L'abruzzese che sfida il capitalismo dello streaming con Sonify Music - di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - C’è un momento in cui un’innovazione smette di essere una semplice trovata di mercato e si rivela, invece, come un sintomo del tempo. È ciò che accade con il Buy‑Out lanciato da Sonify Music, la piattaforma fondata dall’imprenditore abruzzese Venanzio Giacomelli e operativa da Tallinn: non un mero nuovo prodotto nel vasto bazar della musica digitale, ma un gesto che tocca una questione ben più profonda, quella del rapporto fra accesso e proprietà, fra uso temporaneo e titolarità stabile, fra dipendenza dalla piattaforma e ricostruzione di una sovranità sull’immateriale.
Per anni il mondo della musica per aziende, creator e professionisti si è retto su una finzione diventata sistema: si paga, spesso ogni mese, per usare una musica che non sarà mai davvero propria. Il brano accompagna l’identità di un negozio, la voce di un podcast, il ritmo di un marchio, ma resta giuridicamente sospeso, revocabile, subordinato a clausole, rinnovi, verifiche, cambi di condizioni. È la forma perfetta del capitalismo di piattaforma: tutto disponibile, nulla posseduto; tutto accessibile, nulla stabile. In questa economia del flusso, che trasforma ogni bene in servizio e ogni servizio in dipendenza, la proposta di Sonify appare quasi controcorrente: acquistare una volta, possedere per sempre.
Il passaggio, che sul piano tecnico consiste nel trasferimento pieno del track all’acquirente con relativo certificato di proprietà, è in realtà assai più denso di quanto sembri. Significa riportare la musica nella sfera dell’asset, del bene durevole, del patrimonio immateriale che non vive nel respiro corto dell’abbonamento, ma nel tempo lungo dell’investimento. In controluce riemerge una lezione antica: quella per cui l’economia non è soltanto circolazione di consumi, ma costruzione di forme stabili di valore. E qui il lessico economico incontra quello filosofico, perché l’atto del possedere, se sciolto dalla rendita e ricondotto alla responsabilità, torna a essere un principio ordinatore, non una voracità predatoria.
Non è difficile leggere in questa scelta una piccola ma significativa “distruzione creatrice”, nel senso schumpeteriano del termine. Il modello dominante delle licenze ricorrenti produce una rendita continua a beneficio dell’intermediario, mentre l’utilizzatore resta in uno stato di minorità contrattuale permanente. Sonify interviene proprio su questo punto: spezza la continuità della rendita e restituisce all’acquirente una quota di potere, stabilendo che un brano può uscire dal catalogo, avere un solo proprietario, diventare parte integrante dell’identità giuridica ed economica di chi lo usa. La musica, in altre parole, non viene più semplicemente “consumata”: viene incorporata in un progetto, in un marchio, in una visione.
Che questa intuizione venga da un imprenditore abruzzese non è un dettaglio folkloristico, ma un dato culturale e simbolico di grande rilievo. Giacomelli viene da Cugnoli, piccolo centro della provincia di Pescara, e porta con sé un itinerario che intreccia musica, tecnologia, esperienza imprenditoriale e sensibilità per i mutamenti del gusto. Fin da giovanissimo, con una Korg M1 tra le mani, ha sperimentato il rapporto fra macchina e creatività; poi sono arrivati la composizione, il DJing, la moda, il tech, fino alla nascita di Sonify Music in Estonia. In questa traiettoria, tanto radicata quanto cosmopolita, si coglie qualcosa che riguarda l’Abruzzo migliore: la capacità di stare in periferia senza pensarsi periferici, di guardare il mondo senza recidere le proprie origini.
Ed è qui che il riferimento a Sergio Marchionne smette di essere una suggestione genealogica per diventare una categoria interpretativa. Non c’è alcun legame societario con il mondo Fiat‑Chrysler o Stellantis, ma c’è una parentela di metodo che emerge con chiarezza: ridurre le rendite, semplificare le catene, riportare il valore al suo nucleo essenziale. Marchionne lo fece nell’industria automobilistica, dentro un capitalismo pesante, logorato dalle inefficienze; Giacomelli tenta di farlo nel capitalismo digitale, dentro il labirinto apparentemente leggero ma spesso opaco del copyright e delle licenze. In entrambi i casi la posta in gioco è la stessa: liberare il sistema da meccanismi che producono dipendenza senza produrre vero sviluppo.
La portata dell’innovazione appare ancora più evidente se la si osserva dalla prospettiva dei giovani. In un’epoca in cui ragazze e ragazzi costruiscono identità professionali attraverso podcast, canali video, microimprese culturali, format social e start‑up creative, la musica non è più un semplice ornamento: è linguaggio, riconoscibilità, atmosfera, memoria. Eppure, proprio i giovani sono stati educati a considerarla come qualcosa di provvisorio, in prestito, sempre sul punto di essere ritirato, bloccato, contestato da un algoritmo o da una piattaforma. Il Buy‑Out introduce una pedagogia diversa: non consumare all’infinito un sottofondo intercambiabile, ma scegliere consapevolmente un brano che diventa parte del proprio capitale creativo.
Da questo punto di vista, l’operazione di Sonify può essere letta anche con le categorie di Bourdieu: il brano posseduto non è solo un bene economico, ma una forma di capitale simbolico, qualcosa che distingue, qualifica e struttura la presenza di un soggetto nello spazio pubblico. Per un giovane creator, per una piccola impresa culturale, per una start‑up nata magari lontano dai grandi centri, costruire una propria biblioteca sonora non significa soltanto ridurre un rischio contrattuale; significa rivendicare una forma di autonomia, sottrarsi all’omologazione, trasformare la musica in firma e non in riempitivo. In un tempo dominato dalla liquidità delle appartenenze e dalla fragilità delle infrastrutture digitali, questo ritorno alla proprietà può perfino apparire come una forma di resistenza culturale.
Naturalmente, Sonify non cancella il mondo esistente: continua a offrire anche licenze tradizionali, modelli audit‑proof e strumenti pensati per la conformità nei diversi mercati. Ed è proprio questa coesistenza a rendere l’innovazione più credibile: non una proclamazione ideologica, ma una proposta concreta che apre un varco nel sistema. Tallinn diventa così il laboratorio di un’idea nata da uno sguardo abruzzese aperto al mondo: un’idea secondo cui il futuro dei beni digitali non deve coincidere necessariamente con la precarietà permanente dell’accesso, ma può tornare a misurarsi con la stabilità della titolarità, con la chiarezza del diritto, con la responsabilità di chi sceglie di investire nel tempo lungo.
In fondo, la domanda che emerge da questa vicenda è semplice e radicale insieme: che cosa significa, oggi, dire “questo è mio” senza cadere nella logica sterile della rendita, ma anzi costruendo valore, identità, continuità? La risposta che viene da Cugnoli, passando per Tallinn, è che la proprietà può ancora essere una forma di emancipazione, soprattutto per i giovani che si muovono nell’economia dei contenuti e che chiedono strumenti meno opachi, meno dipendenti, meno fragili. Non è soltanto una novità nel mercato della musica: è un piccolo, tenace tentativo di restituire spessore civile ai beni immateriali, e di farlo partendo da un’Italia che sa ancora generare visioni quando smette di sentirsi provincia. (aise)