Il grande cinema internazionale torna a vivere nei luoghi dell’Ischia Film Festival: lungometraggi e corti in concorso alla 24ª edizione

NAPOLI\ aise\ – Il cinema internazionale torna a incontrare il paesaggio, la memoria e l’identità dei luoghi. Dal 27 giugno al 4 luglio si svolgerà l’Ischia Film Festival, nella straordinaria cornice del Castello Aragonese. La 24ª edizione, diretta da Michelangelo Messina e organizzata dall’Ente del Terzo Settore Art-Movie, conferma da quasi un quarto di secolo la vocazione del festival: portare sull’isola cinema, autori e sguardi capaci di raccontare il rapporto profondo tra i luoghi e chi li attraversa.
“Questa edizione rappresenta per noi un momento di riflessione sul percorso compiuto, mentre ci avviciniamo al traguardo della venticinquesima”, dichiara Michelangelo Messina, direttore artistico del festival. “L’idea resta quella originaria: raccontare il territorio non come semplice scenario, ma come spazio vivo, attraversato da visioni, memorie e identità. Le grandi narrazioni, italiane e internazionali, meritano di essere accolte nella loro unicità e illuminate con una luce propria”.
I numeri confermano la crescente dimensione internazionale della manifestazione: 66 opere selezionate provenienti da 33 Paesi, scelte tra oltre 500 lavori candidati da più di 50 nazioni. Il concorso ufficiale comprende 32 opere, di cui 27 presentate in anteprima, suddivise nelle sezioni “Lungometraggi internazionali”, “Cortometraggi internazionali” e “Location Negata”, quest’ultima dedicata ai diritti umani e ai luoghi feriti o negati. Ad ampliare ulteriormente l’offerta culturale sarà la sezione online “Confini”, che proporrà una selezione di opere fuori concorso.
Per otto giorni il pubblico potrà vivere il festival tra le suggestive sale all’aperto del Castello Aragonese e le tradizionali masterclass mattutine alla Villa “La Colombaia”, in un dialogo continuo tra visione cinematografica, formazione e confronto con gli autori.
Tra gli appuntamenti più attesi figura il programma “Best of”, dedicato ad alcune delle opere più significative del recente cinema italiano. Era di Vincenzo Marra, presentato alla presenza di Maurizio Casagrande e Giovanni Esposito, racconta la vitalità ostinata di Lina, una donna napoletana che rifiuta di lasciarsi definire dall’età. Con Il Dio dell’Amore, accompagnato da Isabella Ragonese, Francesco Lagi esplora con tono corale e ironico il caos dei sentimenti contemporanei. Antartica – Quasi una fiaba esordio alla regia di Lucia Calamaro conduce invece lo spettatore in una base scientifica isolata, dove il futuro dell’umanità si intreccia a tensioni affettive, etiche e ideologiche. Chiude la selezione Le assaggiatrici di Silvio Soldini, tratto dal romanzo di Rosella Postorino, che riporta sullo schermo la storia delle donne costrette ad assaggiare il cibo destinato a Hitler durante gli ultimi anni della Seconda guerra mondiale.
Proprio a Silvio Soldini sarà conferito il Premio alla Carriera 2026. Autore tra i più riconoscibili e sensibili del cinema europeo contemporaneo, Soldini ha attraversato commedia, dramma e racconto sentimentale con uno sguardo sempre attento alle fragilità, ai desideri e alle trasformazioni dei suoi personaggi. Dal successo di Pane e tulipani alla profondità emotiva di Giorni e nuvole, il suo cinema ha saputo coniugare leggerezza e inquietudine, intimità e racconto collettivo.
Il Premio Ischia Film Award 2026 sarà invece assegnato a Lello Arena, interprete amatissimo di teatro, cinema e televisione, protagonista di una carriera che ha segnato profondamente la cultura popolare italiana. Dalla stagione irripetibile della Smorfia con Massimo Troisi ed Enzo Decaro al lungo percorso di attore, autore e uomo di scena, Arena ha saputo unire comicità, tenerezza e intelligenza dello sguardo, lasciando un’impronta riconoscibile nell’immaginario del Paese.
Per il secondo anno consecutivo, l’Ischia Film Festival rinnova inoltre la collaborazione con “Italy for Movies”, il portale nazionale delle sedi e degli incentivi alla produzione realizzato da Cinecittà e promosso dal MiC Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e audiovisivo, assegnando il Premio Italy for Movies per la Migliore Produzione Esecutiva Italiana.
Tra le novità dell’edizione 2026, anche il Premio “Salvatore Lauro” che sarà assegnato a Il sottile filo rosso di Alessandro Bencivenga, nuovo riconoscimento dedicato alle produzioni italiane che scelgono Ischia come luogo di racconto e di ripresa, in omaggio alla memoria del grande imprenditore ischitano.
Con lo sguardo già rivolto al futuro, il festival annuncia poi una delle linee guida della sua venticinquesima edizione: nel 2027 sarà inaugurata una sezione speciale dedicata alla vela nel cinema, nuovo capitolo di una riflessione che da sempre mette in dialogo immagine, paesaggio e viaggio, confermando la vocazione dell’Ischia Film Festival come luogo privilegiato di incontro tra opere, territori e comunità.
FILM IN CONCORSO
LUNGOMETRAGGI
Al Castello Aragonese prende forma una selezione che attraversa geografie, linguaggi e inquietudini del presente: Aisha can’t fly away, Kickoff, Waking Hours e Lo spirito delle stagioni / The Soul of the Seasons; in anteprima nazionale Elämä on juhla / Summer is Crazy, Sanding Dreams e We Are The Fruits of the Forest; in anteprima internazionale Wirbel.
“Ogni edizione dell’Ischia Film Festival nasce dal desiderio di ascoltare ciò che i luoghi trattengono: le ferite, le promesse, le contraddizioni del nostro tempo”, spiega Messina. “Anche in questa edizione, grazie a una pluralità di provenienze, il cinema che porteremo al Castello Aragonese ci ricorderà quanto sia necessario riconoscere nel mondo il riflesso delle nostre inquietudini. Il concorso dei lungometraggi propone, in questo senso, un ventaglio di sguardi che non rinuncia alla sperimentazione nei linguaggi e nei generi”.
A confermare questa visione, la selezione finale colpisce per la sua ampiezza geografica: otto film provenienti da Egitto, Finlandia, Germania, Russia, Italia, Francia, Cambogia, Cechia e Slovacchia, in un percorso che attraversa i continenti e mette al centro le esperienze umane là dove si fanno più fragili e vere.
In un intreccio di linguaggi, dalla finzione al documentario, le opere in gara affrontano temi di stringente attualità. We Are The Fruits of the Forest (Anteprima italiana) del regista cambogiano candidato all’Oscar Rithy Panh racconta la lotta dei Bunong, popolo originario cambogiano, contro la perdita della terra e contro un clima che ne sconvolge le coltivazioni.
In Aisha can’t fly away dell’egiziano Morad Mostafa, una giovane caregiver sudanese al Cairo resta intrappolata tra le tensioni dei migranti africani e i ricatti della malavita.
Nel solco del cinema intimista scandinavo, Elämä on juhla / Summer is Crazy (Anteprima italiana) della finlandese Ulla Heikkilä osserva una famiglia disfunzionale dell’arcipelago alle prese con i limiti dei propri sogni, sotto un sole che a mezza estate non tramonta mai.
Kickoff di Roser Corella e Stefano Obino porta in un villaggio di montagna del Kirghizistan, dove una donna sfida le tradizioni organizzando un torneo di calcio femminile: emancipazione e riscatto attraverso il gioco.
In Sanding Dreams (Anteprima italiana) del russo Anton Mamyikin, uno studente di ingegneria spaziale torna al villaggio natale per un’emergenza familiare, mettendo da parte il proprio sogno di stelle per rispondere ai legami e alle necessità degli affetti.
Lo spirito delle stagioni / The Soul of the Seasons dell’italiano Alessandro Cattaneo segue le correnti emotive che attraversano i cicli del tempo, in una dimensione sospesa e contemplativa.
Waking Hours di Federico Cammarata e Filippo Foscarini è un viaggio notturno nella foresta, accanto a un gruppo di passeur afghani in attesa, al confine serbo-ungherese, là dove la Storia recente si fa carne e attesa.
Chiude la selezione Wirbel (Anteprima internazionale) del ceco Tomáš Hubá?ek: uno straniero esausto eredita una casa in una terra di confine e, sulle tracce di una donna enigmatica, riscopre i rituali perduti di chi abitava quel paesaggio.
A giudicare le opere in concorso sarà una giuria internazionale composta da Cristiana Allievi, giornalista e collaboratrice di Vanity Fair, D – la Repubblica, F magazine e Il Sole 24 Ore; Natascha Drubek-Meyer, docente di letteratura comparata e studi su cinema e media alla Libera Università di Berlino; e Roland Sejko, regista e responsabile della redazione editoriale dell’Archivio Storico Luce. Oltre al premio per il miglior film, la giuria assegnerà i riconoscimenti alla migliore regia, alla migliore fotografia e alla migliore scenografia.
Ne emerge un concorso attraversato da geografie diverse e da una stessa domanda: come continuare a riconoscerci dentro un mondo che cambia, ferisce, separa, ma ancora ci riguarda. Perché è attraversando il mondo, in fondo, che impariamo a riconoscere noi stessi.
CORTOMETRAGGI
Hanno passaporti diversi e durano pochi minuti, eppure dicono molto più di quanto la loro misura lasci supporre. Sono i dodici cortometraggi ammessi al concorso della 24ª edizione dell’Ischia Film Festival, ospitata al Castello Aragonese dal 27 giugno al 4 luglio 2026 con Michelangelo Messina alla direzione. Le bandiere in campo sono nove — Canada, Cina, Croazia, Cuba, Francia, Iran, Italia, Turchia, Zimbabwe — e ciascuna porta sull’isola un modo proprio di mettere a fuoco le cose, che il pubblico potrà percorrere come si percorre un itinerario fatto di soste molto diverse tra loro.
Ad aprire idealmente questo percorso è Rise di Jessica J. Rowlands, dopo il passaggio al Tribeca: il film segue un bambino cresciuto in una discarica dello Zimbabwe e deciso a non scomparire agli occhi del mondo. Il suo incontro con un appartato maestro di pugilato trasforma l’allenamento in una possibilità di presenza, riscatto e riconoscimento: imparare a tirare di boxe diventa, per lui, l’unico modo di farsi vedere da una realtà che lo ha scartato.
La delegazione italiana attraversa invece territori più intimi, lavorando sui dettagli, sulle soglie e su ciò che resta inespresso. Enna di Emanuele Prestileo prende forma in un ecovillaggio sardo sospeso sopra il mare, dove un giovane e suo nonno — depositario di un’arte antica, la tessitura del bisso, la seta che viene dall’acqua — si scontrano in una notte che segnerà per entrambi un punto di non ritorno. Tutt’altro ritmo in Mambo Kids di Emanuele Tresca, che segue due amici a caccia degli ultimi misteri della propria città in una sera che lentamente si spegne. C’è infine Comet in Coma, unica opera animata in concorso, diretta da Carlo Puoti, Camillo Sancisi e Margherita Piazza: tra le rovine lasciate dalla guerra fra Russia e Ucraina, un soldato che ha messo giù il fucile solleva lo sguardo e si riprende il cielo stellato.
La stessa linea di confine riaffiora, vista di sbieco, in The Something di Silvio Cuomo, in anteprima assoluta: un giovane scappato dall’Ucraina muove dalla Romania per recapitare oltre frontiera un pacco di cui non conosce il contenuto. Se lì è il buio del confine a far vacillare ogni certezza, in Sueña Ahora — firmato da Gabriele Licchelli, Francesco Lorusso e Andrea Settembrini tra Italia e Cuba — è il buio del blackout a fare da varco: quando un’interruzione di corrente sprofonda l’isola nel nero, salgono in superficie desideri e visioni che si impastano con i suoni della notte.
Il bisogno scardina le leggi del reale anche in L’algorithme du lait caillé / The Algorithm of Curdled Milk della francese Emilie Janin, dove un allevatore sommerso dai debiti trancia per sbaglio la rete dell’intero paese, mandando in fumo l’occasione agonistica della figlia: una commedia di campagna che vira verso la favola crudele.
Due film agli antipodi per provenienza si ritrovano uniti dalla fatica di accettare una mancanza. In Remember del turco Huseyin Kupeli, un uomo che ha perso i suoi in un incidente si chiude in un mondo immaginato dove i cari devono ancora rientrare, e proprio lì si perde. Rahlo / Shallow Ground del croato Jozo Schmuch, in anteprima italiana, scende a Vukovar, dove una madre riavvolge il tempo e riabbraccia il figlio sparito nella guerra, uguale a com’era partito: una tenerezza che fa male quanto consola.
Altre due opere spingono il piede oltre la soglia del verosimile. Apes del cinese Benny Wang, anch’esso in anteprima assoluta, inchioda un viaggiatore in un borgo remoto del sud-ovest della Cina e da quel disorientamento dischiude un’indagine spiazzante sull’esserci. Zhen dell’iraniana Azam Hasanpour rimane in un villaggio piegato dal fronte, dove le lettere che una donna invia ai soldati si fanno una fiamma capace di ardere anche dopo di lei.
Completa la selezione il canadese Ambush di Yassmina Karajah, in anteprima italiana, che addensa in un’unica notte lo strappo di una città intera: un rave techno irrompe in un rione di Amman e, mentre Jana, sobria da poco, si getta nella calca, dall’alto dei tetti Hasan aspetta un incontro rimandato troppe volte.
Dodici racconti, nove bandiere, una stessa ostinazione: restare accanto alle persone nei luoghi in cui la vita le mette alla prova. Non una mappa in bell’ordine, ma un vociare che, sovrapponendosi, finisce per assomigliare al nostro adesso ed è in questo stare in ascolto, più che in qualunque morale, che l’Ischia Film Festival ritrova la propria ragione d’essere.
LOCATION NEGATA
“Il cinema vive di luoghi, ma sa anche dare voce a quelli che nessuno guarda”, osserva Michelangelo Messina. “Location Negata non è un’appendice della rassegna: è il punto in cui il festival si fa più scomodo e necessario, perché punta la macchina da presa là dove la cronaca si volta dall’altra parte. Sono spazi sottratti, contesi, dimenticati, eppure è in essi che si decide cosa significhi oggi avere o non avere un posto nel mondo”.
I sei cortometraggi quest’anno hanno in comune una forma di sparizione: di una persona, di un’identità, di un diritto a esistere. In The Spectacle di Bálint Kenyeres, dopo il passaggio al Festival di Cannes, tra Francia e Ungheria un bambino rom viene sollevato verso la luce, fino a mostrare come quella luce, all’improvviso, si spenga. In anteprima assoluta, Il Digiunatore di Luigi Timpano e Federico Brullo insegue, in una città sacra e indifferente, la leggenda di un uomo che scelse di smettere di mangiare. L’anteprima europea Chro dell’iraniano Hamed Bahrami fa sbocciare, tra le tombe di un cimitero, una tenerezza inattesa tra due persone in lutto.
Il resto della selezione attraversa altre forme di assenza e smarrimento. In anteprima campana, The Drowned di Alessandro Reato e Davide Negri, una fotografa senza volto attraversa Hong Kong cercando qualcuno svanito tra milioni di sconosciuti, e lascia per strada immagini da cui le figure umane sono state ritagliate via. La stessa fame di riconoscimento muove l’anteprima campana Clout del britannico Jordan Murphy Doidge, dove un dodicenne ossessionato dai social trasforma il ritrovamento di un cadavere in una diretta che gli sfugge di mano. In Sunday di Giulio Tonincelli, in un villaggio del nord Uganda dove la disabilità è marchio e condanna, una ragazzina di quattordici anni risponde al peso degli sguardi nell’unico modo che le appartiene: danzando.
Lo stesso sguardo civile attraversa i sei lungometraggi, che intrecciano denuncia e ricerca formale per raccontare chi resiste ai margini della Storia. In anteprima internazionale, Parallel City della romena Ana Margineanu, a Timisoara, una donna in frantumi trova una ragione nei tre bambini afghani che accudisce, alla vigilia di un attraversamento di confine che può rovinare tutto. In anteprima italiana, Mundurukuyü – The Forest of the Fish Women, firmato dalle registe Aldira Akay, Beka Munduruku e Rilcélia Akay, ci porta sulle rive del Tapajós, dove la mitologia Munduruku fa della foresta una famiglia da difendere.
In anteprima campana, The Mission del collettivo palestinese Gaza Collective segue un chirurgo che torna a operare sotto le bombe e la sua équipe che filma l’indicibile delle sale operatorie. A rappresentare l’Italia è Dom di Massimiliano Battistella: la storia di Mirela, bosniaca arrivata bambina con un convoglio umanitario durante l’assedio di Sarajevo, che trent’anni dopo torna a cercare le compagne, la madre e una patria perduta.
A spingersi dentro altre ferite aperte del presente è l’anteprima campana Les recommencements / New Beginnings di Isabelle Ingold e Vivianne Perelmuter, che accompagna un veterano del Vietnam tra le sue terre tribali in California, dove violenza e devastazione ambientale riaprono vecchie ferite.
Il diritto di restare è al centro di Nel buio dell’acqua / In the Darkness of Water dello spagnolo David Rodríguez de la Morena: Mauro Morandi, ottant’anni, di cui trenta passati a custodire un’isola, scopre che verrà sfrattato.
Luoghi distanti per latitudine ma vicinissimi per ciò che mettono in gioco, questi dodici film disegnano una geografia di chi rischia di sparire dalle carte e pretende, invece, di restarci. Non un catalogo di emergenze, ma il ritratto testardo di un’umanità che si rifiuta di essere cancellata. (aise)