si è trasferito da poco, chi ha una doppia cittadinanza e non ha mai avuto un contatto diretto con il Consolato, rischia concretamente di restare escluso dal voto non per disinteresse, ma per un disguido di consegna. Chiediamo agli italiani all'estero di partecipare attivamente alla vita della comunità, e poi li mettiamo davanti a un sistema che, di fatto, scoraggia proprio quella partecipazione. Nell'epoca dell'identità digitale, della PEC, dei sistemi di autenticazione elettronica ormai diffusi in tutti gli ambiti della vita pubblica, credo sia arrivato il momento di studiare seriamente un voto telematico sicuro, verificabile, e accessibile anche per le elezioni dei Comites.
Infine, un tema più generale ma non meno urgente: le competenze. I Comites hanno un ruolo importante ma limitato. Se vogliamo che questi organismi rappresentino davvero comunità sempre più numerose e articolate come quella italiana, serve una riforma che dia loro maggiore autonomia operativa, competenze più chiare, e soprattutto risorse economiche proporzionate alla realtà di oggi, non a quella di decenni fa.
E qui non posso tacere su un'ultima preoccupazione, forse la più seria di tutte. La nuova legge elettorale al voto la prossima settimana alla Camera, rischia di ridurre ulteriormente la rappresentanza degli italiani all'estero, proprio nel momento in cui questa comunità cresce e si rafforza. Con l'abolizione delle ripartizioni al Senato e la riduzione alla Camera, viene meno un principio fondamentale, quello della rappresentanza territoriale, che da oltre 20 anni è stato il cardine della rappresentanza parlamentare degli italiani all'estero.
È un controsenso che fatico a comprendere: gli italiani nel mondo iscritti Aire, sono quasi 7 milioni, quando fa comodo, siamo gli ambasciatori del Made in Italy, della nostra cultura, della nostra economia, del nostro modo di essere. Ridurre la rappresentanza degli italiani all'estero, proprio ora, significa indebolire chi porta l'Italia nel mondo senza chiedere quasi nulla in cambio, se non di essere ascoltato e rappresentato con dignità. Faccio un appello ai nostri parlamentari, fate un passo indietro, gli italiani residenti all’estero hanno un solo colore, quello della bandiera italiana. Quando si parla di italiani all’estero, troppo spesso si utilizza la parola emigrazione come se dietro ogni partenza ci fosse necessariamente, una sconfitta o il desiderio di lasciare l’Italia alle proprie spalle.
La realtà é molto più complessa, gli italiani che oggi si trasferiscono all’estero appartengono a generazioni diverse e hanno motivazioni profondamente differenti. Ci sono giovani che partono per studiare, professionisti che cercano nuove opportunità, imprenditori che vogliono internazionalizzare la propria attività, pensionati che decidono di vivere dove il costo della vita o le condizioni quotidiane possono essere più favorevoli. Non lasciamoli soli. (sandro fratini*\aise)
* Presidente Comites Tunisia