La guerra in Ucraina e la sfida africana: perché la Paris Declaration non può restare “monca” - di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - Negli ultimi mesi la guerra in Ucraina è entrata in una fase di logoramento ad alta intensità: il fronte si muove poco, ma il consumo di vite e infrastrutture è enorme, mentre la Russia intensifica gli attacchi con missili e droni contro centrali elettriche, reti idriche e trasporti, lasciando periodicamente milioni di persone al buio e al freddo nelle regioni di Dnipro e Zaporižžja. In parallelo, a Parigi è stata varata la Paris Declaration della Coalizione dei volenterosi, che disegna un nuovo pilastro di sicurezza intorno all’Ucraina, destinato a condizionare gli equilibri europei e le ricadute globali, in particolare sul continente africano.
Guerra di posizione e logoramento
Dopo la fase iniziale dell’invasione del 2022 e le controffensive ucraine che hanno respinto le forze russe da Kyiv e da parte delle regioni di Kharkiv e Kherson, il conflitto si è trasformato in una guerra di posizione lungo il Donbass e l’asse sud‑orientale verso il Mar d’Azov. Le avanzate sul terreno sono limitate, ma il conflitto resta ad alta intensità, con uso massiccio di artiglieria, droni e missili e con un’attenzione crescente agli obiettivi energetici e civili, in un tentativo di logorare la resilienza interna ucraina.
Le cronache internazionali descrivono un Paese che continua a funzionare sotto stress, tra blackout, infrastrutture danneggiate e costi enormi per il bilancio pubblico e per la popolazione. Questo quadro conferma quanto la letteratura su sicurezza umana aveva già messo in evidenza: la guerra in Ucraina non è solo una disputa territoriale, ma un fattore destabilizzante per i mercati energetici e alimentari globali, con riverberi che colpiscono soprattutto le regioni più vulnerabili del Sud del mondo.
La Paris Declaration e la Coalizione dei volenterosi
La Paris Declaration del 6 gennaio 2026 – “RobustSecurity Guarantees for a Solid and Lasting Peace in Ukraine” – segna un passaggio politico‑istituzionale decisivo. I membri della Coalizione dei volenterosi, insieme all’Ucraina e agli Stati Uniti, vi affermano che la capacità di Kyiv di difendersi è “criticamente importante” per la sicurezza euro‑atlantica e che qualsiasi accordo di pace dovrà essere sostenuto da robuste garanzie politiche e giuridiche a favore dell’Ucraina.
La dichiarazione prevede cinque pilastri principali:
• un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti, con una Commissione speciale incaricata di valutare e sanzionare eventuali violazioni;
• un sostegno militare di lungo periodo alle Forze armate ucraine, comprensivo di pacchetti di difesa pluriennali, finanziamento per gli armamenti, supporto al bilancio della difesa, accesso a depositi di armamenti e assistenza per la costruzione di difese;
• la creazione di una Forza multinazionale per l’Ucraina, a guida europea e con supporto statunitense, destinata a sostenere la ricostruzione delle capacità militari ucraine e a svolgere misure di rassicurazione in aria, mare e terra dopo un cessate il fuoco credibile;
• impegni vincolanti a intervenire in caso di future aggressioni russe, con strumenti che includono capacità militari, intelligence, logistica, iniziative diplomatiche e nuove sanzioni;
• una cooperazione di difesa di lungo periodo (formazione, produzione industriale congiunta, uso di strumenti europei, cooperazione d’intelligence) e una cellula di coordinamento USA/Ucraina/Coalition a Parigi.
In termini politici, la Paris Declaration sposta definitivamente la sicurezza dell’Ucraina dal terreno dell’“assistenza” a quello dell’integrazione in un regime di sicurezza euro‑atlantico ad hoc, destinato a durare ben oltre la fine delle ostilità.
Forza multinazionale, deterrenza e linea rossa russa
La parte più innovativa e sensibile della proposta riguarda la Forza multinazionale. Secondo analisi citate dalla stampa internazionale, si discute di un contingente dell’ordine di 10‑15.000 soldati, a guida anglo‑francese, da dispiegare a ovest del Dnipro, in stretta cooperazione con un esercito ucraino di circa 600.000 uomini. Non si tratterebbe di una forza da combattimento di prima linea, ma di una presenza di deterrenza e “trip‑wire”, in grado di complicare il calcolo strategico russo e reagire rapidamente a eventuali violazioni del cessate il fuoco.
Ex comandanti NATO ricordano che, per essere credibile, una forza di questo tipo deve avere regole d’ingaggio chiare e capacità di risposta immediata, senza dover “telefonare a Parigi o Londra” per ogni decisione operativa, altrimenti il rischio è che la deterrenza resti sulla carta. Il paragone con la forza NATO di 60.000 uomini in Bosnia nel 1995 mostra la differenza di scala e alimenta interrogativi sull’effettiva capacità della missione di stabilizzare un teatro molto più vasto.
La reazione russa è stata netta. La portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha definito la Coalizione dei volenterosi “un vero asse della guerra” e ha avvertito che eventuali basi militari europee in Ucraina dopo un accordo di pace verrebbero considerate “intervento straniero” e “minaccia diretta” alla sicurezza russa, e quindi “obiettivi legittimi” delle forze armate di Mosca. Questo conferma che, agli occhi del Cremlino, qualsiasi presenza militare occidentale sul territorio ucraino, anche nel quadro di una missione di stabilizzazione, sarebbe percepita come prolungamento del conflitto.
Effetti globali: cibo, energia e Africa
La ricerca accademica ha mostrato che, prima del conflitto, Russia e Ucraina coprivano una quota rilevante delle esportazioni mondiali di grano, mais, oli vegetali e fertilizzanti, e che il blocco del Mar Nero e la volatilità dei prezzi hanno colpito in modo particolare Paesi africani fortemente dipendenti dalle importazioni, come Egitto, Tunisia, Marocco, Libia e numerosi Stati del Sahel e dell’Africa subsahariana.
A ciò si aggiunge la ristrutturazione forzata dei flussi energetici europei: la riduzione della dipendenza dal gas russo ha spinto l’UE a rafforzare accordi con fornitori africani (Algeria, Libia, Nigeria, Mozambico), aprendo opportunità economiche ma anche il rischio di una nuova stagione estrattiva non allineata con gli obiettivi di transizione giusta. Gli studi sulle “just energytransitions” avvertono che, senza adeguata governance e senza investimenti paralleli nelle rinnovabili e nello sviluppo locale, l’afflusso di capitali nel settore fossile può consolidare élite ristrette e alimentare tensioni sociali.
In Sahel e Nord Africa, questi shock si sommano a fragilità istituzionali, presenza jihadista e crisi climatiche, contribuendo a un quadro di insicurezza che alimenta colpi di stato, conflitti locali e nuove rotte migratorie verso il Mediterraneo. In questo senso, ciò che accade tra Donetsk e Zaporižžja non resta “in Europa orientale”: si riflette su prezzi del pane al Cairo o a Tunisi, su bilanci pubblici in Africa occidentale, sulle scelte energetiche in Nigeria o Mozambico.
Africa, non‑allineamento e credibilità europea
Molti Stati africani hanno adottato una postura di “non‑allineamento pragmatico”: condanna formale dell’invasione russa nelle sedi ONU, ma rifiuto di aderire al regime di sanzioni occidentali. Questa posizione riflette la volontà di preservare margini di manovra tra Occidente, Russia e Cina, ma anche la percezione di un doppio standard: massima mobilitazione per l’Ucraina, minore attenzione per le crisi africane.
La Russia, spinta dall’isolamento in Europa, ha intensificato la propria presenza in Africa, soprattutto in contesti di crisi (Sahel, Centrafrica, Sudan), attraverso accordi di sicurezza, contractors e scambi di risorse contro protezione. La Cina continua a investire in infrastrutture e finanza, mentre potenze regionali mediorientali ampliano il proprio raggio d’azione. In questo scenario, la credibilità europea dipenderà dalla capacità di affiancare alla Paris Declaration un’agenda coerente sul fronte africano: sicurezza alimentare, transizione energetica equa, gestione del debito, sostegno alla governance e canali regolari di mobilità.
Che cosa significa per l’Europa e per l’Italia
Da un punto di vista politico‑istituzionale, il quadro che emerge dall’integrazione tra la Paris Declaration, l’evoluzione militare sul terreno e la ricerca accademica su Africa e sicurezza è chiaro:
• la Coalizione dei volenterosi è il tentativo di evitare che il “giorno dopo” la pace in Ucraina assomigli al fragile equilibrio post‑2014, dotando Kyiv di garanzie robuste e di una deterrenza credibile contro nuove aggressioni;
• questo impegno è coerente con la difesa della Carta ONU e dell’ordine europeo, ma comporta un vincolo di lungo periodo sulle risorse politiche, militari ed economiche europee;
• se non sarà accompagnato da una strategia altrettanto strutturata verso il Sud globale – e in particolare verso l’Africa – rischia di produrre una “sicurezza selettiva”: rafforzata a Est, ma indebolita a Sud, con ritorni in termini di instabilità, migrazioni e perdita di influenza.
Per l’Italia, Paese mediterraneo e membro fondatore dell’UE, questa è una responsabilità e un’opportunità. La nostra geografia ci pone al crocevia tra fronte orientale e fronte meridionale: possiamo contribuire alla definizione e all’attuazione delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, ma al tempo stesso farci promotori, in sede europea e internazionale, di una visione che tenga insieme Est e Sud, sicurezza “hard” e sicurezza umana, ricostruzione ucraina e partenariato euro‑africano.
La Paris Declaration, letta in questo quadro, non è dunque un atto tecnico, ma un banco di prova politico: dirà se l’Europa saprà costruire un regime di sicurezza che non si limiti a blindare i propri confini orientali, ma contribuisca a un ordine più giusto, nel quale l’Africa non sia solo vaso di espansione delle crisi altrui, bensì interlocutore pienamente riconosciuto nella costruzione di una sicurezza condivisa tra Nord e Sud del mondo. (gianni lattanzio*\aise)
*Presidente Confassociazioni International