Ciao Daniele, collega instancabile – di Gabriella Ferrero

foto dal profilo X @CompatangeloUSA
WASHINGTON\ aise\ - Se ne va un collega. Ma soprattutto se ne va uno di quei colleghi che sembravano esserci sempre.
Daniele Compatangelo era una presenza quasi quotidiana alla Casa Bianca. Pochissimi erano i giorni in cui decideva di prendersi un po’ di tempo per sé, di allontanarsi da quella macchina inesauribile di briefing, dichiarazioni, incontri, partenze presidenziali e notizie che scandisce la vita di chi racconta Washington.
Daniele c’era. Sempre.
Con il tempo era diventato anche un punto di riferimento per moltissime testate straniere e per tanti colleghi, collaboratori e corrispondenti che dalla Casa Bianca raccontano gli Stati Uniti al resto del mondo. Conosceva le dinamiche, le persone, i tempi, i corridoi. E aveva costruito, giorno dopo giorno, il proprio spazio.
Fare il giornalista era il suo sogno sin da ragazzo. La sua storia professionale comincia a Torino, la nostra città, e passa anche attraverso le Olimpiadi invernali del 2006. Poi arriva la scelta che cambia tutto: lasciare l’Italia e attraversare l’oceano.
Prima Los Angeles. È lì che Daniele comincia davvero a costruire le basi delle sue corrispondenze dagli Stati Uniti e fonda la sua prima società. Racconta Hollywood, segue la notte degli Oscar, il mondo dello spettacolo e le vicende che negli anni hanno fatto discutere l’America e l’Europa, comprese quelle legate a Meghan Markle e al principe Harry.
Le nostre carriere, in qualche modo, si sono sempre rincorse. Venivamo dalla stessa città e Daniele, quasi sempre, arrivava un po’ prima di me nei luoghi che sarebbero poi diventati anche parte della mia vita professionale. Torino, Los Angeles, infine Washington. Mi ha sempre preceduta di qualche passo lungo un percorso che, con modalità diverse, ci ha portati entrambi a raccontare l’America.
Poi Daniele sceglie di spostare il proprio baricentro professionale verso la politica.
Arriva a Washington, D.C., e comincia una nuova fase. La Casa Bianca diventa progressivamente il centro del suo lavoro. Arrivano le collaborazioni con grandi realtà dell’informazione italiana, dalla Rai a La7 fino a Mediaset e ad altre testate. Ma nel frattempo nasce anche qualcosa di diverso: nasce, in qualche modo, “Daniele Compatangelo” come personaggio televisivo. Perché il suo stile era immediatamente riconoscibile. Non aveva quella necessità di apparire eccessivamente serioso che talvolta accompagna chi racconta i palazzi della politica. Daniele conservava una cifra personale, ironica, diretta, capace di alleggerire senza banalizzare. Sapeva raccontare Washington senza trasformarla necessariamente in un luogo distante e inaccessibile. E forse proprio per questo era diventato così riconoscibile.
Negli ultimi tempi il suo nome aveva raggiunto ancora più pubblico grazie a una delle notizie che aveva maggiormente fatto parlare l’Italia: la telefonata con Donald Trump e le dichiarazioni riguardanti Giorgia Meloni. Uno scoop che aveva ulteriormente consolidato la sua posizione tra i corrispondenti italiani più riconoscibili negli Stati Uniti.
Ma oggi, davanti alla sua morte, tutto questo assume un significato diverso. Perché se ne va soprattutto un ragazzo che aveva sognato di fare il giornalista e che, per diventarlo davvero, aveva avuto il coraggio di partire. Aveva scelto quell’America che, nel bene e nel male, continua a rappresentare per tanti il luogo nel quale provare a reinventarsi. Un Paese che a Daniele, in qualche modo, aveva mantenuto la sua promessa: gli aveva permesso di realizzare uno dei sogni più importanti della sua vita.
Gli aveva permesso di arrivare fin dentro la Casa Bianca. Di essere lì, giorno dopo giorno, a raccontare il centro del potere americano. Una promessa mantenuta, però, a un prezzo che oggi appare terribilmente, incomprensibilmente troppo alto.
Daniele era instancabile. E negli ultimi anni aveva contribuito anche a creare una dinamica nuova nel modo di raccontare la Casa Bianca al pubblico italiano. Era diventato una presenza familiare per chi lo vedeva apparire continuamente in televisione, spesso davanti a quel luogo che aveva inseguito professionalmente per una vita intera.
Raccontava quello che l’America mostra. E cercava di raccontare anche quello che l’America, qualche volta, preferirebbe non mostrare. È questo, in fondo, il compito di un giornalista.
Oggi resta il vuoto di una presenza che sembrava scontata proprio perché era costante. Resta l’immagine di Daniele davanti alla Casa Bianca, con il microfono in mano, pronto per l’ennesimo collegamento. Resta il collega incontrato ancora una volta nei luoghi nei quali si scrive la storia.
Ma soprattutto resta la storia di qualcuno che non si è arreso. Di un ragazzo partito da Torino che ha inseguito ostinatamente il proprio posto nel mondo fino a trovarlo dall’altra parte dell’oceano.
Ciao Daniele. Forse adesso toccherà a te guardarci da lassù, mentre noi continueremo a correre dietro alle notizie, ai briefing, alle dirette e alle storie. E magari, da lassù, potrai ancora insegnarci qualcosa.
Ci lasci soprattutto la lezione di chi ha creduto fino in fondo nel proprio sogno, di chi non si è arreso davanti alle difficoltà e ha combattuto per costruire, giorno dopo giorno, il proprio posto nel mondo.
Quel posto Daniele lo aveva trovato. (gabriella ferrero\aise)