Plenaria Cgie: gli ultimi spunti tra memoria e prospettive di rappresentanza

ROMA\ aise\ - Il Cgie tra passato e futuro, tra memoria e progetti. Così si è chiusa, dopo cinque giorni romani, l’assemblea plenaria del Cgie, che oggi ha ripercorso la storia della rappresentanza degli italiani all’estero attraverso l’appassionata relazione affidata alla vice segretaria generale Silvana Mangione.
Emozionata quando ha ricordato di essere seduta in quella stessa sala del Cnel – qui si è tenuta l’ultima sessione di lavori – nel lontano 1988, durante i lavori preparatori della prima Conferenza nazionale sull’emigrazione. Rigorosa e precisa nel ricordare una “storia incredibile”, un “lungo percorso” cominciato ufficialmente con la Legge consolare del 25 gennaio 1866, che all’art.181 istituiva la rappresentanza della colonia del Regno d’Italia. Legge peraltro che mai ebbe applicazione. Al 1936/37 risale la nascita dei Coasit e al 1944 quella dei Comitati di Consulenza Consolare, i prodromi dei Comites.
Nel tempo, dalla monarchia alla repubblica passando per la dittatura, ogni governo ha organizzato nella propria struttura una direzione che si occupasse di italiani all’estero e tanti sono stati i congressi legati all’emigrazione. “La danza delle occasioni altisonanti”, ma senza seguiti concreti, si fermò quando scese in campo il Cnel, ha ricordato Mangione. Era il 25 marzo 1966 e l’allora presidente Pietro Campilli della DC affidò alla Commissione per il lavoro l’incarico di studiare i problemi legati all’emigrazione per formulare “problemi e proposte”. Nello studio, pubblicato nel 1970, si parlava già di “fuga dei cervelli”, soprattutto verso il Nord America. Fu sempre il Cnel a suggerire la creazione delle Consulte regionali dell’emigrazione, nonché la Conferenza nazionale sull’emigrazione ad opera del governo, che si tenne nel 1975.
Passarono altri 10 anni prima della nascita, nel 1985, dei Coemit, Comitati dell’emigrazione italiana, che furono eletti solo l’anno seguente, ma non in tutti i Paesi: alcuni Stati infatti non consentirono le votazioni.
Nel 1987 Giulio Andreotti, a capo della Farnesina, convocò la Conferenza dell’insegnamento dell’italiano all’estero ed “evidentemente i risultati gli piacquero”, ha osservato Mangione, perché 1987 indisse la seconda Conferenza nazionale - questa volta - dell’emigrazione. Mangione era allora presidente del Coemit di New York e ricorda di aver lavorato al Cnel per quasi un anno “a ritmi frenetici”. La conferenza si tenne nel dicembre 1988, quando fu varata una proposta di legge istitutiva del Cgie. La legge n.368 fu approvata il 6 novembre 1989 ma il Cgie fu eletto e nominato per la prima volta solo nel 1991. Si insediò il 13 dicembre nella Sala Conferenze Internazionale della Palazzo della Farnesina: allora era di 94 consiglieri, di cui 65 eletti all’estero e 29 di nomina governativa.
“Facemmo un ottimo lavoro”, ha rivendicato Silvana Mangione. “Il Cgie divenne un organo propulsore” e “si aprì la stagione delle conferenze tematiche”: quella dell’insegnamento dell’italiano all’estero nel 1996 e quello delle donne in emigrazione nel 1997. Poi è arrivata la “lunghissima battaglia del voto”, iniziata per la verità già all’interno dell’Assemblea Costituente. Argomento troppo complesso, fu rinviato ad una “successiva legislazione ordinaria”, che non arrivò mai nonostante 44 proposte di legge presentate.
Il primo atto del primo CdP del Cgie era stata l’approvazione del decalogo che al primo punto aveva la battaglia per il diritto di voto. Principio che già nel 1988 fu inserito negli atti del seminario di preparazione alla Conferenza dell’emigrazione.
Nel 1993/94 il governo Ciampi “si appassionò alla questione” ed emerse la necessità di una modifica istituzionale. La “luce in fondo al tunnel” si vide nel 1996, grazie anche a Mirko Tremaglia, che, dopo la legge istituiva dell’Aire, impegnò governo e parlamento ad approvare la normativa relativa all’esercizio di voto estero. Con “un paziente lavoro di confronto e persuasione”, anche a livello diplomatico - Canada e Australia erano inizialmente contrari - finalmente il 17 gennaio 2000 l’inserimento del comma 3 nel Titolo 4 della Costituzione istituì la circoscrizione estero. Le modifiche agli art.56 e 57 sul numero dei seggi resero effettivo il voto, approvato nel gennaio 2001. La cosiddetta legge Tremaglia fu approvata nel dicembre 2001. “Erano passati 48 anni dall’entrata in vigore della più bella Costituzione, che è la nostra”, ha concluso Mangione.
Tutti grati alla vice segretaria per la sua relazione, che sarà poi condivisa. Gianluigi Ferretti (Ugl) ha voluto rimarcare il contributo di Tremaglia, ma anche quello di Lando Ferretti (Msi): sua fu nel 1965 la prima proposta al parlamento italiano per il voto all’estero. “Purtroppo allora tutte le forze politiche si dichiararono contrarie”. Poi il voto arrivò grazie all’accordo fra Tremaglia, Di Matteo della Dc e il “nostro collega” Claudio Micheloni, allora consigliere del Cgie, ha aggiunto Ferretti.
Dal passato al futuro: il progetto L’Europa in Movimento, con la creazione di un’agenzia europea dedicata ai cittadini in mobilità, alle politiche sociali, al lavoro e ai diritti civili e politici, è stato l’ultimo tema affrontato oggi dall’assemblea plenaria del Cgie, prima che si sciogliessero le righe. Un tema da sviscerare in maniera più concreta e organica durante la prossima plenaria per “ragionare”, come ha spiegato Maria Chiara Prodi, “con le diaspore europee per comunicare l’essere cittadini europei fuori dall’Europa”. Sono infatti 18 milioni gli europei che vivono fuori dal proprio Paese di nascita, 30 milioni gli europei fuori dall’Unione e, fra questi, 4 milioni sono gli italiani. Di fronte a questi dati risulta fondamentale “riconoscere che lo sforzo fatto per istituzionalizzare le nostre diaspore rappresenta un valore aggiunto” al fine di ”rendere esigibili i diritti connessi alla cittadinanza europea”. Il primo passo è quello del confronto con le altre diaspore e all’interno del Cgie, di cui una prossima assemblea consentirà di raccogliere gli orientamenti.
Non è certo che la plenaria si terrà in questa consiliatura e dunque non è certo che tutti i consiglieri presenti in questi giorni saranno nuovamente a Roma a discutere di Europa in Movimento e di tutti gli altri temi cari al Cgie. Con questa consapevolezza e con un po’ di amarezza, Vincenzo Arcobelli (Usa) è intervenuto auspicando “continuità” nei contenuti, “ma con un modus operandi diverso, più imparziale e trasparente”. Poi la stoccata: “se dicessimo che in questi anni è andato tutto bene saremmo degli ipocriti”, ha detto, criticando apertamente la gestione del CdP e della segretaria generale. “Io sento di aver fallito”, ha aggiunto, “perché non si è data continuità alle riforme”; e anche quando si è lavorato “tutti insieme”, in due consiliature “non abbiamo ottenuto nulla”.
La pensano così anche Francesco Papandrea (Australia) – “abbiamo parlato tanto ma fatto poco” – e Carmelo Vaccaro (Svizzera) – “bisogna avere la volontà politica di portare questo Cgie in alto” –; e anche per Silvana Mangione (Usa) “Arcobelli ha sollevato un punto fondamentale”: “non siamo riusciti a sfondare i muri”, ha ammesso la vice segretaria generale. “Non dico che non sia colpa nostra, ma neanche che sia colpa nostra, perché non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Evidentemente”, ha osservato, “le priorità dei governi che si sono succeduti non hanno sempre coinciso con le necessità degli italiani all’estero”. Peggio: “non c’è più nemmeno il sostegno del Ministero degli Affari Esteri”, con cui invece bisogna “ritrovare il dialogo”, perché è lì che “ci si spalancano le porte”.
Ha mantenuti i toni pacati e concilianti nella sua replica Maria Chiara Prodi, che però è stata altrettanto diretta: “noi non siamo il potere legislativo”, ha detto, “siamo volontari, diamo consigli e abbiamo bisogno di qualcuno che ci ascolti e che metta in atto i nostri consigli”. Per questo non possiamo “vergognarci per non aver raggiunto risultati”. Piuttosto “abbiamo capito come lavorare insieme”, superando le prima brusche “incomprensioni” e ora, ha invitato Prodi, dobbiamo continuare a “fare sistema”. “Gli interlocutori con cui tenere il filo sono tanti” e, se chiamati, rispondono, ha osservato Prodi facendo riferimento alle consulte e ai parlamentari che sempre hanno condiviso i lavori del Cgie. “Nei prossimi mesi vi chiedo di aiutarci a tenere questo filo”.
Nel frattempo “non possiamo guardare con strumenti vecchi una realtà che è cambiata”, ha rilevato la segretaria generale del Cgie. “Le nostre forme di rappresentanza erano fondate su forze che si possono costruire nel tempo e che la capacità di partecipazione contemporanea mette in crisi”. La “sfida” del Cgie è quella di portare al prossimo voto, quello per il rinnovo dei Comites prima e del Cgie poi, “molta più gente”. “Se la soglia di partecipazione sarà bassa, la legittimità potrà essere messa in discussione”. (r.aronica\aise)