La dottrina di "Donroe" e il ritorno della "verità effetuale" - di Paolo Giordani

ROMA\ aise\ - Si fa presto a dire petrolio, e certo non si sbaglia: 304 miliardi di barili – a tanto ammontano le riserve venezuelane, le maggiori al mondo – spiegano molto. Non tutto. L’attacco a Caracas come l’ennesimo capitolo di una storia già vista tante volte, in cui le risorse energetiche motivano l’intervento di questa o quella potenza, è una lettura lineare e facilmente condivisibile, ma incompleta.
In realtà l’amministrazione Trump ha reso esplicita, senza più infingimenti, l’affermazione di una “ragione geopolitica” che qualcuno, ingenuamente definisce “nuova”, mentre ha profonde radici nel passato: l’idea che il mondo sia uno spazio competitivo, in cui l’unica legge è quella del più forte, in cui delle regole ci si può sbarazzare se ostacolano la realizzazione di un interesse strategico. Per secoli prima lo jus publicum europaeum, poi il diritto internazionale che ne è derivato, infine le organizzazioni internazionali nate dopo le due guerre mondiali hanno contribuito – ed è un merito straordinario - a temperare il rigore della “verità effettuale”, a ridurre la distanza tra l’essere e il dover essere, a rendere il mondo più ordinato.
Siamo definitivamente entrati in una fase nuova? E’ forse presto per dirlo. Ma con il prepotente ritorno degli Stati, e segnatamente delle grandi potenze, quali attori della politica internazionale, e della forza come principale strumento per risolvere i conflitti, bisogna prendere atto che qualcosa di essenziale è cambiato. La conclusione della Guerra Fredda ci aveva consegnato solo apparentemente “la fine della Storia” e una potenza egemone destinata ad amministrare in solitaria il mondo utilizzando ai propri fini l’armamentario di quei rodati e “sani” principi. L’ascesa di nuove potenze fraziona lo spazio geopolitico, fa riemergere la competizione tra blocchi e, con essa, la spietata legge della giungla.
In questo contesto continuare ad appellarsi al diritto internazionale come se avesse una forza autonoma equivale a confondere il linguaggio con il potere, la rappresentazione con la realtà. Lo vediamo giorno per giorno: dall’Ucraina, al Medio Oriente, al Venezuela. Le istituzioni internazionali e il diritto di cui sono custodi, evocati più per abitudine che per convinzione, restano penosamente sullo sfondo, mentre di guerra e pace si decide altrove, là “dove si puote”.
La crisi in Venezuela non è dunque un’eccezione ma l’ennesimo segnale. La logica non è quella dell’equilibrio che genera stabilità, ma dell’efficacia che genera profitto geopolitico: un risultato immediato, spendibile sul piano interno e coerente con una strategia di potenza. Non c’è differenza tra le dittature Cina e Russia e la democrazia americana che nel 2026 compirà 250 anni. All’insegna, a quanto pare, di una “dottrina di Monroe” aggiornata, che lo stesso Trump, alludendo al suo nome di battesimo, ha chiamato dottrina “Donroe”. L’America agli americani (non ai cinesi, che in vent’anni hanno accresciuto di circa 25 volte l’interscambio con il Sudamerica). Quindi, a colpi di missili e di elicotteri Chinook, oggi il Venezuela, domani chissà, la Colombia o la Groenlandia, nuovamente reclamata dal tycoon “per ragioni di difesa”. E non importa se appartiene ancora al piccolo, fedelissimo, alleato danese.
Della vecchia, impotente Europa, quasi non mette conto parlare, se non come del classico vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. (Paolo Giordani*\aise)
* Presidente Istituto Diplomatico Internazionale