Oltre le frontiere: a Napoli le Missioni cattoliche italiane in Germania guardano al futuro

NAPOLI\ aise\ – “Oltre le frontiere. Essere Chiesa ovunque tu vada” non è soltanto il titolo del Convegno nazionale delle Missioni cattoliche italiane in Germania, in corso a Napoli. È soprattutto una domanda rivolta alla Chiesa e a chi ogni giorno vive e accompagna le comunità italiane all’estero: come continuare a essere presenza, punto di riferimento e casa per le persone in movimento, senza rimanere prigionieri del passato?
È questo il filo conduttore delle giornate di riflessione che riuniscono a Napoli sacerdoti, religiose, operatori pastorali e laici impegnati nelle Missioni cattoliche italiane in Germania, con la collaborazione della Fondazione Migrantes e della Conferenza Episcopale Campana.
Ad aprire i lavori è stato monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes, che ha richiamato il valore di una Chiesa capace di accompagnare le persone nei loro percorsi di vita. “Ovunque tu vada, la Chiesa è con te” è il messaggio che attraversa il suo intervento: chi parte non lascia indietro la propria fede e, nello stesso tempo, ha bisogno di incontrare comunità capaci di accogliere, ascoltare e sostenere.
Felicolo ha ricordato come la mobilità italiana abbia una lunga storia alle spalle, ma continui a trasformarsi. Alle generazioni partite decenni fa si affiancano oggi giovani professionisti, famiglie, nuove generazioni nate all’estero e persone che vivono esperienze migratorie molto diverse da quelle del passato. Per questo, ha sottolineato, non basta conoscere i fenomeni migratori: occorre incontrare e accompagnare le persone, creando spazi di dialogo e di prossimità.
Un’attenzione particolare è stata dedicata alla situazione delle Missioni in Germania, dove il numero dei sacerdoti diminuisce e le comunità devono interrogarsi sul proprio futuro. La sfida non è soltanto organizzativa, ma pastorale: comprendere come continuare a essere presenza significativa in una realtà sociale ed ecclesiale profondamente cambiata.
Sulla stessa linea l’intervento di Antonio Bonifacio, coordinatore Migrantes della Campania, che ha ricordato come la migrazione non sia semplicemente uno spostamento geografico, ma un viaggio umano, familiare e spirituale. Chi parte porta con sé bisogni concreti, ma anche domande, fragilità, fede e desiderio di appartenenza.
La Chiesa, ha sottolineato Bonifacio, può diventare un ponte tra le comunità di origine e quelle di destinazione, affinché chi parte non si senta abbandonato ma “passato” da una comunità all’altra. La frontiera, dunque, non deve essere intesa come una linea che separa, ma come uno spazio nel quale incontrarsi.
“Il vostro compito non è replicare il passato, ma generare un presente”
Particolarmente significativo è stato l’intervento del cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo metropolita di Napoli, che ha accolto i partecipanti sottolineando il valore della loro esperienza e della loro testimonianza. “Grazie per il vostro impegno, grazie per la vostra testimonianza, grazie per il vostro esserci”, ha detto rivolgendosi ai missionari e agli operatori pastorali.
Richiamando il verbo “andare” che attraversa la Scrittura, monsignor Battaglia ha parlato della paura che accompagna ogni partenza: lasciare il conosciuto, affrontare una lingua nuova, un ambiente diverso, nuove relazioni; ma, ha ricordato, la risposta di Dio non è una mappa dettagliata, è una promessa, quella del “non temere”. La paura è reale, ma, ha sottolineato, “la mia presenza lo è di più”.
Partire, quindi, non significa vivere un esilio, ma un invio. E proprio nella fatica del viaggio la fede può diventare più essenziale. Rivolgendosi alle Missioni italiane in Germania, il cardinale ha messo in guardia dal rischio di trasformare le comunità in “musei della memoria”, rifugiandosi nella nostalgia di un passato che non esiste più. “Il Vangelo non è un oggetto da museo da conservare sotto una teca. Il Vangelo è un seme da gettare nella terra”, ha ricordato.
Una riflessione che si lega direttamente alla domanda sul futuro delle Missioni: non replicare semplicemente ciò che è stato, ma generare un presente nel quale soprattutto l’altro possa sentirsi accolto. Per monsignor Battaglia, anche chi vive lontano dalla propria terra – dagli emigrati di ieri ai giovani professionisti di oggi – cerca una “casa per l’anima”. E le Missioni possono essere proprio quella casa: “una casa dalle porte sempre aperte”.
Monsignor Battaglia ha poi insistito sulla necessità di vivere la frontiera come luogo di incontro e non di chiusura. La specificità italiana, fatta di tradizioni, fede popolare e vicinanza umana, può essere un dono per la Chiesa che vive in Germania, ma lo diventa pienamente quando entra in dialogo con la realtà locale.
“Il cammino dell’integrazione e della collaborazione con le Chiese locali non è una perdita di identità, ma è un suo compimento”, ha affermato. Da qui l’invito ad ascoltare tutti: chi è partito cinquant’anni fa con le valigie di cartone, ma anche i nuovi migranti, i giovani professionisti e coloro che arrivano oggi con percorsi e bisogni differenti. Perché, ha ricordato monsignor Battaglia, “se noi non ascoltiamo l’uomo non potremo mai parlare al nome di Dio”.
Nel suo intervento don Gregorio Milone, delegato nazionale delle Missioni cattoliche italiane in Germania, ha ripreso il significato simbolico del logo del convegno – Napoli, San Gennaro, il Vesuvio, il mare, le barche, i treni, gli aerei e le persone in cammino – per parlare di una Chiesa chiamata continuamente a partire.
La storia delle Missioni cattoliche italiane in Germania è nata proprio da questo movimento: sacerdoti che hanno attraversato il confine per raggiungere gli italiani emigrati, impararne la lingua, condividere la loro vita e costruire comunità. Un percorso che oggi chiede però una nuova riflessione. “Qual è oggi la missione della Missione?”, è la domanda posta da don Milone.
La risposta passa, secondo don Gregorio Milone, da una “pastorale di conservazione” a una “pastorale di generazione”: coinvolgere le nuove generazioni, accompagnare le famiglie, valorizzare catechisti e laici, riconoscere il ruolo già svolto da tante donne e uomini nelle comunità e rafforzare la collaborazione con le Chiese locali tedesche.
Una parola è emersa con forza: corresponsabilità. Il sacerdote rimane una figura essenziale, ma non può portare da solo il peso della comunità. “Insieme discerniamo, insieme serviamo, insieme costruiamo, insieme annunciamo”.
Anche la presenza delle nuove generazioni invita a cambiare prospettiva. Molti giovani italiani in Germania parlano meglio il tedesco, frequentano scuole e ambienti tedeschi, vivono famiglie interculturali. Non si tratta semplicemente di chiedersi perché siano diversi dalle generazioni precedenti, ma di comprendere che cosa lo Spirito possa generare attraverso di loro.
Nel convegno trova spazio anche la memoria della presenza italiana in Germania e dei 75 anni del Corriere d’Italia, la voce della collettività italiana in Germania. Una storia che nasce nel 1951 insieme alla presenza organizzata delle Missioni e che ha accompagnato generazioni di italiani raccontandone il lavoro, le difficoltà, le conquiste e i cambiamenti.
La memoria, ha sottolineato don Gregorio, non deve diventare nostalgia, ma responsabilità: ricordare ciò che è stato per comprendere meglio ciò che oggi siamo chiamati a costruire.
È proprio questa la prospettiva che attraversa il convegno: le frontiere non sono soltanto geografiche. Esistono frontiere linguistiche, culturali, generazionali, sociali, ma anche frontiere interiori ed ecclesiali. “Oltre le frontiere” significa allora non cancellare le differenze, ma imparare ad attraversarle. Significa trasformare la distanza in incontro, la diversità in dialogo e la memoria in una risorsa per il futuro.
La sfida per le Missioni cattoliche italiane in Germania è dunque quella di continuare a essere comunità vive, non semplicemente luoghi dove conservare una tradizione. Comunità capaci di ascoltare, accogliere, accompagnare e generare nuove forme di partecipazione.
Come ha ricordato don Gregorio Milone, la domanda non è soltanto come mantenere le Missioni, ma come renderle capaci di generare futuro; non soltanto quanti partecipano, ma chi diventa discepolo e missionario; non soltanto come difendere un’identità, ma come trasformarla in un dono.
In questa prospettiva risuona una delle immagini più forti emerse dal convegno: fare di ogni frontiera una soglia, di ogni soglia un incontro, di ogni incontro una fraternità, di ogni fraternità una strada verso Cristo. Una strada che non finisce con una lingua, con un confine o con una generazione. Perché, come ha ricordato mons. Battaglia, “Dio abita ogni vostro passo, ogni vostro respiro, ogni vostro cammino”.
È questo, in fondo, il senso di “Oltre le frontiere. Essere Chiesa ovunque tu vada”: non semplicemente andare avanti, ma andare incontro; non soltanto conservare, ma generare; non limitarsi a essere presenti, ma essere Chiesa, ovunque la vita chiami a ripartire. (aise)