La rappresentanza smarrita nei grandi collegi della Circoscrizione Estero - di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - La Circoscrizione Estero è una delle più audaci invenzioni della nostra democrazia costituzionale. Nata dall’idea che la cittadinanza italiana non si esaurisca entro i confini dello Stato, ma continui a vivere nelle comunità disseminate nel mondo, essa ha cercato di dare forma politica a una realtà storica che precede la Repubblica stessa: l’Italia delle partenze, della diaspora, delle appartenenze plurime, delle fedeltà lunghe, delle radici che non si spezzano con la distanza. La revisione costituzionale che ha introdotto il voto degli italiani all’estero ha così voluto riconoscere, sul piano del diritto, ciò che la storia aveva già scolpito nella carne viva della nazione: l’esistenza di un popolo italiano più vasto del territorio della Repubblica.
E tuttavia proprio qui si annida il paradosso. Perché ogni rappresentanza politica vive di una tensione delicata tra principio e concretezza, tra universalità del diritto e possibilità reale della relazione. Eleggere non significa soltanto contare voti e trasformarli in seggi; significa istituire un rapporto, rendere visibile un legame, creare una responsabilità reciproca tra chi affida il mandato e chi è chiamato a esercitarlo. La grande lezione della teoria politica moderna, da Burke sino alle riflessioni novecentesche sulla rappresentanza, sta proprio nel ricordarci che il rappresentante non è un semplice delegato meccanico né una figura astratta sospesa sopra la società, ma il punto di intersezione tra volontà popolare, istituzioni e storia.
Quando però il collegio elettorale cresce oltre una certa misura, quando la sua estensione geografica, sociale e culturale diventa smisurata, quel rapporto tende a indebolirsi. Il collegio non è mai una cornice neutra: è il luogo nel quale il rappresentante dovrebbe essere riconosciuto, ascoltato, giudicato; è lo spazio simbolico e materiale in cui l’elettore può maturare la percezione di non essere una semplice unità statistica, ma parte di una comunità politica che si dà una voce. Se il collegio si dilata fino a diventare un arcipelago sconfinato, o peggio una pura astrazione cartografica, questa riconoscibilità si rarefà, la relazione si assottiglia, la rappresentanza rischia di trasformarsi in una funzione senza volto.
È precisamente questo il nodo che la riforma della Circoscrizione Estero ripropone con forza. L’accorpamento delle ripartizioni extraeuropee in una sola macro-area, che unisce Americhe, Africa, Asia, Oceania e Antartide, risponde certamente a un’esigenza di semplificazione tecnica e di razionalizzazione del sistema. Ma la semplificazione amministrativa non coincide necessariamente con il rafforzamento della rappresentanza politica. Anzi, talvolta produce l’effetto opposto: rende più ordinato il disegno normativo, mentre rende più fragile la relazione democratica che quel disegno dovrebbe custodire.
Un collegio così vasto è, in verità, più simile a una geografia del mondo che a uno spazio politico effettivamente abitabile. Si chiede allo stesso rappresentante di interpretare la memoria dell’emigrazione storica sudamericana, le esigenze professionali delle nuove mobilità nordamericane, le difficoltà dei connazionali residenti in Paesi con amministrazioni fragili, le domande identitarie delle piccole comunità in Asia o in Oceania. Si concentra in pochissimi seggi un universo umano e sociale vastissimo, come se la mera cittadinanza bastasse, da sola, a rendere omogenee esperienze che la storia ha differenziato profondamente.
Da questo punto di vista, la riforma porta alla luce una contraddizione che attraversa tutte le democrazie contemporanee, ma che nella Circoscrizione Estero assume una forma quasi esemplare: mentre la società si globalizza, la rappresentanza rischia di perdere la sua presa concreta sui luoghi reali della vita. L’eletto finisce per essere “globale”, costretto a parlare a nome di una pluralità immensa e discontinua; l’elettore resta irrimediabilmente “locale”, immerso in problemi quotidiani che hanno il volto di un consolato inefficiente, di un plico che non arriva, di un’identità civica vissuta nel silenzio di una comunità lontana dai grandi centri dell’attenzione politica.
Qui il punto non è contestare in astratto la dimensione sovranazionale della rappresentanza. Al contrario: proprio la storia italiana mostra quanto sia prezioso riconoscere una soggettività politica alle comunità emigrate. Il punto è domandarsi se la forma scelta consenta ancora un rapporto credibile tra eletti ed elettori. In un collegio troppo grande, il rappresentante tende inevitabilmente a dipendere più dalle strutture di partito, dalle reti organizzate, dai centri di mediazione politico-associativa, che da un contatto diretto con la pluralità degli elettori. E l’elettore, a sua volta, tende a conoscere il rappresentante in modo sempre più mediato, intermittente, quasi virtuale: non attraverso una relazione politica continuativa, ma tramite simboli, campagne, appartenenze riflesse.
Si dirà che questo è il destino delle democrazie di massa, e in parte è vero. Ma nella Circoscrizione Estero il fenomeno viene esasperato. Non siamo soltanto di fronte a collegi ampi; siamo di fronte a collegi antropologicamente dispersi, storicamente diseguali, logisticamente imprendibili. Per questo la questione della rappresentanza non può essere ridotta a un problema di ingegneria elettorale. È, prima ancora, una questione di filosofia pubblica: quale rapporto vogliamo istituire tra cittadinanza e istituzioni in una società globale? Vogliamo una rappresentanza solo formalmente inclusiva, o una rappresentanza effettivamente capace di dare ascolto, visibilità e voce?
In questa prospettiva, anche gli aspetti apparentemente più tecnici della riforma – la distinzione più netta tra Camera e Senato, la diversa disciplina delle preferenze, il riassetto delle ripartizioni, la riorganizzazione degli uffici competenti – non sono meri dettagli procedurali. Essi incidono sul modo in cui la rappresentanza viene percepita e vissuta. Una preferenza espressa in un collegio smisurato può restare un gesto isolato se non si innesta in una relazione riconoscibile; un senatore eletto su scala di intera Circoscrizione Estero può acquistare maggiore peso politico generale, ma rischia di perdere radicamento nelle concrete articolazioni delle comunità che lo hanno votato.
La verità è che la democrazia rappresentativa non si consuma nel momento elettorale, ma nella possibilità che quel momento apra un circuito di responsabilità. Se questo circuito si spezza, o si affievolisce fino quasi a scomparire, la rappresentanza resta formalmente intatta e sostanzialmente impoverita. Ed è precisamente qui che il tema dei grandi collegi interpella non solo il costituzionalista o il politologo, ma la coscienza democratica di un Paese. Perché una democrazia che amplia i propri spazi giuridici ma restringe i propri spazi relazionali rischia di produrre cittadini astrattamente titolari di diritti, ma concretamente lontani dai luoghi in cui quei diritti prendono parola e forma.
Questa riforma, così come è costruita, sembra blindata e difficilmente aprirà spazi di autentico ripensamento. Eppure sarebbe decisivo che una riflessione ampia e libera nascesse dalla società civile e dal mondo accademico, per sollecitare il legislatore a schierarsi dalla parte di una rappresentanza effettiva ed efficace, all’altezza di una società ormai pienamente globale. (gianni lattanzio*\aise)
*Segretario generale Istituto Cooperazione Paesi Esteri (ICPE)