“OLTRE LO SGUARDO”: ANTONELLO DA MESSINA TORNA A PAVIA

“OLTRE LO SGUARDO”: ANTONELLO DA MESSINA TORNA A PAVIA

PAVIA\ aise\ - Dopo un anno, Il Ritratto d’uomo Malaspina di Antonello da Messina torna a Pavia, al Castello Visconteo. L'opera-icona dei Musei Civici pavesi rientra accompagnato da un altro grande capolavoro del Maestro messinese: Il Ritratto d’uomo, che Vincenzo Consolo trasformò, in maniera letteraria, nell’Ignoto Marinaio, del Museo della Fondazione Mandralisca di Cefalù, sede dell’ultima esposizione conclusasi il 26 novembre. Ancor prima l’opera era stata esposta a Palazzo Reale di Milano, per la grande mostra dedicata ad Antonello da Messina (160 mila visitatori), che ha seguito l’analoga esposizione palermitana a Palazzo Abatellis.
L'esposizione del Castello Visconteo si intitola “Oltre lo sguardo. Volti e ritratti nella pittura italiana tra Quattro e Cinquecento. Antonello da Messina torna a Pavia”, è stata inaugurata giovedì 5 dicembre e sarà aperta al pubblico sino al 29 marzo 2020. La mostra è organizzata e promossa dal Comune di Pavia – Settore Cultura, i Musei Civici di Pavia, in collaborazione con il Comune di Cefalù, la Fondazione Culturale Mandralisca di Cefalù e con il contributo della Fondazione Comunitaria della Provincia di Pavia.
“L'eccezionale possibilità di ospitare nelle sale del Castello Visconteo di Pavia il Ritratto di ignoto di Antonello da Messina, abitualmente conservato presso la Fondazione Mandralisca di Cefalù, ha portato a ipotizzare un'operazione di più ampia riflessione, sia rispetto all'abbrivio artistico del grande messinese, sia riguardo al rapporto con le opere presenti nelle collezioni civiche pavesi. Si immagina dunque di allestire le sale del Rivellino nell'ottica di restituire compiutamente quale sia stato il ruolo, nella ritrattistica, di Antonello da Messina, e come gli echi della sua arte abbiamo influenzato e definito il rapporto con la pittura lombarda e veneta nell'ultimo quarto del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento”, spiega Francesca Porreca, direttrice dei Musei Civici di Pavia.
Il percorso della mostra, che comprende una selezione importante di opere della pittura in Lombardia e nelle Fiandre, appartenenti alla Pinacoteca dei Musei Civici di Pavia, si apre introducendo la figura di Antonello da Messina in un preciso quadro di riferimento storico veneto fiammingo: il tema è quello della Madonna con il Bambino nella trattazione svolta da Giovanni Bellini (ed ecco che si apre il dialogo con il Maestro siciliano), da Hugo van der Goes e da un anonimo pittore lombardo. A questa sala segue l'ambiente dedicato al confronto tra i primi due ritratti conosciuti di Antonello: quello di Pavia e quello di Cefalù. Per quest'ultimo si approfondisce la suggestiva e documentata ipotesi di identificazione in Francesco Vitale da Noja, vescovo di Cefalù. Le sale successive evidenziano il passaggio dalla tradizionale effigie di profilo, nell'ottica squisitamente umanistica e pisanelliana, alla nuova impostazione fiamminga ideata da van Eyck e portata a un nuovo livello di suggestione dall'opera di Antonello.
I due ritratti dunque si inseriscono in un discorso più ampio che indaga la pittura italiana tra Quattrocento e Cinquecento, “oltre lo sguardo”, il loro e quello di chi li osserva. Il visitatore certamente non potrà non accorgersi che hanno una luce comune negli occhi, pur restando diversissimi; da una parte il Ritratto d'uomo di Pavia dal sorriso accennato, enigmatico: dall'altro l'Ignoto Marinaio di Cefalù, per molto tempo ritenuto l'autoritratto di un giovane Antonello. Del resto, differenti sono gli stati d'animo, il modo di sentire, che Antonello, più di ogni altro artista, seppe tradurre e trasferire nelle sue opere. Il ritratto Malaspina, è stato datato dagli storici come antecedente al soggiorno veneziano di Antonello, tra il 1475 e il 1476. Ma Antonello ha già codificato il suo modello di “ritratto borghese”, portatile e di ridotte dimensioni: una tavola “da viaggio”, che può anche essere riconducibile alla sfera privata di un alto borghese, non più appannaggio solo dei regnanti. La posa di tre quarti, il diaframma del parapetto, il fondo scuro, sono caratteristiche dei ritratti fiamminghi, a cui Antonello aggiunge un’acuta attenzione psicologica.
Scrive Giovanni Carlo Federico Villa: “Qui l’effigiato, con scatto repentino del capo e lo sguardo in tralice, sembra quasi spiare lo spazio dell’osservatore. La luce proveniente da sinistra, così da non essere tangenziale ma frontale rispetto al busto, garantisce il contrasto sufficiente per staccare con lieve ombreggiatura il profilo del naso, dando un adeguato rilievo alla guancia sinistra, al collo e ai particolari del viso”.
Il marchese Malaspina, acquistò la tempera da una famiglia patrizia veronese ritenendola un autoritratto di Antonello. Nel catalogo manoscritto delle sue raccolte d’arte, il marchese annota infatti che “il quadro di cui si tratta è un ritratto che credesi il suo, fatto da se medesimo, ove trovasi il di lui nome fuso nel dipinto assai ben eseguito e che mostra d’esser assomigliantissimo”.
Ospitata dal 1837 dallo Stabilimento di Belle Arti Malaspina, la piccola tavola fu trafugata nella notte tra il 10 e l’11 maggio 1970 e recuperata solo nell’agosto del 1977. La pellicola pittorica ha purtroppo risentito del furto, così come il supporto originale, una tavoletta di legno di noce spessa solo 5 millimetri, e quindi deve essere sottoposta a particolari attenzioni per l’esposizione. In calce, si legge “ANTONELLUS MESSANEUS PINXIT”, l'iscrizione è direttamente incisa, come nell’Ecce Homo Wildenstein e nel Ritratto di giovane della collezione Thyssen-Bornemisza di Madrid.
Del beffardo “Ritratto d’uomo” del Mandralisca si è detto sempre tutto e l’esatto contrario: se Vincenzo Consolo ne fissava l’identità romanzesca “di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce il futuro”, Leonardo Sciascia andava oltre e si chiedeva, “Al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra, al contadino e al principe del foro; somiglia a chi scrive questa nota (ci è stato detto); e certamente assomiglia ad Antonello. E provatevi a stabilire la condizione sociale e la particolare umanità del personaggio. Impossibile. È un nobile o un plebeo? Un notaro o un contadino? Un pittore un poeta un sicario? Somiglia, ecco tutto”.
Poco importa: il celeberrimo Ignoto, che leggenda voleva in viaggio da Lipari e per anni nascosto dietro lo sportello di un mobile da farmacia della famiglia Parisi, è avvolto dal mistero. Studi recenti di Varzi e di Dell’Aira ipotizzano, partendo dal sigillo sul retro della tavola, che il ritratto fosse già nelle mani dell’arcidiacono Giuseppe Pirajno, antenato del barone Enrico, a metà ‘700; e riprendesse le fattezze di tal Francesco Vitale da Noja, vescovo di Cefalù tra il 1484 e il 1492. Di certo l’effigiato si compiacque per la scelta del pittore, che era riuscito nella difficilissima arte di rendere insieme l’ironia al limite del beffardo, sguardo fra il sardonico e il derisorio, ma anche pregevolissimo realismo di fisionomia e di costume. E tutto questo trent’anni prima, almeno, dell’altro iconico sorriso cui infiniti commentatori l’accostano: quello, ovviamente, della Gioconda di Leonardo. (aise)


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