“Carnale”: la soggettività femminile di Verita Monselles al Centro Pecci di Prato

Verita Monselles Senza titolo, n.d. (inizio anni Ottanta / early 1980s) diapositiva / slide 6x6 cm Courtesy Archivio Fotografico Toscano, Prato – Fondo Verita Monselles

PRATO\ aise\ - Il Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci di Prato ospita, dal 31 maggio al 30 agosto prossimi, “Verita Monselles. Carnale”, prima mostra in un centro d’arte contemporanea italiano dedicata all’artista e fotografa argentina, la cui opera esplora i linguaggi legati al pensiero femminile e femminista attraverso la moda e i generi del ritratto e del nudo.
Verita Monselles (1929-2004) nasce a Buenos Aires e si trasferisce con la famiglia a Firenze, bambina. Ancora ventenne, a seguito del matrimonio con un cardiologo, si trasferisce a Napoli dove frequenta i circoli dell’alta borghesia da cui, più tardi, si allontana. Lea Vergine, che la conosce in quegli anni e che le rimarrà sempre amica, scrive: “mentre noi si giocava a poker, per esempio, lei dormiva sui divani. Non si quietava come le altre. Voleva capire la musica da camera, quella lirica, i libri e i quadri. Componeva con la chitarra”. Alla fine degli anni Sessanta la svolta quando si avvicina alla fotografia, utilizzata per raccontare la sua storia e “quella di tante altre donne della mia generazione, educate nel cattolicesimo e con una serie innumerevole di sottili frustrazioni e avvilimenti” (Monselles, 1981). Così, il suo percorso incrocia quello delle principali artiste e critiche coeve – tra cui Ketty La Rocca, Tomaso Binga e Lara-Vinca Masini – e si intreccia con l’esperienza delle compagnie teatrali Magazzini Criminali e Krypton. Dalla seconda metà degli anni Settanta, l’artista inizia a lavorare per la moda e la pubblicità.
Monselles rivendica la soggettività femminile: “una donna che pone in discussione il suo ruolo di fronte alla maternità, alla famiglia, alla religione, alla sessualità nel contesto di una società repressiva e inadeguata”, come sottolinea lei stessa.
La mostra “Carnale” presenta una lettura nuova del lavoro di Verita Monselles, capace di far interagire le diverse anime della sua produzione. Fin dalle prime opere, l’artista interviene con ironia sui simboli della tradizione patriarcale e religiosa e ne decostruisce codici e significati. Questa ricerca si intreccia con l’attenzione per la messa in scena, le finzioni e le illusioni, dove manichini, animali impagliati, gabbie e oggetti devozionali sono utilizzati per rovesciare gli stereotipi e le dinamiche di potere tra i generi. “Non c’è quasi mai, nelle fotografie di Verita, aggressività”, scrive Lara-Vinca Masini, “ma un senso di doloroso rifiuto contro ogni potere espresso dal maschile, quello del sesso, quello della costrizione penitenziale ecclesiastica, quello delle convenzioni e dei pregiudizi”.
Nelle opere degli anni Ottanta, le scenografie degli scatti si fanno più essenziali. Rimane protagonista il corpo della donna, spesso ritratto nella sua dimensione più erotica e sensuale, soggetto e autore del proprio desiderio. “Oggi riesco a esprimere una maggior fiducia”, scrive l’artista nel 1981, “e ciò deriva dall’osservazione di queste donne fortificate dalle battaglie precedenti. La soluzione del conflitto è in mano a loro, alla loro determinazione, alla nuova forza che hanno acquisito”. Ne risultano immagini volutamente pop e kitsch che rileggono i generi del nudo, del ritratto e della natura morta e si affiancano ad ambiti meno noti della sua produzione, tra cui l’attività fotografica per la pubblicità di moda e la collaborazione con Cavallini, azienda toscana produttrice di calze.
La mostra, a cura di Alessandra Acocella, Michele Bertolino e Monica Gallai con l’allestimento di Giuseppe Ricupero, traccia un percorso non cronologico, dove i diversi ambiti dell’opera di Monselles sono posti in relazione per sottolinearne la continuità. L’estetica pubblicitaria e l’utilizzo di tessuti contribuiscono a definire la forza e l’incisività della produzione dell’artista che, a partire da una fase iniziale che culmina nei lavori di denuncia femminista Ecce Homo (1976) e Paolina Borghese come Venere Contestatrice (1977), sviluppa un linguaggio autonomo e originale, spesso poco compreso dai contemporanei.
Ketty La Rocca diceva: “Verita sei stata un po’ vista come un’artista femminista perché fai questo lavoro sulla condizione della donna, però qualcuno vorrebbe che tu lo facessi di quel tipo considerato più politico. Tu invece lo fai nella condizione che è, secondo me, l’unica che hai vissuto, di denuncia e sofferenza della donna borghese. Tu fai un discorso che è politico nei lunghi tempi”.
“Carnale” espone anche sperimentazioni meno note, come il ricorso al video nel caso del lavoro Rosematic (1984): modelle e figure a lei vicine, come l’attrice Marion D’Amburgo, animano le immagini fotografiche in quadri dinamici di metamorfosi e ibridazione con elementi del mondo animale e vegetale e con dimensioni cosmiche. L’esito è una successione di scene che oltrepassano i confini dell’immagine, con donne che divengono farfalle e flirtano con i fiori e la macchina da presa.
A vent’anni dall’ultima mostra personale dedicata a Verita Monselles e curata da Lara-Vinca Masini, di cui il Centro Pecci conserva l’archivio, “Carnale” riporta all’attenzione del pubblico e della critica una voce ancora attuale, che confronta le posizioni politiche radicali con i linguaggi della moda e della pubblicità, sempre più pervasivi nell’immaginario collettivo. Le opere di Monselles, provenienti dall’Archivio Fotografico Toscano, Fondo Verita Monselles, invitano il pubblico a interrogare il corpo, l'identità di genere e il desiderio, mantenendo uno sguardo a tratti sentimentale e sempre ironico. (aise)