Crescere expat: alla Camera la presentazione del libro che racconta la vita delle famiglie italiane expat

ROMA\ aise\ - Un libro che racconta la vita delle famiglie italiane expat. Famiglie che negli ultimi vent’anni sono diventate, tra quelle iscritte all’AIRE, oltre 1 milione e 700mila. 123mila sono invece le persone che sono partite nel solo 2024, di cui 15mila bambini e ragazzi minorenni a seguito delle loro famiglie. Inoltre, almeno 25mila nuovi piccoli italiani (il numero è purtroppo incerto) nascono ogni anno in giro per il mondo: sono soprattutto figli di persone recentemente espatriate. Bastano questi numeri per far capire l’enorme raggio d’azione di cui parla “Crescere expat. Famiglie italiane in giro per il mondo”, il libro di Eleonora Voltolina che dopo essere uscito il 20 febbraio per la collana “Quaderni Migrantes” della Tau editrice, realizzata con la Fondazione Migrantes, verrà presentato giovedì prossimo, 12 marzo, alle ore 16.00, alla Camera dei deputati.
A dialogo con l’autrice durante la presentazione ci saranno mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale Fondazione Migrantes, e Toni Ricciardi, deputato del Pd eletto in Europa.
In questo libro la giornalista Eleonora Voltolina raccoglie le storie di tanti genitori italiani all’estero: Erika, che si è lasciata alle spalle Torino per l’Australia, e racconta che il marito va a fare surf sull’oceano ogni mattina prima di andare in ufficio; ma anche che soffre perché suo padre, non potendo prendere l’aereo, in dodici anni non è mai potuto andare a trovarla. Francesco, che dopo aver vissuto in mezzo mondo si è innamorato di una donna greca, e adesso vive a Londra con lei e un figlio che a quattro anni parla già fluentemente tre lingue. Giulia, che è partita con il suo compagno dall’Emilia Romagna, ha avuto il primo figlio in Danimarca e la seconda in Portogallo, e racconta le due esperienze molto diverse anche per il diverso approccio culturale alla maternità.
Oltre trenta istantanee per offrire uno spazio di rappresentanza alla sterminata varietà di queste situazioni: “Famiglie che vivono dall’altra parte del mondo, e che per tornare in Italia si devono fare trenta ore di volo, e famiglie che vivono giusto al di là del confine. Famiglie tradizionali, famiglie allargate e ricomposte, famiglie monogenitoriali, famiglie arcobaleno”.
Le storie sono intrecciate ai risultati di una ricerca cui hanno partecipato oltre 1.200 genitori italiani residenti all’estero, realizzata grazie al sostegno della Fondazione Migrantes che ogni anno pubblica il Rapporto Italiani nel Mondo: nell’edizione 2025, uscita lo scorso novembre, un saggio dava un piccolo assaggio dei risultati.
Nella prefazione di “Crescere expat”, Maria Chiara Prodi – segretaria generale del Consiglio generale degli italiani all’estero, e a sua volta mamma italiana di stanza a Parigi – sottolinea come sia importante “tenere insieme dati aggregati e intimità delle esperienze”, andando a ricercare anche “alcuni “universali”, necessari per costruire finalmente delle autostrade di senso in cui ritrovarci e riconoscerci”.
“Le comunità delle cittadine e dei cittadini italiani che risiedono all’estero sono e devono essere considerate come parte dinamica, attiva e imprescindibile dell’Italia” scrive nella postfazione mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della Fondazione Migrantes: “Per questo le famiglie vanno tutelate, ascoltate, rese partecipi. Come fa questo libro”, disegnando un affresco di come si crescono “figli italiani lontano dall’Italia” e toccando molti temi. Alcuni spesso già discussi, come l’integrazione e la costruzione di identità “multinazionali”, il costo dei figli e il sostegno statale, l’importanza e complessità di non dimenticare l’italiano, o la diversità nei sistemi e nei calendari scolastici. Altri ancora poco esplorati, come il rapporto con i nonni. Perché la decisione di vivere all’estero ha anche un impatto sulle famiglie d’origine, e rende più complessa la costruzione dei legami intergenerazionali.
La stessa Voltolina, che dal 2020 è residente in Svizzera con la sua famiglia, confida che il trasferimento ha comportato la “necessità di pianificare meglio e con più cura le occasioni di contatto tra nonni italiani e nipote transfuga, e contrastare la malinconia dell’accresciuta distanza”. (aise)