“Aftershock”: Ai Weiwei al MAXXI L’Aquila

MAXXI L'Aquila, AI WEIWEI, Aftershock – Ph. Giorgio Benni – Courtesy Fondazione MAXXI
L’AQUILA\ aise\ - Una mostra interamente dedicata all’artista, architetto e attivista cinese Ai Weiwei, fra i massimi protagonisti del contemporaneo a livello internazionale, e insieme un omaggio al capoluogo abruzzese e alla sua storia recente, presentata proprio nell’anno in cui è Capitale italiana della Cultura. Dal 29 aprile scorso e fino al 6 settembre, la sede aquilana del Museo nazionale delle Arti del XXI secolo ospita “Ai Weiwei: Aftershock” a cura di Tim Marlow, direttore e amministratore delegato del Design Museum di Londra, realizzata con il sostegno del Comune dell’Aquila.
La mostra si articola come un dialogo culturale tra l'artista e Palazzo Ardinghelli, sede barocca del museo, fra gli esempi più apprezzati di recupero e riconversione successiva al sisma aquilano del 2009. Al centro del progetto espositivo si colloca una serie di potenti opere nate in seguito al terremoto del Sichuan del 2008 e dedicate alla memoria della perdita. Tra queste Straight, una scultura cardine nell’intera produzione artistica di Ai Weiwei, presentata all’Aquila per la prima volta in tre diversi spazi. Qui, come nel resto della mostra, l’impatto duraturo delle catastrofi naturali e dei conflitti generati dall’uomo, insieme a temi come corruzione e tragedia, è affrontato in relazione alla forza della resilienza umana e alla potenza dello sforzo creativo.
Il percorso espositivo riunisce circa settanta opere, alcune delle quali inedite, che attraversano l’intera carriera dell’artista: installazioni, video, fotografie, sculture concepite come dipinti, oltre a reinterpretazioni di soggetti iconici di autori come Munch, Van Gogh ed Ed Ruscha, rielaborati con i mattoncini giocattolo usati dai bambini per dare forma a costruzioni fantasiose e complesse. Attraverso l’impiego di materiali eterogenei – dall’acciaio recuperato alle macerie, dalla porcellana al marmo, fino agli oggetti della quotidianità – e la pratica dei processi creativi più vari – dalle lavorazioni tradizionali, agli intagli preziosi fino all’assemblaggio di costruzioni –, l’artista costruisce un linguaggio che altera i comuni sistemi di valore. Sperimenta, connette, colleziona, ricicla e inventa senza mai ridursi a un esercizio puramente formale. La sua opera, attraverso la varietà e la sovversione dei valori abituali, invita a guardare il mondo da prospettive diverse e, pur nascendo dalle esperienze vissute dall’artista, diventa paradigma universale.
Per la presidente della Fondazione MAXXI, Maria Emanuela Bruni, la mostra “segna un momento fondamentale per la storia del museo alla vigilia del quinto anniversario dell'apertura. Come evidenzia il titolo della mostra, le opere di Ai Weiwei attivano una riflessione sulla realtà contemporanea: in un periodo in cui è l’essere umano a causare conflitti, corruzione e disastri naturali, i lavori dell’artista sono “scosse di assestamento” che scuotono le coscienze sollevando delle domande sempre attuali”.
“Accogliere Aftershock di Ai Weiwei nell’anno in cui siamo Capitale italiana della Cultura assume un significato particolarmente profondo”, le fa eco il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi. “La sua opera, segnata dall’esperienza del terremoto del Sichuan, dialoga in modo autentico con la storia recente della nostra città, trasformando il dolore in memoria e responsabilità. L’opera di Ai Weiwei, capace di attraversare linguaggi e discipline, ci richiama con forza al ruolo dell’arte come strumento di verità, memoria e impegno civile, in difesa dei diritti umani e della libertà di espressione. L’Aquila ha scelto di ripartire dalla cultura dopo il sisma del 2009. Mostre come questa rafforzano la nostra vocazione al dialogo internazionale e lasciano un messaggio importante, soprattutto ai giovani: dalle ferite può nascere una nuova consapevolezza e un futuro più giusto e condiviso. Ringrazio il MAXXI per il lavoro di grande valore che ha reso possibile questa mostra, offrendo all'Aquila un appuntamento culturale di rilievo internazionale”.
“Tutta l'opera di Ai Weiwei ci invita a guardare il mondo in modi diversi, attraverso oggetti e materiali differenti”, sottolinea il curatore Tim Marlow. “Anche se affonda le sue radici nell’esperienza personale dell’artista, ha una risonanza universale: l’incessante lotta di Ai Weiwei per il diritto degli individui di esprimersi liberamente e di non essere soggetti ai dettami illegali dei regimi autoritari scaturisce dalle difficoltà affrontate da lui stesso, nonché dalla sua costante preoccupazione per coloro che non hanno il potere di opporre resistenza”.
LA MOSTRA
Il dialogo fra l’artista e la sede barocca di MAXXI L’Aquila si avvia già dalla corte di Palazzo Ardinghelli dove è teso un velo della serie Camouflage Nets, 2025, che rielabora in chiave giocosa i pattern mimetici: tra le trame affiorano e scompaiono figure di gatti, vittime innocenti dei conflitti umani. L’opera al LED, Кому війна, кому мати рідна del 2025, che riprende il proverbio ucraino “Per alcuni la guerra è guerra, per altri la guerra è una cara madre”, illumina il cortile con una riflessione sull’ingiustizia e sui vari risvolti di un conflitto.
Al piano nobile, le prime tre sale espositive, le più ampie per dimensioni e le più preziose per le decorazioni, ospitano Straight, uno dei più potenti monumenti commemorativi dell’arte contemporanea, ed è il lavoro più importante fra quelle dedicate dall’artista al devastante terremoto (magnitudo 8 della Scala Richter) registrato a Sichuan, nel sudovest della Cina, il 12 maggio 2008 con oltre 90.000 vittime di cui 5.197 studenti a causa del crollo di edifici scolastici. Realizzata tra il 2009 e il 2012 con 150 tonnellate di tondini di acciaio recuperati clandestinamente dalle scuole collassate, e installata per la prima volta in tre ambienti diversi, l’opera è presentata insieme all’elenco dei nomi degli studenti che hanno perso la vita nel crollo degli edifici scolastici compilato grazie a un’indagine civile di cui l’artista è stato un grande promotore con importanti conseguenze personali. La denuncia dell’inadeguatezza sismica degli edifici scolastici di Sichuan e, insieme, l’evocazione del lutto e della tragedia, torna nelle sculture commemorative Rebar and Case (2014).
Si passa poi a una sala dedicata a distruzione, ricostruzione e patrimonio: a terra, i frammenti di antiche sculture in porcellana, distrutte nel 2018 dallo Stato cinese in un suo studio, testimoniano la repressione subita dall’artista e rielaborata come atto di memoria e trasformazione in Left Right Studio Material. L’opera è posta in dialogo con la rielaborazione della sequenza di foto Dropping a Han Dynasty Urn del 1995 e con FUCK ’EM ALL (2024), che cita Ed Ruscha e ne sovverte l’immaginario in un gesto di esplicita opposizione. I due lavori sono realizzati con i mattoncini giocattolo, materiale dal grande potenziale espressivo, capace di evocare pixel e digitalizzazione così come di riprodurre tessuti e mosaici, offrendo una grande libertà nella riproduzione di modelli. In mostra è presente un’ampia selezione di sculture a parete che sfrutta questa tecnica.
A seguire raffinate teche, che riproducono esposizioni di musei e boutique di lusso, espongono oggetti che ribaltano i sistemi di valore convenzionali: un rotolo di carta igienica in marmo, Marble Toilet Paper, ironico anti-monumento all’emergenza del Covid-19; sex toys e manette realizzati in giada, materiale simbolo di purezza nella cultura cinese qui completamente svuotato del suo valore usuale; una gruccia ricreata in vetro, legno e acciaio inox, legata per l’artista al ricordo della sua detenzione segreta del 2011, diventa simbolo di oppressione.
Nel corridoio fotografie spontanee e raramente costruite, scattate tra il 1983 e il 1993, ritraggono persone e angoli di New York, città nella quale l’artista ha vissuto per una dozzina di anni. Continuando si incontrano tre opere filmiche: Floating del 2016, che affronta il dramma dei migranti e dei rifugiati; Laziz, 2017, denuncia delle precarie condizioni di una tigre dello zoo di Gaza, vittima innocente dei conflitti; Dumbass, lavoro del 2013 di grande impatto, parodia di un video musicale di musica heavy metal e insieme opera di satira politica, nella quale si ricrea l’esperienza della detenzione segreta dell’artista nel 2011.
Più avanti nel percorso altre due opere video del 2005 raccontano le trasformazioni della Pechino dei primi anni duemila in piena evoluzione: Beijing: The Second Ring e Beijing: The Third Ring.
Una riflessione sull’impegno militare è proposta dall’ambiente successivo che accoglie le opere Last U.S. Soldier Leaving Afghanistan, 2022 - ricostruzione con i mattoncini giocattolo di una fotografia dell’ultimo soldato americano che lascia l’Afghanistan immortalato mentre attraversa la pista dell’aeroporto di Kabul - e il casco militare in porcellana bianca, Combat Vases, 2023, simbolo della risposta dell’Occidente alla guerra in Ucraina ritenuta inefficace per l’artista. Di fronte la U.S. Flag in Black propone le stelle e strisce della bandiera americana attraverso migliaia di bottoni in bianco e nero e cita Jasper Johns, uno dei riferimenti artistici di Ai Weiwei.
Una serie di sculture a parete realizzate con i mattoncini giocattolo in relazione con le icone dell’arte occidentale è ospitata nelle sale seguenti: Scream, rielaborazione dell’iconico Urlo di Edvard Munch, e Untitled (After Van Gogh), che combina il dipinto del postimpressionista olandese Il seminatore al tramonto del 1888 con la fotografia di un’invasione di locuste in Pakistan nel 2020, accentuano la situazione di crisi suggerita da Small black chandelier, un lampadario di vetro nero decorato con figure inquietanti che attira la luce invece di restituirla. E ancora, a seguire, la riproduzione del dipinto Atlanta e Ippomene di Guido Reni che l’artista aveva conosciuto dai libri d’arte europea di suo padre.
Un repertorio di creature mitologiche e simboliche si presenta a questo punto del percorso: lo Yu-Niao, un topo volante presente in antichi testi cinesi, prende forma tridimensionale attraverso la tradizionale tecnica degli aquiloni; a terra, i frammenti in vetro blu di Murano di Twitter Bird (2017), icona decaduta del Social con il quale Ai Weiwei ha potuto scambiare informazioni dopo l’esclusione dalle piattaforme cinesi, evocano una mitologia contemporanea. A parete, St. George and the Dragon (2022) rilegge con i mattoncini l’opera di Carpaccio, mentre un drago a sei artigli, riprodotto sulla replica quasi perfetta di un vaso Ming, interroga il concetto stesso di autenticità.
After the death of Marat, esposta a seguire, è un chiaro riferimento all’immagine del corpicino riverso sulla sabbia di Alan Kurdi, il bambino siriano annegato al largo di Lesbo nel 2015 durante la fuga dal proprio Paese. Ai Weiwei riproduce se stesso, nella stessa posizione del bimbo, in una scultura di mattoncini giocattolo a parete. La riflessione sulla crisi dei rifugiati è completata in modo toccante con Lotus, opera del 2016, realizzata con giubbotti di salvataggio per adulti indossati dai rifugiati in mare e recuperati sempre a Lesbo dall’artista.
Il classico topos occidentale della pittura come portale o specchio è indagato da in un’installazione che ricostruisce in mattoncini giocattolo il dipinto Thérèse Dreaming (1938) di Balthus nel quale vengono citate opere dell’artista stesso: Han Dynasty Urn with Coca Cola Logo, serie del 1994, e Stool del 1997 nella quale fonde due sgabelli alterandone la funzionalità. Entrambe le sculture sono poi istallate nella stessa sala espositiva per un ulteriore effetto destabilizzante.
Dopo la visita al fronte ucraino, Ai Weiwei produce alcune opere che indagano sul concetto di memoria e di storia collegandoli a quello di conflitto, qui esposte per la prima volta. Ne abbiamo esempi in Whitewashed Remnants of History of the State of Emerging Future Works (2025) che utilizza sedie della dinastia Qing e oggetti vari - un vaso neolitico, un giubbotto di salvataggio utilizzato dai rifugiati e una divisa militare mimetica - ricoprendoli di bianco e azzerandone l’uso originario per attribuire nuovi significati legati al conflitto. La stessa dinamica torna in altre due opere a parete realizzate con giacche mimetiche disposte in forma circolare, una imbiancata e l’altra ricoperta di bottoni.
F.U.C.K. (2024), prima opera dell’artista realizzata con bottoni, domina l’ultima sala della mostra: quattro barelle militari della Seconda Guerra Mondiale fungono da supporto per una composizione cucita a mano, essenziale e deliberatamente provocatoria. Il lavoro richiama la mostra Fuck Off (Shanghai, 2000) e si configura come riflessione critica sulla radicale polarizzazione contemporanea, tanto nel discorso politico quanto nelle dinamiche sociali. (aise)