Comites: l’anello democratico debole della nostra rappresentatività all’estero – di Alessandro Boccaletti

ROMA\ aise\ - Ad oggi la legge 286 del 2003 ha determinato nel mondo la formazione di 115 Comitati Italiani all’Estero (in breve Com.It.Es.) elettivi e 3 consolari.
Sistemi consolidati pseudo politici centralizzati all’estero, ma diretti dall’Italia, che si sono sviluppati in più decenni e che in gran parte fanno a capo alle sigle patronali-sindacali in Italia, a causa di una legge imperfetta hanno un peso eccessivo nella composizione e direzione di questi Comites.
Il sistema attuale previsto dalla legge e di governance degli stessi porta al disconoscimento da parte delle nostre comunità all’estero del valore intrinseco di questa importante forma di rappresentanza circoscrizionale. La partecipazione al voto è quasi nulla, con il 2,9% di voti validi (dati 2021) e il peso delle candidature si concentra nelle reti patronali ed associative, limitando di fatto la democraticità degli stessi.
I Comites non sono dei castelli o protettorati di pochi, ma, se elettivi, devono obbligatoriamente essere espressione del popolo, con una conoscenza degli stessi, accessibilità, partecipazione e voto allargato su basi più ampie. L’articolo 23 dell’attuale legge, che va reso più flessibile, lascia la loro formazione, in giurisdizioni più complesse, alla discrezionalità del decreto con cui, previa approvazione del Ministero degli Esteri, vengono istituiti “Comites consolari”.
Come si possono rendere i Comites strumento più popolare e soprattutto espressione democratica allargata di una comunità circoscrizionale?
Un passo importante sarebbe quello di porre più visibilità rappresentativa, rimuovendo la voce “apartitica” dalla legge e permettendo la presentazione sia di liste civiche che politiche. L’elettore, in tal caso, avrà l’opportunità di esprimersi in scheda sia riconoscendo simboli politici ammessi in Italia che simboli civici riferibili a nomi e sigle riconoscibili nella circoscrizione elettorale estera. Dove questo, per ragioni o richiesta dello Stato estero non fosse possibile, allora, applicando l’articolo 23 dell’attuale legge, si dovrebbe lasciare la loro formazione e composizione alla discrezione del Ministero degli Esteri.
I Comites, in rappresentanza delle comunità all’estero, dovrebbero poi seguire direttive e interessi di Stato nella loro progettualità, seguendo il più possibile, nel loro finanziamento, le direttive del Governo.
Al fine di depurare i Comites dall’interferenza oggettiva dei patronati all’estero, che godono di vantaggi e privilegi disponendo di liste di cittadini ai quali vengono forniti servizi come da legge 152/2001, si dovrebbe porre l’incandidabilità della dirigenza e dipendenti degli stessi per almeno due anni.
Gli italiani in democrazia vogliono essere rappresentati nel modo più democratico possibile; i Comites devono poter essere riflesso di questa democraticità oggi assente e con una quasi nulla partecipazione del popolo.
Le ultime elezioni dei Comites, con un’affluenza del 2,9%, sono costate allo Stato oltre 9 milioni di euro, mentre alle politiche del 2022 hanno votato il 26,6% degli aventi diritto: i cittadini devono poter usufruire di sistemi di rappresentanza trasparenti, non centralizzati nel loro potere e controllo e soprattutto espressione di vera e forte democrazia. Oltre a una maggiore affluenza, si necessita di avere maggiore personalità del voto, cosa che può esservi solo con il voto in presenza espresso in seggi elettorali predisposti all’estero. Per risparmiare denaro pubblico, si potrebbe combinarli eventualmente ad altre elezioni, come le prossime politiche, così da ridurre i costi amministrativi. (alessandro boccaletti*\aise)
* consigliere Cgie – Lega Nord