Cittadinanza/ CIM: la sentenza della Consulta una ferita storica per gli italiani nel mondo

ROMA\ aise\ - “Profonda indignazione” e “ferma contrarietà”: questa la reazione della Confederazione Italiani nel Mondo – CIM alla lettura della sentenza numero 63 – depositata il 30 aprile scorso - con cui la Corte costituzionale ha respinto le questioni di legittimità costituzionale sulla nuova legge sulla cittadinanza (74/2025) poste dal Tribunale di Torino. Con la sentenza – già annunciata a marzo, di cui solo dal 30 aprile è possibile leggere le motivazioni – la Corte ha dichiarato le questioni in parte non fondate e in parte inammissibili, confermando quindi l’impianto della nuova disciplina restrittiva sul riconoscimento della cittadinanza italiana per discendenza.
Per la CIM la decisione rappresenta “un grave arretramento culturale, giuridico e politico nei confronti di milioni di discendenti italiani nel mondo, i quali hanno custodito per generazioni lingua, memoria, identità, sacrificio familiare e appartenenza nazionale, spesso molto più di quanto lo Stato italiano abbia saputo riconoscere, proteggere e valorizzare. La nuova disciplina – ricorda la CIM – stabilisce che chi è nato all’estero, anche prima dell’entrata in vigore della norma, ed è in possesso di altra cittadinanza, è considerato come se non avesse mai acquistato la cittadinanza italiana, salvo specifiche eccezioni. Tra queste: domanda presentata entro le ore 23:59 del 27 marzo 2025, genitore o nonno esclusivamente cittadino italiano, oppure genitore residente in Italia per almeno due anni continuativi dopo l’acquisto della cittadinanza e prima della nascita del figlio”.
Per la Confederazione, “questa impostazione rappresenta una frattura profonda con la storia dell’emigrazione italiana. Non si può liquidare con una formula tecnico-giuridica il rapporto tra l’Italia e i suoi figli nel mondo”, annota la CIM. “Non si può ridurre la cittadinanza a un mero criterio amministrativo di “effettività”, ignorando che l’effettività dell’appartenenza italiana è stata costruita per oltre un secolo nelle famiglie, nelle associazioni, nei circoli, nelle camere di commercio, nelle scuole, nelle comunità e nei territori dell’emigrazione”.
La Corte, si legge ancora nella nota della CIM, “ha ritenuto che la norma configuri una “preclusione originaria all’acquisto” e non una revoca dello status, sostenendo che il legislatore abbia realizzato un bilanciamento non irragionevole tra effettività della cittadinanza e affidamento dei destinatari. La CIM prende atto della decisione, ma ne contesta radicalmente l’impianto politico e culturale. Chiamare “preclusione originaria” ciò che, nella realtà concreta, cancella aspettative giuridiche, identitarie e familiari maturate per generazioni, significa adottare una visione fredda e burocratica della cittadinanza italiana”.
La cittadinanza italiana per discendenza – sottolinea la nota – “non è mai stata un privilegio artificiale. È stata, per decenni, il riconoscimento giuridico di una continuità storica. Una continuità nata dal dolore dell’emigrazione, dal lavoro degli italiani all’estero, dal sacrificio di famiglie che hanno lasciato l’Italia per necessità e non per scelta, ma che non hanno mai smesso di sentirsi italiane”. La Confederazione, quindi, “denuncia con forza il rischio che questa decisione venga interpretata come una legittimazione definitiva di una politica di chiusura verso gli italiani nel mondo. Sarebbe un errore gravissimo. La Corte costituzionale si è pronunciata sulla compatibilità costituzionale della norma, ma la responsabilità politica resta interamente nelle mani del Parlamento e del Governo”.
Alla luce della sentenza, la CIM ha sintetizzato 5 proposte.
La prima riguarda “l’immediata apertura di un tavolo nazionale permanente sulla cittadinanza italiana all’estero, con la partecipazione delle rappresentanze degli italiani nel mondo, delle associazioni, dei Comites, del CGIE e delle organizzazioni maggiormente rappresentative”. In secondo luogo, occorre “una revisione legislativa urgente della disciplina introdotta dal DL 36/2025, affinché siano tutelati non solo coloro che avevano già presentato domanda, ma anche i discendenti che avevano maturato un legittimo affidamento sulla normativa precedente”.
La CIM, poi, chiede “l’introduzione di criteri equilibrati e non punitivi, capaci di distinguere gli abusi e le pratiche speculative dai percorsi autentici di ritorno, appartenenza, investimento, formazione, residenza e ricongiungimento culturale con l’Italia” e “il rafforzamento degli strumenti di collegamento reale con l’Italia, attraverso percorsi di lingua, formazione, residenza, servizio civile, turismo delle radici, investimenti territoriali e partecipazione alla vita economica e sociale dei comuni italiani”. Infine, occorre “una politica nazionale per il ritorno degli italiani nel mondo, che non tratti i discendenti italiani come un problema amministrativo, ma come una risorsa strategica per il futuro demografico, culturale ed economico del Paese”.
“È inaccettabile – conclude la nota – che, mentre l’Italia affronta spopolamento, crisi demografica, desertificazione dei borghi, carenza di giovani, mancanza di forza lavoro qualificata e indebolimento delle comunità interne, lo Stato scelga di chiudere la porta proprio a milioni di persone che chiedono di riavvicinarsi all’Italia in nome di una storia familiare, culturale e identitaria reale”. (aise)