Il Libano e il futuro della stabilità nella regione - di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - “Il Libano è più grande della sua geografia”, scriveva Samir Kassir, suggerendo che questo piccolo Paese non è solo una porzione di spazio, ma un’idea: convivenza impossibile eppure tenacemente perseguita, laboratorio di pluralismo, specchio delle fratture del mondo arabo. In nessun altro luogo, probabilmente, si incrociano così densamente linee di faglia confessionali, memorie coloniali, ambizioni imperiali, proiezioni di potenza e fragilità sociale. Per questo, chiedersi quale sia il futuro della stabilità nella regione significa, inevitabilmente, interrogarsi sul destino del Libano.
Oggi il Paese dei Cedri appare di nuovo sospeso sull’orlo del precipizio. A sud, la logica della “zona di sicurezza” invocata e praticata da Israele tende, di fatto, a trasformarsi in una forma di occupazione prolungata. L’obiettivo dichiarato è “contenere Hezbollah”; quello percepito, sempre più spesso, sembra essere la neutralizzazione strutturale dello Stato libanese come soggetto pienamente sovrano, replicando – con altre modalità – quanto è avvenuto in Cisgiordania e quanto si tenta di fare a Gaza e nel sud della Siria. Trattare il Libano come “un’altra Palestina” è però un errore teorico e strategico.
Il Libano è uno Stato riconosciuto, con un seggio internazionale, una costituzione, un sistema, per quanto imperfetto, di rappresentanza e di garanzie. È un punto di riferimento imprescindibile per le comunità cristiane d’Oriente, un nodo culturale e intellettuale che ha influenzato intere generazioni di arabi. Toccare il suo statuto, ridurlo a spazio puramente funzionale alle esigenze di sicurezza di un altro Paese, significa alterare l’equilibrio simbolico di tutto il Levante. Edward Said ricordava che la geografia, in Medio Oriente, è sempre anche un discorso; e in questo discorso il Libano ha un rango diverso da un territorio occupato privo di statualità.
Le conseguenze non si fermano a questo livello. Ogni passo verso una annessione strisciante del sud del Libano produce reazioni a catena in almeno tre centri di potere: Teheran, Ankara e – in modo più silenzioso ma non meno intenso – Roma e Parigi. Per l’Iran, il fronte libanese è il perno della propria strategia di deterrenza: Hezbollah non è solo un alleato, ma un’estensione avanzata di una visione imperiale che attraversa l’asse Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut. L’eventuale ridimensionamento di questo avamposto sarebbe percepito come un colpo al cuore della proiezione iraniana verso il Mediterraneo.
La Turchia, dal canto suo, ha già teorizzato una dottrina di sicurezza che “inizia ad Aleppo, Damasco e Beirut”. In questa formula è racchiusa un’idea neo-ottomana di responsabilità e influenza su tutto il Levante. Ogni percepita “mano libera” concessa ad altri attori – che si tratti di Israele o dell’Iran – viene letta da Ankara come squilibrio da compensare. È così che il Libano rischia di diventare la scena in cui tre visioni imperiali, differenti per storia e lessico, si incrociano: quella israeliana, fondata sulla sicurezza assoluta; quella iraniana, nutrita di profondità storica e religiosa; quella turca, che intreccia memoria imperiale e calcolo strategico.
In questo gioco di forze, il Libano è il terreno più fragile e al tempo stesso il più rivelatore. Fragile, perché lo Stato è stato eroso da decenni di guerra civile, occupazioni, interferenze, corruzione endemica e crisi economica. Rivelatore, perché ogni attore esterno che vi interviene, in nome della sicurezza o della protezione di una comunità, rivela la propria visione del Medio Oriente: luogo di sovranità condivise e di compromessi o scacchiera da ridisegnare a proprio vantaggio.
La Costituzione libanese, con il suo delicato equilibrio confessionale, è spesso descritta come una “camicia di forza” che impedisce la nascita di un moderno Stato laico. Ma è anche – e non va dimenticato – un tentativo, imperfetto, di tradurre in istituzioni politiche la consapevolezza che in Libano nessuna comunità può vincere da sola. È, in un certo senso, una concretizzazione di quella “pace negativa” di cui parlano i teorici delle relazioni internazionali: non armonia, ma contenimento reciproco; non giustizia compiuta, ma riconoscimento del limite. Ogni volta che la logica della forza cerca di imporsi, questa architettura traballante si incrina, ma dimostra anche la propria resistenza sorprendente.
Il paradosso libanese è che il Paese è al tempo stesso vulnerabile e necessario. Vulnerabile, perché un collasso definitivo dello Stato – già oggi stremato da una crisi economica devastante, da un sistema bancario imploso e da un vuoto istituzionale cronico – sarebbe tristemente plausibile. Necessario, perché nessun equilibrio regionale stabile può prescindere da una qualche forma di ricomposizione libanese. Senza un Libano funzionante, la linea di frattura tra Mediterraneo orientale e interno si allarga; il confine tra conflitto e convivenza diventa indistinto; il Mediterraneo stesso smette di essere ponte e torna a essere frontiera liquida.
Da questo punto di vista, il Libano è una sorta di “sismografo” geopolitico: registra in anticipo le scosse profonde del sistema regionale. Quando Beirut esplode – politicamente, socialmente, letteralmente – l’onda d’urto arriva sempre, prima o poi, sulle coste europee. Non solo sotto forma di migranti o di instabilità energetica, ma come crisi di senso di un ordine internazionale che non riesce a proteggere chi si trova sulla linea del fuoco. In questo senso, il futuro del Libano interroga direttamente l’Europa: non sul piano della compassione, ma su quello della responsabilità.
C’è un rischio sottile, in Occidente: considerare il Libano come un “danno collaterale” nella più ampia partita tra Israele e Iran, o come una variabile di secondo ordine rispetto al grande gioco globale. È l’errore che gli studiosi del sistema internazionale hanno spesso denunciato: scambiare la periferia per margine, dimenticando che nei sistemi complessi i margini possono diventare epicentro. Il Medio Oriente ha già mostrato, più volte, la capacità di trasformare crisi locali in shock globali. Pensare che il Libano faccia eccezione significa cedere a una pericolosa forma di auto-illusione.
Esiste, tuttavia, un altro modo di guardare al Libano: non solo come problema, ma come possibile chiave. Un Paese in cui la convivenza tra musulmani e cristiani è stata, malgrado tutto, più reale che altrove; in cui l’apertura culturale ha resistito anche sotto le bombe; in cui la società civile ha dimostrato, nelle grandi mobilitazioni degli ultimi anni, una sorprendente capacità di immaginare un ordine politico più giusto, oltre i recinti confessionali. In un’epoca in cui il discorso pubblico mediorientale sembra ridursi al confronto tra blocchi identitari e logiche di dominio, il Libano conserva – ancora – il seme di un’altra possibilità.
Stabilità, in questo contesto, non significa congelare le linee del fronte o accettare l’eternizzazione delle “zone cuscinetto”. Significa piuttosto stabilire alcuni limiti condivisi: nessuna annessione, nessuna cancellazione della sovranità libanese, nessuna trasformazione del Paese in semplice corridoio o piattaforma militare. Significa anche, e qui l’Europa avrebbe ancora qualcosa da dire, assumere il Libano come priorità strategica, non come esercizio retorico: sostegno strutturale alle sue istituzioni, cura della sua economia, protezione effettiva delle sue frontiere, accompagnamento discreto ma fermo nei negoziati che lo riguardano.
Max Weber, parlando della politica come “lenta perforazione di tavole dure”, descriveva una fatica che ben si adatta alla vicenda libanese. Non esiste soluzione rapida, non esiste “colpo di scena” risolutivo. Esiste un lavoro paziente, spesso invisibile, per evitare che il filo si spezzi definitivamente. Il Libano, oggi, è esattamente questo: un filo sottile che tiene insieme regioni, memorie, identità, interessi. Se si spezza, non si ricompone facilmente.
Il futuro della stabilità nella regione non sarà deciso da una singola offensiva, da un negoziato o da una conferenza internazionale. Sarà il risultato di una serie di scelte graduali: se Israele saprà rinunciare alla tentazione dell’annessione permanente; se l’Iran accetterà che la propria influenza non può trasformare il Libano in pura retrovia strategica; se la Turchia terrà a freno l’impulso a fare del Levante una proiezione dei propri fantasmi imperiali; se l’Europa comprenderà che, nella storia lunga del Mediterraneo, Beirut è più vicina di quanto suggeriscano le mappe.
Per questo, parlare del Libano oggi significa scegliere a che tipo di ordine internazionale vogliamo ancora credere. Se a un ordine costruito sui fatti compiuti, sulle occupazioni prolungate e sulle sovranità svuotate, o a un ordine faticoso, imperfetto, ma ancora capace di riconoscere a un piccolo Paese il diritto di non essere ridotto a spazio di nessuno. In questa scelta, che sembra lontana e tecnica, si gioca una parte non secondaria del nostro stesso futuro. (aise)