Andemo in Merica: un secolo e mezzo di emigrazione veneta e friulana in Brasile e Argentina nel libro di Francesco Jori

ROMA\ aise\ - Ci sono libri che non si limitano a raccontare un pezzo di storia, lo restituiscono alla comunità che l’ha vissuta e a quella che oggi ne ha bisogno. “Andemo in Merica”, di Francesco Jori, è uno di quei libri. Attraverso un linguaggio semplice ma rigoroso, Jori ricostruisce un secolo e mezzo di emigrazione veneta e friulana verso il Brasile e l’Argentina, riportando alla luce una memoria collettiva che troppo spesso abbiamo lasciato scivolare ai margini.
“Leggere queste pagine – ha spiegato il Centro Studi sull’Emigrazione CSER - significa entrare in un passato che non è affatto lontano: è il passato dei nostri nonni, delle nostre famiglie, dei territori che ancora portano le tracce di quelle partenze. È un libro che ci invita a riflettere su chi eravamo, su chi siamo diventati e su come guardiamo oggi a chi arriva da altrove”.
Jori lo dice chiaramente nel libro: l’emigrazione veneta e friulana non fu una scelta individuale, ma un fenomeno sociale. Un movimento di massa. Un esodo. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, milioni di persone lasciarono il Nordest. Non per avventura, ma per sopravvivenza. “La sociologia ci insegna che quando un’intera comunità si muove, non è mai per caso. È perché le strutture economiche, politiche e culturali non reggono più”, ha proseguito il CSER, secondo cui “la cosa bella di questo libro è che non si limita a elencare cause e dati, ma ti butta dentro alle storie delle persone. Ti fa capire che essere poveri non significa solo non avere soldi, ma è qualcosa che ti porti dentro, che ti cambia la testa e il modo di vederti. Ti fa proprio sentire lo schiaffo di una parola come “bisnenti”… due volte niente. Un termine che ti toglie il fiato, ma che spiega le cose molto meglio di mille statistiche”.
Le pagine dedicate al viaggio ci immerge nel racconto, sono tra le più forti. Non c’è retorica, non c’è eroismo. C’è “la verità”, anche quando è cruda e brutale. Navi sovraffollate, malattie, inganni, speranze che si sgretolano appena si mette piede in Brasile. Gli italiani arrivavano a un paese che aveva appena abolito la schiavitù, e venivano inseriti in sistemi che cercava manodopera a basso costo. Non erano schiavi, ma non erano liberi. Erano necessari e sostituibili.
Eppure, ed è qui che il libro diventa quasi antropologico, le comunità venete e friulane non si dissolsero. Ricostruirono legami, rituali, feste, parole. Il taliàn è ancora parlato in molte zone del Brasile. È una lingua che non esiste nei dizionari, ma esiste nelle case, nei cortili, nelle memorie. È una lingua che racconta la forza di una comunità che non ha mai smesso di sentirsi tale.
C’è un passaggio del libro che colpisce: la città con più italiani al mondo non è in Italia. È San Paolo del Brasile. Questo dato, che sembra quasi una curiosità, è in realtà una chiave di lettura politica. Significa che l’Italia è più grande dei suoi confini. Significa che la nostra identità è diasporica, plurale, mobile. E significa anche che gli italiani all’estero hanno contribuito enormemente allo sviluppo dei Paesi che li hanno accolti: agricoltura, artigianato, industria, cooperazione, mutualismo. Questa parte del libro dialoga perfettamente con la recensione fatta dallo CSER, dedicata alla Migrazione italiana in Brasile e Argentina, in qui spiega le reti di mutuo soccorso, la fraternità, le comunità religiose che sostenevano gli emigranti, tutto questo ritorna nelle pagine di Jori come un filo che unisce passato e presente.
C’è una domanda che attraversa tutto il libro, anche quando non viene detta: come può un Paese che è stato migrante per un secolo e mezzo avere oggi tanta difficoltà ad accettare chi arriva da fuori? È un paradosso che fa male. E che ci riguarda tutti. La sociologia ci dice che le società che rimuovono la propria storia migratoria tendono a costruire narrazioni difensive sulla propria identità. L’Italia, oggi, vive esattamente questo. E forse è proprio per questo che libri come “Andemo in Merica” sono necessari: perché ci obbligano a guardare la nostra storia negli occhi. (aise)