Un passaporto non può dipendere dalla fortuna: la “lettera aperta” di un italiano in Svizzera

ROMA\ aise\ - Una lettera “non contro le persone, ma contro il sistema”. A firmarla è Roberto De Filippo, cittadino italiano residente in Svizzera, che racconta la sua odissea per rinnovare il passaporto con l’obiettivo di “sollevare una riflessione sul funzionamento delle procedure consolari e sulla tutela dei diritti degli italiani residenti all'estero”. Ne riportiamo di seguito la versione integrale.
“Mentre scrivo queste righe, la mia vicenda non è ancora conclusa. In fondo, non sto chiedendo nulla di straordinario. Voglio semplicemente rinnovare il mio passaporto italiano, una procedura che dovrebbe essere normale per qualsiasi cittadino. Invece, da mesi mi trovo coinvolto in un iter amministrativo che continua a generare nuove richieste, nuove contraddizioni e nuove domande. Domande alle quali, ancora oggi, non ho ricevuto risposte chiare.
Sono cittadino italiano, nato e cresciuto in Svizzera, dove vivo da sempre. Come migliaia di altri italiani residenti all'estero, sono iscritto all'A.I.R.E. (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero) e mi rivolgo al Consolato Generale d'Italia a Basilea per tutte le pratiche consolari.
Quando decido di rinnovare il mio passaporto, mi viene comunicato che la pratica non può essere avviata. Prima è necessario regolarizzare la mia posizione all'A.I.R.E. Comprendo che una registrazione aggiornata sia un requisito indispensabile e mi attivo immediatamente. Invio i documenti richiesti, rispondo alle richieste di chiarimento e resto in costante contatto con il Consolato.
Dopo numerosi scambi di e-mail e grazie anche all'impegno di una collaboratrice che segue con attenzione la mia pratica, la mia posizione viene finalmente aggiornata. Penso che il problema sia risolto.
Mi sbaglio!
Proprio quando credo di poter finalmente richiedere il passaporto, ricevo una nuova comunicazione. Mi viene detto che il mio divorzio non risulta mai trascritto in Italia. Pochi giorni dopo arriva un'altra comunicazione. Non solo la trascrizione del divorzio mancherebbe dai registri, ma nel mio fascicolo non risulterebbero nemmeno i documenti relativi al matrimonio. Rimango incredulo. Per quanto ricordo, all'epoca avevo presentato tutta la documentazione richiesta, comprese le traduzioni ufficiali. Oggi non sono più in grado di dimostrarlo. Ma, allo stesso modo, nessuno può dimostrare che quei documenti non siano mai stati consegnati. È proprio questo il punto.
Vorrei semplicemente capire cosa sia realmente accaduto. Mentre cerco una spiegazione, emerge un ulteriore elemento che rende la situazione ancora più difficile da comprendere. Anche il fascicolo di mio figlio presenta delle anomalie.
Nel 2016 richiedo per lui un passaporto italiano. Quel passaporto, però, non arriva mai. Contatto più volte il Consolato per chiedere dove si trovi il documento. Mi viene risposto che non ho bisogno del passaporto in forma cartacea, perché mio figlio è regolarmente registrato e tutta la documentazione è presente. Mi fido di questa risposta. Oggi, durante l'esame della mia pratica personale, scopro invece che proprio nel fascicolo di mio figlio mancano alcuni documenti.
Mi viene chiesto di presentarli nuovamente. Per fortuna ho sempre conservato ogni certificato e ogni documento. Posso quindi inviarli una seconda volta affinché vengano trasmessi nuovamente al Comune italiano competente.
Ed è qui che nasce una domanda inevitabile.
Se nel fascicolo di mio figlio oggi risultano mancanti documenti che anni fa mi era stato assicurato fossero presenti, perché viene escluso a priori che qualcosa di simile possa essere accaduto anche al mio fascicolo? Non ricevo alcuna spiegazione. Ricevo invece una risposta che mi lascia profondamente colpito. Un funzionario del Consolato mi scrive: "Se la documentazione non c'è vuol dire che non l'ha presentata. Il fatto che lei abbia dichiarato a voce o sul modulo per il rilascio del passaporto che è divorziato non significa aver adempiuto alla procedura per la richiesta di trascrizione. Diciamo che è stato fortunato che le hanno fatto il passaporto pur non avendo concretamente attualizzato lo stato civile".
Leggo queste parole più volte. Non perché siano difficili da comprendere. Ma perché le loro conseguenze sono estremamente gravi. Un passaporto non è un favore. Non è un documento che viene rilasciato per fortuna. È un documento ufficiale dello Stato italiano e dovrebbe essere emesso esclusivamente nel rispetto delle norme di legge. Se quanto mi viene scritto oggi è corretto, allora sorge spontanea una domanda. Come è stato possibile che nel 2016 mi sia stato rilasciato un passaporto italiano, se la documentazione necessaria non sarebbe mai stata presentata? Se invece il passaporto è stato rilasciato correttamente, allora è altrettanto legittimo chiedersi perché oggi venga sostenuto che quei documenti non siano mai stati depositati.
Le due affermazioni non possono convivere.
Ed è proprio questa contraddizione ad accompagnare tutta la mia vicenda. Ciò che tuttavia mi colpisce ancora di più è il modo in cui questa pratica viene gestita. Quando un cittadino si rivolge al proprio Consolato, si aspetta di trovare un interlocutore.
Qualcuno che analizzi il caso nel suo insieme. Qualcuno che coordini le verifiche. Qualcuno che si assuma la responsabilità dell'intero procedimento. La mia esperienza è stata diversa. Sono stato indirizzato da un ufficio all'altro.
Dall'ufficio passaporti all'A.I.R.E. Dall'A.I.R.E. allo stato civile. Dallo stato civile al Comune italiano competente. Dal Comune nuovamente al Consolato.
Ogni ufficio risponde esclusivamente per la propria competenza. Nessuno, però, sembra avere una visione completa della pratica. Alla fine è il cittadino a dover ricostruire l'intero percorso amministrativo.
Sono io che devo capire quali documenti mancano. Sono io che devo contattare le diverse autorità. Sono io che devo ricostruire eventi accaduti molti anni fa. Non credo che questo dovrebbe essere il ruolo di un cittadino.
Non chiedo privilegi. Non chiedo trattamenti particolari. Chiedo soltanto trasparenza. Chiedo coerenza. Chiedo risposte.
Nel frattempo il procedimento continua. Per poter regolarizzare una situazione che ritenevo definita da anni, devo richiedere nuovamente la sentenza di divorzio. Devo ottenere un nuovo certificato di passaggio in giudicato. Devo richiedere l'Apostille. Devo sostenere i costi delle traduzioni ufficiali. Devo investire ancora tempo, energie e denaro per produrre documenti che, secondo il mio ricordo e la mia convinzione, avevo già presentato.
Desidero però sottolineare un aspetto importante.
Durante questi mesi ho incontrato anche collaboratrici e collaboratori del Consolato che hanno cercato sinceramente di aiutarmi. A loro va il mio più sincero ringraziamento. Questa lettera non è rivolta contro le persone. È rivolta a un sistema che, almeno nel mio caso, ha mostrato criticità che meritano una riflessione. Scrivo questa lettera perché credo che ogni amministrazione pubblica debba fondarsi sulla fiducia dei cittadini. E la fiducia nasce dalla trasparenza. Nasce dalla capacità di spiegare le proprie decisioni. Nasce dall'assunzione di responsabilità quando emergono dubbi legittimi. Oggi il mio caso è ancora aperto. Continuo a collaborare. Continuo ad attendere risposte. Continuo a sperare che questa vicenda possa concludersi con chiarezza e buon senso. Ma una domanda rimane ancora senza risposta.
Ed è la stessa domanda che desidero rivolgere pubblicamente alle autorità competenti.
Come può un cittadino continuare ad avere fiducia nelle proprie istituzioni quando gli viene spiegato che un passaporto italiano gli sarebbe stato rilasciato semplicemente perché è stato "fortunato"? Mi auguro che questa vicenda non serva soltanto a risolvere il mio caso personale. Mi auguro che possa contribuire a migliorare procedure che riguardano migliaia di cittadini italiani residenti all'estero. Perché un passaporto non è soltanto un documento. È il simbolo del rapporto di fiducia tra un cittadino e il proprio Paese. E quella fiducia merita di essere tutelata con serietà, trasparenza e responsabilità”. (aise)