Lampedusa, tredici anni dopo: dal grido profetico al progetto di civiltà – di Gianni Lattanzio

foto Vatican Media

ROMA\ aise\ - Lampedusa è tornata ad essere, il 4 luglio 2026, la coscienza inquieta dell’Occidente. Ma per capire la portata del gesto di Leone XIV, bisogna riavvolgere il nastro di tredici anni e tornare all’8 luglio 2013, quando Francesco, appena eletto, scelse la stessa isola per il suo primo viaggio apostolico. È nello scarto tra quelle due omelie, pronunciate nello stesso campo sportivo “Arena”, che si misura l’evoluzione del magistero sulla migrazione e, in filigrana, il cambiamento d’epoca nella teologia politica del Mediterraneo, mentre le acque hanno già inghiottito oltre 35.000 migranti, secondo i progetti “Missing Migrants” dell’OIM.
Nel 2013 la scena liturgica è penitenziale: paramenti viola, corona di fiori gettata in mare, tono da supplica e da lutto. Francesco si affida alle prime pagine della Genesi: «Adamo, dove sei?» e «Caino, dov’è tuo fratello?» diventano le due domande con cui Dio giudica l’umanità contemporanea. Non si tratta di un esercizio esegetico: il peccato originario è letto come perdita di orientamento, smarrimento dell’uomo che non sa più collocarsi nel mondo; il peccato di Caino come frattura della fraternità, come legittimazione della violenza contro il fratello che disturba il benessere. La categoria chiave è la «globalizzazione dell’indifferenza»: un anestetico diffuso che ci permette di convivere con i morti del mare senza che la coscienza ne sia ragionevolmente turbata.
Le immagini che Francesco utilizza – le “bolle di sapone” del benessere, l’“Innominato” manzoniano incapace di trovare pace, l’«anestesia del cuore» – appartengono a un registro antropologico forte e insieme emotivo. Lampedusa è il luogo dove la coscienza occidentale viene chiamata a confessare una colpa non solo individuale ma collettiva: abbiamo perso la capacità di piangere, e questa perdita è già una forma di complicità. Non a caso la domanda finale è tagliente: «Chi di noi ha pianto?» davanti alle stragi in mare.
Tredici anni dopo, Leone XIV sceglie quello stesso luogo, ma l’architettura liturgica e teologica è diversa. La celebrazione del 4 luglio 2026 è festiva: casula bianca ornata di onde blu, immagine della Madonna di Porto Salvo accanto all’altare, benedizione della targa che ribattezza il molo Favarolo “Molo Papa Francesco”, saluto familiare «O’scià!» alla comunità di Lampedusa e Linosa. La tonalità non è quella del lutto, ma quella di una speranza esigente.
Il testo evangelico dominante non è più Genesi, ma Luca 10: la parabola del Buon Samaritano, riletta in esplicito dialogo con Fratelli tutti. La domanda teologica non è più «dove sei?» o «dov’è tuo fratello?», ma «chi è mio prossimo?». E qui Leone introduce una formula che ha il sapore di un manifesto: «prossimi ci si fa, prossimo si diventa». La responsabilità non è più solo colpa retrospettiva, ma vocazione dinamica: essere prossimi è un movimento, una decisione, non un dato identitario.
Anche la diagnosi del male cambia registro. La «globalizzazione dell’indifferenza» è ripresa e onorata, ma tradotta in categoria politico?decisionale: i morti di questo mare sono «vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate», e la «fretta di passare oltre» del sacerdote e del levita diventa figura del ritardo delle politiche europee, della cultura del “non mi riguarda” istituzionalizzato. Dove Francesco martellava la coscienza con una parola-manifesto, Leone articola la stessa inquietudine come responsabilità di strutture: corruzione nei Paesi d’origine, sistema economico globale ingiusto, paura che alimenta pregiudizio, criminalità organizzata che lucra sul dramma, lentezza e frammentarietà delle politiche europee.
Questo spostamento si vede anche nel modo in cui viene interpellata l’Europa. Nel 2013, l’orizzonte europeo e occidentale resta sullo sfondo: si parla di «cultura del benessere», di «decisioni a livello mondiale» anonime, di “noi” che ci siamo abituati a vivere protetti.
Nel 2026, l’Europa è destinataria diretta di un appello quasi programmatico: «Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee». Lampedusa non è più solo un faro morale isolato; è una postazione da cui leggere la storia e la responsabilità del continente.
Leone XIV porta sulla scena parole che sono già codificate nella dottrina sociale recente: «accogliere, proteggere, promuovere e integrare» i migranti, dentro un «piano strategico di lungo periodo» che comprenda il primo soccorso e lo inserisca in un disegno organico capace di coniugare tutela dei diritti e sviluppo dei Paesi d’origine, «così che nessuno sia costretto a emigrare». La quadripartizione che Francesco aveva formulato nella Giornata del Migrante 2018 viene ripresa, ma questa volta è chiaramente attribuita all’Europa come compito specifico, fondato sul «potenziale unico» che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura.
La questione dell’appartenenza religiosa offre forse il passaggio teologico più netto. Nel 2013, Francesco saluta con affetto i musulmani nel Ramadan, mantenendo il dialogo interreligioso sul piano della prossimità pastorale. Nel 2026, Leone XIV compie un passo dottrinale esplicito: «È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza». La citazione di Efesini 2,14 – Cristo che «abbatte i muri di separazione» – trasforma la questione migratoria in questione ecclesiologica: la Chiesa non può accettare, neppure implicitamente, la logica di confini religiosi che escludono l’altro in nome della propria identità.
Non è un dettaglio: la formulazione ha implicazioni politiche dirette verso le teologie identitarie e i progetti di “remigrazione” che, in questi anni, hanno cercato legittimazione religiosa. Il primo Papa statunitense, figlio di migranti, rifiuta che la fede sia utilizzata come alibi per il rifiuto dell’altro. Lampedusa, ancora una volta, è il luogo dove si vede se crediamo davvero che la salvezza sia universale.
Un altro scarto riguarda il rapporto tra la parola papale e la tradizione. Francesco parlava come pastore all’inizio del ministero, senza citare documenti o predecessori. Leone XIV, a un anno dalla sua elezione, compone invece una vera e propria ricapitolazione magisteriale: cita Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II sulla “civiltà dell’amore”; si autocita nell’enciclica Magnifica humanitas sull’intelligenza artificiale e la dignità dell’uomo; benedice il molo dedicato a Francesco. Lampedusa 2026 non è un manifesto inaugurale, ma il luogo in cui una linea si riconosce, si raccoglie e viene rilanciata.
Sul piano del linguaggio politico, questo significa il passaggio dalla denuncia profetica al progetto civilizzatore. Francesco denuncia; Leone disegna. Il primo grida contro la globalizzazione dell’indifferenza; il secondo parla di una “civiltà dell’amore” alla quale va data «forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica». Non è una conversione della teologia in policy; è la consapevolezza che la carità, se vuole essere all’altezza dell’epoca, deve organizzarsi, diventare struttura, farsi ordinamento.
Anche il registro rituale segue questa traiettoria. Nel 2013, il viola penitenziale e la corona gettata in mare fissano l’immagine di un Papa che chiede perdono per una Chiesa e un mondo che hanno “lasciato morire”. Nel 2026, le onde blu sulla casula, la Madonna di Porto Salvo evocata come “porto sicuro” per gli ultimi, il saluto dialettale «O’scià!» rivolto alla comunità locale e ai migranti, compongono un quadro di profezia della speranza: non minimizzazione del dramma, ma invito a non lasciarsi vincere dalla paura.
La conclusione delle due omelie è rivelatrice. Francesco chiede: «Chi ha pianto?». Leone dice: «Non lasciamoci vincere dalla paura». Il primo appello è al patire-con, alla riapertura del sentimento; il secondo è alla speranza operativa, alla decisione di agire nonostante l’angoscia diffusa. È la stessa compassione, ma in fasi diverse: all’inizio è ferita che grida; dopo tredici anni deve diventare rivoluzione interiore capace di organizzarsi.
Lampedusa, in questo senso, è il luogo dove si vede la maturazione di un magistero che non contrappone Francesco e Leone XIV, ma li intreccia. Il pontificato di Francesco ha dato parola al grido, ha nominato l’indifferenza, ha rimesso il mare al centro della coscienza. Quello di Leone XIV assume quel grido e tenta di trasformarlo in progetto: evangelico, spirituale, culturale, giuridico, politico, economico.
La scena resta la stessa: un campo sportivo alla periferia dell’isola, il mare poco oltre, una corona di fiori, una targa dedicata al predecessore, un Papa che parla mentre il vento prova a strappargli la papalina. Ma ciò che si dice da quel microfono, oggi, è qualcosa di più articolato e impegnativo: non solo “piangete”, ma “decidete”. E la decisione non riguarda solo i governi e le istituzioni europee, o l’amministrazione statunitense che il Papa, quel 4 luglio, interpella simbolicamente dall’isola. Riguarda ogni comunità cristiana, ogni città, ogni coscienza che si affaccia sul Mediterraneo o sui suoi equivalenti sparsi nel mondo.
Lampedusa 2013 ha mostrato il volto ferito del nostro tempo. Lampedusa 2026 chiede di scegliere che civiltà vogliamo costruire a partire da quella ferita. In questa domanda, forse, si gioca davvero la credibilità dell’Europa, della Chiesa e di quell’Occidente che ama definirsi “libero” ma che, troppo spesso, continua a non sapere che cosa fare dei corpi che cercano libertà sulle sue coste. (gianni lattanzio*\aise)
* Segretario generale Istituto Cooperazione Paesi Esteri (ICPE)