Collecto: a Venezia inaugura il “Palazzo delle Arti e delle Culture”

VENEZIA\ aise\ - Radici comuni dell’umanità e tappe cruciali del suo sviluppo, culture e civiltà diverse che s’incrociano trovando un linguaggio comune e aprendo a nuove narrazioni, immagini, simboli e forme archetipiche che, attraverso i secoli riaffiorano continuamente nell’immaginario umano, al di là dei confini geografici: il percorso nella storia, nelle culture e nelle arti che la Fondazione Giancarlo Ligabue s’appresta a inaugurare nella sua sede storica a Venezia è la perfetta testimonianza dell’ideale di Humanitas che sostanzia da oltre 50 anni l’impegno Ligabue nella cultura, ma anche il punto d’arrivo e la nuova sfida della Fondazione voluta da Inti Ligabue, a 10 anni dalla sua istituzione.
L’apertura al pubblico il 4 maggio della sede sul Canal Grande della Fondazione Giancarlo Ligabue, come Palazzo delle Arti e delle Culture, luogo di esposizione della Collezione ma soprattutto centro di pensiero e punto di riferimento primario delle sue molteplici attività di ricerca e divulgazione, testimonia e consolida un percorso di crescita e maturazione che l’ha portata, dall’esperienza e dall’eredità del Centro Studi e Ricerche Ligabue, a una rinnovata azione nel contesto internazionale e in quello veneziano, ove affondano le sue radici.
In questo percorso, centrale è diventata la condivisione della conoscenza. Da qui: 12 esposizioni temporanee, in Europa, in Italia e soprattutto a Venezia, con i maggiori esperti dei diversi ambiti e con prestiti e collaborazioni dei grandi musei internazionali come il Quai Branly di Parigi, il British Museum di Londra, i Musei Archeologici Nazionali di Firenze e Napoli, la Biblioteca Ambrosiana, la Pinacoteca di Brera e il Castello Sforzesco di Milano, l’Ashmolean Museum di Oxford, il Museo Arqueológico nacional di Madrid, il Cyprus Museum di Nicosia o la Staatliche Kunstsammlungen di Dresda; quindi cataloghi e pubblicazioni che affiancano il “Ligabue Magazine”, la rivista scientifica e culturale semestrale in doppia lingua giunta ormai alla 88esima edizione, e più di 90 “Dialoghi della Fondazione” aperti alla città, anche nei teatri, con studiosi, ricercatori, intellettuali e divulgatori da tutto il mondo. Dialoghi che continueranno anche nel 2026.
Con l’esposizione di una selezione di oltre 400 opere e reperti della Collezione Ligabue, in un percorso che vuol essere a un tempo omaggio ai suoi valori fondanti e risposta alle istanze attuali (significativa l’apertura della collezione in questi anni anche a nuovi ambiti d’interesse come l’arte moderna e contemporanea e la fotografia), e con la residenza d’artista di Marta Spagnoli (Verona, 1994) a confermare l’attenzione e il sostegno verso le più interessanti voci dell’arte contemporanea affini per temi e pulsioni, si raggiunge una nuova tappa e s‘inaugura un’ulteriore fase per la Fondazione.
“Collecto”, neologismo scelto a indicare proprio il richiamo alle origini della collezione e al tempo stesso uno sguardo nuovo e aperto, è un viaggio tra paleontologia, archeologia ed arte, che da un lontanissimo passato di 4,5 miliardi di anni fa, a partire da un affascinante meteorite pallasite (tra i più rari), catapultato nel nostro pianeta dopo aver percorso 160 milioni di chilometri verso il campo gravitazionale terrestre (una massa di ferro e nichel dalla forte valenza scultorea, che molto ci dice sulla storia dell’Universo), giunge all’oggi, con opere di Arcangelo Sassolino, Nico Vascellari, Giorgio Andreotta Calò e altri, passando per l’arte precolombiana, africana, oceanica, ma anche per Ambrogio Lorenzetti, Leonardo, Gian Battista Piazzetta e Giambattista Tiepolo; superando confini e connettendo civiltà e culture apparentemente distanti e diverse tra loro.
Non un percorso strettamente cronologico, ma tappe nell’evoluzione dell’umanità e grandi temi e soggetti con cui l’Uomo da sempre si confronta: “la nascita e la morte”, “la bellezza”, “il prestigio e il potere”, “gli antenati e le divinità”.
“Collecto”, come spiega Inti Ligabue, presidente della Fondazione, è “il riflesso di un percorso profondo, quello di uno spirito che si costruisce nel tempo e che, per usare un'immagine cara a Hegel, prende forma attraverso la storia stessa, nelle culture, nelle esperienze e nelle visioni che l'Umanità ha espresso e continua a esprimere. In un momento storico in cui le divisioni geografiche, culturali ed etniche sembrano definire sempre più il nostro presente, la Fondazione Ligabue sceglie di andare in una direzione diversa: mettere in relazione queste differenze e valorizzarle come parte di una storia comune”.
“L’esposizione che abbiamo pensato nasce da un'idea semplice ma profonda: l'origine dell'umanità è condivisa, ed è in questa radice comune che risiedono la nostra forza e la nostra identità”, continua Ligabue. “A “Palazzo delle Arti e delle Culture” questo racconto prende forma grazie a una collezione che attraversa il tempo in modo ampio e stratificato. Si parte dalle origini della Terra, con un meteorite di 4,5 miliardi di anni, ripercorrendo oltre 20.000 anni di storia umana: dalle prime espressioni artistiche del genere Homo ai primi manufatti, dalle Veneri preistoriche – simboli della nascita e della vita – fino alle origini della scrittura e delle grandi civiltà. Un percorso che tocca mondi diversi ma interconnessi: dalla cultura greca e romana alle civiltà dell'altra parte del mondo, come quella olmeca e teotihuacan, per arrivare alle arti figurative, veneziane e non, e all'arte tribale, dove si esprimono il potere, la memoria degli antenati e il legame tra vita e morte. Il progetto si apre infine al contemporaneo, con artisti che interpretano il presente e lo mettono in dialogo con questa lunga stratificazione”.
IL VIAGGIO DI “COLLECTO”
Ci sono le “origini”, che accomunano la storia di tutti, in cui vediamo anche un Crinoide fossile del Giurassico Inferiore, la cosiddetta “Amigdala Ligabue” (1.200.000 – 600.000 anni fa), ascia in quarzite che è tra i primi manufatti realizzati dall’uomo, e le sorprendenti pitture che Domingo Milella fa riemergere, con le sue fotografie, dalle grotte preistoriche; ma anche uno dei grandi globi celesti di Vincenzo Coronelli (1698), Cosmografo della Repubblica di Venezia, il “Nido” d’uccello scomposto di Nico Vascellari e l’ “energia della luce” di Edmondo Bacci nel dipinto “Avvenimento n. 317” (1958).
C’è una sorprendente “biblioteca mesopotamica”, la via di Damasco dell’Umanità, con circa 150 tra bassorilievi, statue, tavolette in argilla e straordinari sigilli cilindrici sumeri, assiri, siriani: testimonianze di segni e simboli alle origini di quella rivoluzione epocale che fu la scrittura.
Ci sono numerose, importanti “antichità classiche”, come una pisside in terracotta policroma del IX–VIII secolo a.C. con cavalli a tutto tondo che ne ornano il coperchio, kylix e anfore attiche, manufatti etruschi, un grande scudo bronzeo con decori e incisioni di epoca tardo-villanoviana o un impressionante elmo corinzio e, accanto, la grande stampa fotografica di Mimmo Jodice con gli “Atleti della Villa dei Papiri” (opera III, 1986).
Quindi una selezione di “Idoli” commoventi e preziosissimi – dee madri, divinità, spiriti - appartenenti a culture diverse, dal 3900 al 1800 a.C., compreso un Idolo a Violino cicladico in marmo bianco (2800- 2599 a.C.) e quell’affascinante principessa con corpo e capigliatura in steatite e testa e arti in calcare bianco, che è uno dei più raffinati esempi di arte protostorica della Battriana, espressione della Civiltà dell’Oxus databile tra il 2200 e il 1800 a.C., conosciuta nel mondo scientifico internazionale come “Venere Ligabue”, riconoscimento delle scoperte e degli studi fondamentali compiuti in questo ambito da Giancarlo Ligabue .
Anche l’arte precolombiana e quella oceanica, che nella collezione veneziana presentano nuclei importanti e opere note per l’eccezionale valore scientifico, riservano sorprese e si aprono a inattesi innesti da altri mondi ed epoche.
Così il Nuovo Mondo rivendica la sua voce con manufatti dalle culture meso e sudamericane: bellissimi vasi e sculture Maya, opere iconiche come la straordinaria “Venere” policroma della Cultura Chupícuaro (400 -100 a.C), le statuette della Cultura Mezcala o le figure maschili della Cultura Veracruz (600-900 d.C.), e la famosissima Maschera funebre della Cultura Lambayeque (Perù, 1200 d. C.), realizzata in tumbaga, una lega di oro e rame.
Il Vecchio Mondo per parte sua ribadisce i miti della cultura classica tratti dai racconti omerici, con l’imponente tela di Jacopo Amigoni di oltre quattro metri con “Giunone, Eolo e Deiopea” (1739 – 1747), mentre la vita primordiale s’impone attraverso l’opera del tedesco Thomas Struth, star della fotografia internazionale che ci immerge con la sua visione antropocentrica nella più antica foresta pluviale tropicale del mondo, “Paradise 6, Daintree Australia” (1989).
La voce degli antenati, il rapporto con il divino e gli spiriti animano la sala dell’ “arte oceanica”, dove impressionano bellissimi bastoni del comando, un imponente Slit-gong del Nord di Vanuatu del IXX secolo alto quasi 4 metri - tra gli strumenti musicali più grandi al mondo e considerati ritratti di antenati -, e i due Aripa di 178 e 192 cm di altezza, sculture rituali antropomorfe in legno dipinto, spiriti guida nella caccia, che sono tra le sculture più affascinanti della Nuova Guinea.
Accanto: la grandiosa stampa alla gelatina ai Sali d’argento di Vera Lutter con “Gruppo di figure cerimoniali III”, il dipinto “Racconto segreto” di Giuseppe Santomaso del 1961, e un disco di cemento e acciaio di Arcangelo Sassolino “Senza titolo 95” del 2024, che rivela altre forze nascoste, come quella indomabile della materia strappata da una matrice, a mostrare la precarietà dell'esistenza e il rischio di un collasso imminente.
Infine l’ “arte antica occidentale” ove, in una sorta di raffinato studiolo, tornano riletti alla luce delle nostre tradizioni culturali e figurative, alcuni dei temi centrali di questo viaggio: “la nascita” e dunque la maternità, con dipinti di Madonne dal Tre al Seicento - tra cui le opere di Ambrogio Lorenzetti, Jacopo del Sellaio e Giovanni Battista Piazzetta - e “la bellezza”, con una carrellata di preziosi disegni che non solo affrontano i canoni del “bello” con studi anatomici e di figura, ma indagano il suo opposto, il brutto, il deforme, il ridicolo, a partire dall’emozionante “Testa di vecchia” di Leonardo da Vinci e dalle indimenticabili caricature di Giambattista Tiepolo.
LA RESIDENZA D’ARTISTA: MARTA SPAGNOLI
Questa sarà anche l’occasione per il pubblico di conoscere da vicino l’opera di un’artista sensibile e al tempo stesso potente come Marta Spagnoli, primo premio Artissima per Vinitaly e secondo premio ex aequo nella 102ma Collettiva giovani artisti Fondazione Bevilacqua La Masa e Venezia (2019) e finalista nella 21esima edizione del Premio Cairo (2022), invitata da Inti Ligabue in residenza d’artista in collaborazione con Galleria Continua per sviluppare un progetto creativo legato proprio alla Collezione: una tela monumentale, disegni e altre tre opere di formato minore in dialogo con “Collecto”.
Anche Spagnoli lavora alla ricerca di archetipi e segni capaci di riemergere e riaffiorare nel tempo. L’artista intreccia elementi organici, mitologici e antropomorfi nello spazio di una tela in continua evoluzione, ove colore e materia si sovrappongono riattivando queste presenze sotto forma di segni, silhouette e movimenti, quasi riemergessero da una memoria più profonda e condivisa, che attraversa la storia dell’uomo: forme universali, come quelle appartenenti al mondo animale o vegetale, riconoscibili al di là dei limiti culturali e linguistici, che lasciano tracce e si sedimentano.
Un processo di cancellazioni e riscritture quello operato da Spagnoli, che rende evidente una dimensione fondamentale del suo lavoro: la stratificazione.
La pittura si costruisce attraverso sovrapposizioni successive di segni, campiture e interventi che trasformano la tela in un campo di sedimentazione visiva, in cui ogni gesto conserva la memoria di quelli precedenti.
Allo stesso modo Marta Spagnoli, che già aveva avviato una riflessine sul concetto di ripetitività, di reiterazione come movimento e sviluppo della coscienza, ha trovato nei segni delle opere mesopotamiche della collezione un codice narrativo, capace di riemergere.
Un’idea di sviluppo come processo cumulativo e trasformativo che trova una sorprendente risonanza nel percorso della Fondazione Giancarlo Ligabue, ove ogni passaggio ha ampliato il raggio d’azione dell’istituzione veneziana, senza interrompere il legame con le sue origini, ma piuttosto integrandole in una prospettiva più ampia. (aise)