Meloni: serve un’Europa più pragmatica e competitiva

ROMA\ aise\ - “Sono sempre più numerose, e sempre più complesse, le scelte che l’Europa è chiamata a compiere per difendere la propria capacità di restare competitiva, sicura e protagonista nel mondo”. Così la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che questa mattina è intervenuta in Senato in vista del Consiglio europeo in programma domani e venerdì, 15 e 16 ottobre. Nel suo lungo intervento, che verrà replicato alla Camera, Meloni ha parlato di competitività, difesa europea, migrazioni e della sempre più complessa scena internazionale. Tutti dossier, ha sottolineato, che “hanno una cosa in comune: ci ricordano quanto quello che accade fuori dai nostri confini incida sempre di più sulla nostra vita quotidiana e metta alla prova la capacità della nostra Nazione di difendere la propria prosperità e la propria sicurezza”.
Illustrando le priorità del Governo, sul fronte della competitività, Meloni ha indicato tra gli obiettivi da perseguire in sede europea la riduzione dei costi energetici, la revisione del sistema ETS, il rinvio dell’ETS 2 e la semplificazione degli oneri burocratici, sollecitando inoltre maggiore flessibilità nelle regole fiscali per sostenere famiglie e imprese.
Sull’Ucraina, ha confermato il sostegno italiano a Kiev e la necessità di mantenere la pressione sulla Russia, chiedendo che l’Europa assuma un ruolo più incisivo nei negoziati e adotti una posizione unitaria.
“Il Consiglio Europeo vedrà in apertura il confronto con il Presidente Zelensky”, ha confermato la Premier. “La Russia ha avviato la sua nuova campagna d’autunno contro l’Ucraina. Incapace di avanzare sul fronte, Mosca ha iniziato a colpire sempre più duramente la popolazione civile: centrali elettriche, condomini, ospedali, persino gli autobus che portano le persone al lavoro, come nell’orrenda strage di Kramatorsk. È una strategia con la quale la Russia punta a piegare il popolo ucraino con il terrore, il freddo e il buio, semplicemente perché non è riuscita a piegarlo sul campo di battaglia. I fatti, del resto, smentiscono la propaganda del Cremlino e anche quella di chi la porta anche qui in Italia. Dall’inizio dell’anno Mosca ha guadagnato pochissimo terreno, e nel solo mese di settembre ha perso buona parte di quanto aveva conquistato negli ultimi mesi. Questo stallo non è caduto dal cielo”, ha affermato Meloni. “Lo hanno costruito il coraggio degli ucraini e il sostegno dell’Occidente, Italia compresa. E continuo a ritenere che questo stallo sia l’unico strumento efficace che abbiamo per portare la Russia a un tavolo negoziale serio”.
“Tutti vogliamo che si arrivi alla pace. La differenza è su come pensiamo che ci si arrivi”, ha aggiunto. “Per come la vedo io, il sostegno all’Ucraina non è l’alternativa alla pace: è ciò che la rende possibile. Perché se l’aggressore può puntare la resa dell’avversario, che bisogno ha di negoziare? Solo che la resa non è pace, è conquista. Se l’Ucraina domani smettesse di difendersi, come in molti auspicano o propongono, noi non avremmo la pace. Noi discuteremmo dell’occupazione di una Nazione europea, e del ritorno dell’imperialismo di stampo sovietico che l’Europa ha conosciuto per mezzo secolo. Personalmente, non rimpiango quegli anni, non rimpiango i carri armati russi che repressero le rivolte di Praga e Budapest, e non rimpiango il Muro di Berlino. E nessuno mi convincerà del fatto che la resa di chi difende la propria libertà possa chiamarsi pace. La pace che vogliamo, e che lavoriamo per costruire, anche pagando un prezzo in termini di consenso, è una pace giusta, perché solo una pace giusta può durare, solo una pace giusta mette al sicuro l’Europa e i nostri interessi”.
“Dunque, la posizione del Governo non cambia”, ha confermato. “Sostegno a Kiev, con particolare attenzione alla popolazione civile, pressione su Mosca e unità euro-atlantica rimangono i pilastri della nostra azione”.
“In questo contesto dobbiamo considerare anche l’intesa sul gasolio russo annunciata venerdì scorso dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. È una scelta che io considero molto rischiosa”, ha osservato Meloni. “Tutti comprendiamo, e condividiamo, l’esigenza di contenere i prezzi dell’energia che pesano su famiglie e imprese, anche in Italia. Ma dobbiamo essere consapevoli che l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina. Dunque, il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari. Una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraine, nuove entrate con cui finanziare la guerra, un implicito indebolimento della leva sanzionatoria: sono elementi che non possiamo ignorare, e che contraddicono quanto fin ora fatto dagli Stati occidentali, Stati Uniti compresi, per spingere Putin a sedersi al tavolo delle trattative”.
La richiesta all’Unione è di “individuare una figura autorevole, con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa. E se su un nome non si trova convergenza, siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse. Se, ad esempio, Francia, Germania e Gran Bretagna, nel famoso formato E3, ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è questa la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti”.
Meloni ha quindi richiamato la necessità di rafforzare la difesa europea e contrastare le minacce ibride, proteggendo le infrastrutture critiche.
Sul Medio Oriente, Meloni ha ribadito il diritto di Israele alla sicurezza, condannando al contempo gli insediamenti in Cisgiordania e le ipotesi di annessione, e ha ribadito il sostegno dell’Italia alla soluzione dei due Stati, al rafforzamento degli aiuti a Gaza e al rilancio del dialogo tra Israele e Libano.
“Credo che l’Europa debba riprendersi lo spazio che può occupare. E la finestra per farlo si aprirà, inevitabilmente, con l’insediamento del nuovo Governo israeliano, chiunque dovesse vincere le elezioni. Sarà quello il momento per chiedere gesti capaci di invertire la spirale negativa da troppo tempo in atto e di riaprire, in prospettiva, un percorso politico di pace”, ha affermato la Presidente del Consiglio. “Proporrò di lavorare, in Europa, su alcune richieste precise, che possano creare lo spazio per un ritorno al dialogo politico. Tra queste, il trasferimento all’Autorità palestinese delle entrate fiscali che Israele oggi trattiene e il congelamento dell’insediamento E1, sul quale ci siamo già espressi insieme ai nostri principali partner europei”. A Gaza, ha aggiunto, “la situazione resta drammatica. Servono più aiuti e servono in fretta. E serve un’iniziativa politica per verificare se Hamas sia davvero disposta a deporre le armi. Sarebbe la svolta di cui abbiamo bisogno, e aprirebbe la strada alla ricostruzione, nell’interesse – prima di tutto – della popolazione civile”.
“Continuiamo, poi, a credere e a lavorare per una pace vera tra Israele e Libano. Come sapete, l’Italia ha ospitato diverse tornate negoziali e siamo pronti a farlo di nuovo”, ha detto Meloni dicendosi “convinta” che “la leadership libanese sia sinceramente pronta a sottoscrivere una pace giusta e duratura con Israele. E noi siamo pronti a sostenerla, anche con un’iniziativa franco-italiana per il dopo UNIFIL, per dotare le Forze Armate libanesi delle capacità necessarie ad affermare la sovranità del Libano su tutto il suo territorio”.
In relazione alle tensioni con l’Iran, Meloni ha sottolineato l’importanza di garantire la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz e nel Mar Rosso, chiedendo un rafforzamento dell’operazione Aspides, guidata dall’Italia. “Dobbiamo poi approfondire il partenariato con le Nazioni del Golfo”, ha aggiunto. “Europa e Golfo sono due aree legate da interessi sempre più stretti, che per prosperare hanno bisogno di regole e di stabilità. L’Italia ha messo a disposizione delle Nazioni della regione che lo hanno chiesto assetti per difendersi dagli attacchi ingiustificati dell’Iran e dei suoi alleati. Attacchi che, negli ultimi giorni, hanno visto un’ulteriore escalation degli Houthi contro le infrastrutture energetiche saudite e che condanniamo con fermezza. Ma, nella prossima fase, la priorità dovrà essere un’altra: non dipendere più da un unico punto di passaggio. Significa costruire nuovi collegamenti tra Europa, Golfo e Asia, a partire dal corridoio IMEC; proteggere meglio porti, cavi sottomarini e infrastrutture energetiche; diversificare rotte e fornitori. Anche qui, l’Italia, insieme alle sue imprese, sta facendo la propria parte. Ma ora deve farla anche l’Europa”.
In merito al negoziato per il quadro finanziario pluriennale 2028-2034, la Presidente del Consiglio ha difeso la politica agricola comune, la pesca e la coesione, contestando i criteri di ripartizione delle risorse penalizzanti per l’Italia e opponendosi all’introduzione di nuove tasse europee.
Il Consiglio Europeo, poi, avrà una “discussione strategica” anche sul processo di allargamento e sulle riforme interne dell’Unione. Su questo fronte, Meloni ha sostenuto un allargamento dell’Unione fondato sul merito, con particolare attenzione a Montenegro e Albania.
Infine, sul tema migratorio, la Premier ha rivendicato il contributo italiano al rafforzamento delle frontiere esterne, dei rimpatri e della cooperazione con i Paesi terzi, difendendo il modello dei centri in Albania.
La Premier, in particolare, ha citato i dati di Frontex secondo cui, ha riportato, “in due anni, gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione si sono più che dimezzati. E quest’anno il calo prosegue: meno 35 per cento nei primi otto mesi rispetto allo scorso anno. Sul Mediterraneo centrale, cioè la rotta che coinvolge l’Italia, gli arrivi sono diminuiti di oltre la metà. Il problema non è risolto, lo sappiamo bene. Ma questi numeri dicono una cosa semplice: l’alternativa alle “porte aperte” è sempre esistita. È sempre esistita. Per anni, semplicemente, si è scelto di non perseguirla. Intendiamo andare avanti nella direzione avviata, senza abbassare la guardia. Anche perché gli eventi di Ceuta della fine di luglio hanno dimostrato bene quanto velocemente possano prodursi situazioni di pressione eccezionale alle frontiere esterne”.
“Alla luce di quei fatti, come sapete, l’Italia ha deciso di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne aeree e marittime con la Spagna, sulla base di una valutazione di sicurezza”, ha ricordato Meloni, prima di definire “abbastanza surreali le polemiche che ne sono seguite, soprattutto da parte di alcuni partiti di opposizione, evidentemente più attenti a difendere il Governo spagnolo che la sicurezza e i confini italiani”.
“Ricordo – ha proseguito – che il Codice Schengen prevede espressamente la possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza. Si tratta, di fatti, di uno strumento utilizzato regolarmente: dal 2006 a oggi, gli Stati Membri vi hanno fatto ricorso quasi cinquecento volte, e in oltre trenta casi i controlli hanno riguardato direttamente l’Italia. La Francia, ad esempio, mantiene i controlli alla frontiera con noi da oltre dieci anni. E quindi è difficile sostenere - cari colleghi - che l’Italia non abbia il diritto di utilizzare uno strumento che nei suoi confronti è stato utilizzato decine di volte. Ricordo ai colleghi che l’Italia ha gli stessi doveri e gli stessi diritti degli altri Stati Membri, ma ha anche gli stessi diritti. Non accettiamo che difendere i confini sia un diritto per gli altri e una colpa quanto riguarda l’Italia”. Ceuta, ha detto ancora Meloni, “ci ha insegnato anche un’altra cosa: una crisi alle frontiere non sempre nasce da sola. A volte viene costruita. I trafficanti la organizzano, i social la amplificano, la disinformazione la alimenta. Chi usa persone disperate come arma di pressione sui nostri confini non sta solo forzando una frontiera. Sta attaccando l’Europa e l’Europa deve dotarsi degli strumenti per rispondere”.
Concludendo, Meloni ha ribadito la necessità di un’Europa “più pragmatica e competitiva”, capace di rispondere alle nuove sfide, e il ruolo attivo dell’Italia nella definizione delle scelte europee a tutela dell’interesse nazionale.
“Viviamo in un mondo in cui la sicurezza, la prosperità, molti equilibri che per anni abbiamo dato per acquisiti non sono più scontati. E l’Europa deve decidere come vuole starci”, ha concluso. “Può continuare a scrivere regole come se nulla fosse cambiato. Oppure può guardare la realtà per quello che è, e dotarsi degli strumenti per difendere la propria economia, la propria sicurezza, la propria libertà. Ed è quest’ultima l’Europa per cui lavoriamo”. (aise)