Ceuta e l’Europa: la prova del confine - di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - Ceuta non è un incidente della cronaca. È una soglia della storia. È il punto in cui il Mediterraneo, mare di civiltà e di naufragi, torna a interrogare l’Europa sul proprio destino: se voglia essere ancora una comunità politica fondata sul diritto, oppure soltanto un insieme di paure che reagiscono, di volta in volta, al variare delle pressioni.
Quanto è accaduto sulla frontiera spagnola non può essere archiviato sotto la voce rassicurante di “crisi migratoria”. La formula è troppo povera per contenere la gravità di un evento che ha insieme il volto della tragedia umana, della manipolazione politica e della guerra ibrida. Le autorità marocchine hanno finito per confermare ciò che molte analisi indipendenti avevano già intuito: l’ingresso di massa a Ceuta non è stato un moto spontaneo, ma il risultato di una mobilitazione orchestrata, di una disinformazione sapientemente diffusa, di una regia che ha trasformato la disperazione in arma e la frontiera in strumento di pressione contro la Spagna e, per riflesso, contro l’intera Unione europea.
Qui sta il nodo essenziale. Ceuta non è soltanto una città spagnola in Africa: è un confine europeo. E un confine europeo, se viene aggredito, non colpisce un solo Stato membro, ma l’idea stessa di Europa. Perché l’Unione non è soltanto mercato, moneta o procedura; è una forma di fiducia reciproca, una trama di sovranità condivisa, una promessa di protezione comune. Se quella frontiera vacilla, vacilla l’intera architettura del continente.
La tentazione, davanti a eventi come questi, è sempre la stessa: trasformare il confine in una trincea, la persona in un numero, il migrante in un problema. Ma l’Europa che si chiude senza comprendere si condanna a inseguire le proprie crisi; l’Europa che si limita a reprimere senza parlare perde il linguaggio della propria civiltà. Le migrazioni mediterranee non sono un’interruzione improvvisa della normalità: sono il segno stabile di un ordine mondiale squilibrato, di un Meridione del mondo attraversato da guerre, fragilità statali, desertificazione, disoccupazione, avidità estrattive, collassi istituzionali. In questo scenario, il mare non separa soltanto: misura, ogni giorno, la distanza tra speranza e disperazione.
Per questo l’Europa deve darsi una governance all’altezza del tempo presente. Non può affidarsi a risposte episodiche, né delegare in modo permanente ad altri il compito di custodire i propri confini. L’esternalizzazione della frontiera, quando diventa dipendenza da regimi terzi che possono usare i flussi umani come leva di ricatto, è una sovranità dimezzata. Si paga per contenere, ma si perde la capacità di governare. Si cerca protezione, ma si accetta vulnerabilità. Nessuna potenza politica può dirsi davvero autonoma se la difesa del proprio limite dipende dalla benevolenza altrui.
Eppure la vera risposta non può essere soltanto difensiva. Difendere Ceuta significa anche sottrarre le migrazioni alla logica del miraggio. Troppi uomini e troppe famiglie partono perché ingannati da una rappresentazione falsa dell’Europa, alimentata da reti criminali, propaganda digitale, aspettative deformate. È dunque necessario che l’Unione e i suoi Stati membri si dotino di un grande piano di comunicazione verso le rive meridionali del Mediterraneo: un piano capace di raccontare la realtà della vita in Europa, le sue opportunità ma anche le sue regole, e di rendere visibili i percorsi legali per lavorare, studiare, formarsi. La verità, in politica, è già una forma di prevenzione. E la menzogna è il primo alleato dei trafficanti.
C’è poi un livello più profondo, che la politica spesso trascura e che invece appartiene alla sostanza delle cose. Ogni frontiera non è soltanto una linea geografica: è una domanda sull’altro. Chi è l’altro? Un nemico? Un ospite? Un soggetto di diritto? Un volto da riconoscere? La tradizione europea, quando è stata all’altezza di sé, ha saputo tenere insieme giustizia e misericordia, ordine e apertura, diritto e dignità. Anche la radice cristiana dell’Europa parla in questa lingua: il volto dell’altro non chiede soltanto pietà, ma discernimento; non solo accoglienza, ma giustizia; non solo emozione, ma responsabilità. La carità senza verità si disperde; la verità senza carità si inaridisce. Una comunità politica adulta deve saperle congiungere.
Ceuta diventa allora una prova di maturità per l’Europa. Non basta proclamare solidarietà quando la tempesta è visibile. Bisogna costruire, prima, le condizioni per non essere travolti: conoscenza condivisa, sistemi di allarme rapido, contrasto alle reti di traffico, cooperazione rigorosa con i Paesi di transito, rispetto della legalità internazionale, tutela dei diritti umani, canali regolari di ingresso. E bisogna soprattutto comprendere che la difesa del confine non può essere separata dal destino delle persone che quel confine tentano di attraversare. Un’Europa che difende senza capire è fragile; un’Europa che comprende senza governare è impotente.
Ceuta, in questo senso, è un monito severo e insieme una chiamata. Monito contro la facilità con cui si invoca l’emergenza per non affrontare la struttura del problema. Chiamata a una politica più alta, più lucida, più europea davvero: capace di rifiutare i ricatti dei Paesi di passaggio, di non cedere alla diplomazia della pressione, di non confondere la cooperazione con la sudditanza. E capace, nello stesso tempo, di parlare ai popoli dell’altra sponda con la verità, non con il miraggio; con la realtà, non con l’illusione.
Se l’Europa saprà rispondere con una governance forte e giusta, con una strategia comunicativa seria, con una visione geopolitica e morale all’altezza del Mediterraneo, Ceuta potrà diventare il luogo di una lezione appresa. Se invece prevarranno la paura, l’improvvisazione e il calcolo, allora quel confine resterà il simbolo di un continente che difende il proprio perimetro ma perde la propria anima.
Il Mediterraneo, però, non concede oblio. Ogni volta ritorna, e con esso ritorna la domanda decisiva: l’Europa è ancora capace di essere civiltà del confine giusto, oppure si limita a essere fortezza inquieta? Da questa risposta dipende molto più del destino di una città. Dipende la credibilità di un’intera idea di Europa. (gianni lattanzio*\aise)
*Segretario generale Istituto Cooperazione Paesi Esteri (ICPE)