“Paesaggi – Passaggi”: collettiva d’arte contemporanea a Susegana

SUSEGANA\ aise\ - La 21ª edizione di Libri in Cantina, in programma a Susegana (Treviso) il 4 e 5 ottobre, sceglie di intrecciare la letteratura all’orizzonte delle arti visive, proponendo una mostra che ne riprende e ne amplifica il titolo.
Ad aprire idealmente la manifestazione letteraria, infatti, sarà la mostra collettiva d’arte contemporanea “Paesaggi – Passaggi” a cura di Barbara Codogno che inaugura il 5 settembre presso la Sala Arte e Cultura del Municipio di Susegana.
Espongono Tobia Ravà, Laura Villani, Stefano Reolon ed Elisabetta Vignato, artisti di rilievo internazionale che declinano il tema della mostra in linguaggi differenti: dalla mistica matematica di Ravà alle indagini psichiche di Villani, dal rapporto con la storia di Reolon alle esplorazioni spirituali di Vignato.
La mostra sarà visitabile fino al 5 ottobre a ingresso libero con visite guidate della curatrice (sabato 4 ottobre alle 11.00 e domenica 5 ottobre alle 17.00).
La mostra dà voce a quattro autori, differenti per ricerca e cifra linguistica, ma accomunati da una tensione poetica che li lega alle cinque parole chiave della manifestazione.
“Gli autori scelti per questa esposizione – spiega la curatrice – propongono al pubblico opere che sono una sorta di diario di viaggio dentro al paesaggio inteso come luogo intimo e personale. Questa polifonia visiva offre allo sguardo nuovi orizzonti di emozione e pensiero”.
L’opera di Tobia Ravà costruisce paesaggi nuovi attraverso la ghematrià, antichissimo sistema cabalistico che associa lettere e numeri. Questa foresta di simboli che sorge dalle sequenze numeriche, dalle lettere e dai simboli, trasmuta gli scenari ritratti in architetture metafisiche. Il suo è uno spazio che va oltre la percezione empirica: una trama intricata di segni ci svela l’arcaica matrice dell’universo. Approdiamo a una verità che rimanda l’esistente a una superiore appartenenza cosmica. Nella cifra di Ravà lo spirito non è concetto astratto: vibra nelle forme, apre a nuove conoscenze. Il suo paesaggio, illuminato da un ordine invisibile, si fa consapevolezza: diventa passaggio per raggiungere una coscienza superiore, trascendente. Questa struttura, che appare in superficie come una fitta tessitura di segni, diventa cifra visiva che suggerisce la presenza di un ingranaggio nascosto. L’autore svela un cosmo codificato in cui numeri e lettere si fanno energia vitale. Ravà traduce l’astrazione del calcolo in immagini poetiche, trasformando la percezione del numero in luce conoscitiva. Le sue opere spalancano il paesaggio verso una dimensione cosmica: lo spirito è forza che plasma la materia. Le sue opere sono finestre spalancate sul divino.
La pittura di Elisabetta Vignato si colloca con decisione nel campo del paesaggio aprendoci però al suo essere un emblematico “nonostante”. Nonostante nella sua tela ci si trovi certamente di fronte a sorgenti, fronde e nuvole, questi elementi naturali ci spingono, e fin dal primo sguardo, verso il loro essere altro da sé. Come se, nel momento in cui arrivassimo a vederli davvero, solo quando ne avessimo acquisito piena, consapevole, esatta visione, ecco che questi elementi si rivelerebbero a noi nel loro essere ponte, collegamento con l’assoluto di cui sono rappresentazione. Le tele di Vignato sono varchi che si spalancano sui territori della percezione, topoi imprescindibili nell’epifania della rivelazione. Qui Madre Natura è sacra presenza irradiante. Vignato ha sviluppato una pittura di matrice lirica che tende costantemente all’ascensionalità. I suoi colori tenui, spesso velati o stratificati, dissolvono l’entità materiale delle presenze naturali di cui parlano per suggerire invece un altrove spirituale. Nei suoi lavori il paesaggio diventa sempre passaggio: un varco per guadagnare lo spirito, uno spazio che si dilata verso l’immenso. Vignato dipinge la creazione, l’attimo in cui la bellezza della terra si mostra solo all’uomo che sa vederla. Il “quindi” per l’autrice è il luogo della rivelazione e la natura, unica protagonista, non è mai semplice scenario: è madre generatrice. La natura diventa perciò varco spirituale. Perché il paesaggio possa diventare passaggio -conducendo lo sguardo oltre l’apparenza- dobbiamo affidarci allo spirito. Solo l’esperienza spirituale nella natura ci inizia alla luce di una visione superiore.
Stefano Reolon lavora su un registro che intreccia spesso il corpo, inteso anche nella sua manifestazione botanica, al tempo. Pittore colto, profondamente legato alla tradizione e alla tecnica, recupera le antiche pratiche pittoriche delle botteghe rinascimentali. Nei suoi quadri compaiono coreografie immaginarie, composizioni che evocano portali in cui l’elemento figurativo si piega a una dinamica di movimento. Qui il tempo non è lineare: è memoria che riaffiora, è passato che si rinnova nell’oggi, è la permanenza del mito nell’immaginario contemporaneo. Reolon porta con sé l’eco di Rubens e Michelangelo ma la traduce in un linguaggio intimo, in cui il passaggio fra visibile e invisibile diventa viaggio tra epoche. Reolon dipinge portali, soglie che mettono in comunicazione il visibile e l’impossibile. Nei suoi lavori il tempo si stratifica recuperando la memoria della tradizione: presente e passato si sovrappongono, la lezione di Rubens e Michelangelo riaffiora in chiave contemporanea, il mito si rigenera in nuove forme. Ma in queste opere c’è anche una sorta di dimensione archeologica. La natura è corpo che custodisce e ripara. Quando gli archeologi liberarono da rovi e rampicanti una montagna a Tenochtitlan, apparve l’azteco Templo Mayor. Mentre furono 170 gli alberi che, proprio nell’epicentro dove colpì la bomba di Hiroshima, e nonostante l’impatto devastante, risanarono il paesaggio con le loro foglie e fiori. Nelle opere di Reolon abbiamo questo sentore: nonostante l’uomo, la potenza guaritrice della natura salverà il mondo. Ne siamo certi: la natura ci sopravviverà. Nei dipinti di Reolon c’è soprattutto la promessa di una nuova alleanza tra uomo e natura.
L’opera di Laura Villani è pittura di esattezza analitica e chirurgica. In un paesaggio dilatato di difficile collocazione spazio temporale -sembra che il contesto svanisca per Villani, quanto meno sia irrilevante- emergono massi erratici che si condensano di memoria nel loro oggettivarsi. Villani sgombra decisamente il campo dalle categorie “a priori” della conoscenza, poggiando le sue architetture psichiche in scenari che solo per una certa coerenza cromatica ci spingono verso il luogo ambiguo del paesaggio vissuto in sogno. Certo, abbiamo contezza che vi siano montagne, laghi, fiori, vulcani, senz’altro sentinelle di memoria vigile, coordinate della mappa dell’esistenza terrena, dove la natura resta elemento vitale. Ma l’opera dell’autrice è fortemente pittura di paesaggi psichici. Una pittura che procede per stratificazioni lievi, affidandosi a un segno che sa essere tanto analitico quanto evocativo. Gli spazi che dipinge non sono mai descrittivi: sono luoghi di transizione, soglie che l’osservatore varca incontrando oggetti che sembrano custodi del silenzio. Qui il paesaggio è creazione della mente. Sembra quasi che la pittrice dipinga in ipnosi, il suo è uno sguardo sonnambulo, la pittura agisce sulla tela dopo essere scesa fin nel profondo dello spirito, e da questo viaggio torna in superficie con sparuti reperti. Immagini che racconterebbero storie, se solo potessero parlare, se solo potessero tornare ad abitare lo spazio e il tempo. Così sta all’osservatore accogliere la visione e ricomporla nella trama della propria esperienza mnemonico-simbolica. Villani dipinge oggetti di transizione, o meglio, oggetti transazionali: ponti tra la realtà vissuta e dimenticata e quella percepita quando riaffiora dal profondo. Oggetti come talismani, portatori di incantesimi, che consentono il traghettamento nell’al di qua. (aise)