Un anno di impegno e servizio in Africa per Medici con l’Africa Cuamm: presentato a Padova il bilancio sociale 2025

PADOVA\ aise\ - Un anno di impegno e servizio in Africa, per la salute dei più poveri, di mamme e bambini in particolare; il lavoro e la dedizione di tanti professionisti, sanitari e non, che hanno dato concretezza e umanità ai dati e agli interventi. Il Bilancio sociale 2025 del Cuamm, presentato nei giorni scorsi a Padova, racconta l’ultimo anno di attività di una Ong che ha una lunga storia, cominciata a partire da un piccolo collegio nel 1950. Ed è proprio nel cortile del collegio, lì dove rimangono i segni dell’antico collegio Tornacense, fondato nel 1363, che sono stati raccontati i principali risultati ottenuti.
“Siamo qui oggi, in questo luogo simbolico, davanti al portone dell’antico collegio Tornacese perché vogliamo porre l’attenzione su tre valori che ci guidano”, ha spiegato don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm. “Sopra al cancello ci sono 3 statue che risalgono al 1700 circa che rappresentano lo studio, l’orazione, ovvero la preghiera e il cuore, e la sapienza. Sono tre fondamenti su cui ancora oggi si basa l’impegno di Medici con l’Africa Cuamm: lo studio, l’analisi seria e competente dei problemi, insieme al cuore ci portano alla statua più in alto, che rappresenta la sapienza, quella di un intervento che sia guidato da buon senso, saggezza, ragione”. E mostrando i grafici dell’andamento della mortalità materna in Africa ha aggiunto: “In Africa sub-Sahariana troppe donne continuano a morire di parto, ma il trend è in miglioramento. In 20 anni, il tasso di mortalità materna in Africa sub-Sahariana si è ridotta del 41%. Un pochino abbiamo contribuito anche come Cuamm con il grande programma Prima le mamme e i bambini, che in 15 anni ha garantito quasi 1 milione di parti assisti. È questa l’umanità che vogliamo continuare a custodire, dentro e fuori di noi”.
10 Paesi, 21 ospedali, 1.149 strutture sanitarie supportate, 1 università e 5 scuole per infermieri: per dare qualche dato. Il tutto grazie al lavoro costante e quotidiano di 3.111 operatori sul campo di cui 1.023 professionisti qualificati (285 italiani).
In Africa sono stati: 2.938.207 i pazienti assistiti; 1.311.812 le visite effettuate nei bambini sotto i 5 anni; 591.580 le visite prenatali alle donne in gravidanza; 290.761 i parti assistiti effettuati; 15.290 i pazienti in terapia antiretrovirale; 12.136 i trasporti per le emergenze ostetriche e 7.732 i bambini malnutriti trattati. Caposaldo dell’impegno rimane la formazione: sono stati 5.576 gli operatori sanitari formati. E sono state 40 le ricerche scientifiche pubblicate su riviste internazionali. Importante anche l’attivazione in Italia, con tanti eventi e proposte di sensibilizzazione, grazie al coinvolgimento di 5.745 volontari su tutto il territorio nazionale. Un grande impegno, per un investimento totale di 53.574.584,66 €, con solo il 3,8% di costi di funzionamento.
Risultati che raccontano anche un lavoro dietro le quinte, di chi, da Padova e dalle sedi nei diversi paesi, coordina l’intervento. “Tantissimi sono i programmi e i progetti che il Cuamm realizza in Africa. È un lavoro nascosto, di tanti colleghi che seguono tutto il ciclo del progetto, dalla scrittura, all’implementazione, dal monitoraggio delle attività sul campo, in ciascuno dei 10 Paesi di intervento, fino alla rendicontazione puntuale di quanto realizzato, perché vogliamo che alla base ci sia sempre la trasparenza e la fiducia”, ha affermato Marica Pilon del Settore Progetti.
A dare concretezza, i medici, gli infermieri, le ostetriche, i logisti e gli amministrativi che si adoperano sul campo. Un’attenzione speciale viene data dal Cuamm agli specializzandi che trascorrono 6 mesi di tirocinio in Africa, grazie al progetto JPO (Junior Project Officer).
“Nel 2025 sono partiti con il Cuamm ben 73 specializzandi da tutta Italia”, ha detto Alessandra Gatta, responsabile del JPO. “Quella che fanno è un’esperienza di scambio profondo e di conoscenza di realtà completamente diverse. Quando tornano, hanno un bagaglio di competenze complete. Circa l’11% sceglie di ripartire, gli altri rimangono qui in Italia e portano nei nostri ospedali quelle attenzioni e quelle abilità che hanno imparato in Africa”.
Chiara Guariento è una giovane pediatra di Schio (VI), partita con il Cuamm come specializzanda in Pediatria. È andata a Beira, in Mozambico ed è tornata con una luce speciale negli occhi. “Quando si parte per una missione si pensa sempre di dover portare una valigia grande, ricca di cose da insegnare e poi, alla fine, quando si torna si scopre di essere tornati con un bagaglio molto più ricco”, racconta Guariento. “Tra le tante cose che mi porto a casa, due sono quelle che sento ancora più forti e aggrappate ancora al cuore. Una è il concetto di lavoro di squadra, il lavoro “con l’Africa”. Un esempio. Quando sono arrivata nella Neonatologia di Beira ho visto che non si usavano le termoculle. Erano accantonate in una stanza e non erano in funzione. Con gli altri giovani medici abbiamo subito pensato di attivarle, ma poi ci siamo scontrati con la realtà, che è fatta di un sistema elettrico dell'ospedale che non è adeguato, di mancanza di acqua corrente e quindi dell’impossibilità di far funzionare il sistema di umidificazione, del fatto che i sensori della temperatura non potevano essere calibrati, e se qualche pezzo si fosse rotto, non ci sarebbero stati quelli di ricambio. La nostra idea non era la soluzione più adatta a quel contesto. Poteva sembrare una risposta facile, calata dall’alto, ma non sostenibile. Ci siamo messi quindi in ascolto dei colleghi mozambicani. E ancora: porto nel cuore una giovane donna, Ester. Aveva partorito un bimbo prematuro. Come è consuetudine in Mozambico, non gli aveva dato un nome. Aspettano sempre almeno 2 mesi per vedere se il bimbo riesce a vivere. Purtroppo la situazione era davvero critica e pur sapendo che in Italia ce l’avrebbe fatta, avevamo poche speranze. Eppure un giorno Ester mi viene vicino e mi chiede di dare il nome al suo bambino. Nonostante la tradizione è convinta che il suo bambino ce la farà. Lo chiama “Speranza”, in dialetto locale. E davvero, avviene che quel piccolo riesce a vivere”.
Questa umanità è al centro di un grande impegno che sarà raccontato al prossimo Annual meeting in programma sabato 21 novembre al PalaDozza di Bologna. (aise)