Papa Leone: la pace non può essere rimandata

Vatican Media

ROMA\ aise\ - “La pace non può essere rimandata”. Così, nella Prima Domenica di Quaresima, Papa Leone XIV ha chiuso la recita dell’Angelus, di fronte a fedeli e pellegrini raccolti ieri, 22 febbraio, in piazza San Pietro.
“Sono passati ormai quattro anni dall’inizio della guerra contro l’Ucraina”, ha ricordato il Pontefice. “Il mio cuore va ancora alla drammatica situazione che sta sotto gli occhi di tutti: quante vittime, quante vite e famiglie spezzate, quanta distruzione, quante sofferenze indicibili! Davvero ogni guerra è una ferita inferta all’intera famiglia umana: lascia dietro di sé morte, devastazione e una scia di dolore che segna generazioni”.
“La pace non può essere rimandata”, ha tuonato il Papa: “è un’esigenza urgente, che deve trovare spazio nei cuori e tradursi in decisioni responsabili. Per questo rinnovo con forza il mio appello: tacciano le armi, cessino i bombardamenti, si giunga senza indugio a un cessate-il-fuoco e si rafforzi il dialogo per aprire la strada alla pace”.
Leone ha quindi invitato “tutti a unirsi nella preghiera per il martoriato popolo ucraino e per tutti coloro che soffrono a causa di questa guerra e di ogni conflitto nel mondo, perché possa risplendere sui nostri giorni il dono tanto atteso della pace”.
Una preghiera in linea con il messaggio del passo del Vangelo letto durante l’Angelus, quello in cui Gesù, condotto dallo Spirito, va nel deserto e viene tentato dal diavolo (cfr Mt 4,1-11). “Dopo aver digiunato per quaranta giorni, sente il peso della sua umanità: a livello fisico la fame e a livello morale le tentazioni del diavolo”, ha spiegato il Santo Padre. “Prova la stessa fatica che tutti sperimentiamo nel nostro cammino e, resistendo al demonio, mostra a noi come vincerne gli inganni e le insidie”.
“La liturgia, con questa Parola di vita, ci invita a guardare alla Quaresima come a un itinerario luminoso in cui, con la preghiera, il digiuno e l’elemosina, possiamo rinnovare la nostra cooperazione con il Signore nel realizzare il capolavoro unico della nostra vita”, ha continuato Prevost. “Si tratta di permettere a Lui di rimuovere le macchie e di guarire le ferite che il peccato può aver prodotto in essa e di impegnarci a farla fiorire in tutta la sua bellezza fino alla pienezza dell’amore, unica fonte della felicità vera”.
“Certo”, ha ammesso il Papa, “si tratta di un cammino esigente e il rischio è di scoraggiarci o di lasciarci affascinare da vie di appagamento meno faticose, come la ricchezza, la fama e il potere (cfr Mt 4,3-8). Queste, che sono state anche le tentazioni di Gesù, sono però solo miseri surrogati della gioia per cui siamo fatti e, alla fine, ci lasciano inevitabilmente ed eternamente insoddisfatti, inquieti e vuoti”.
“Per questo”, ha ricordato Leone XIV, “San Paolo VI insegnava che la penitenza, lungi dall’impoverire la nostra umanità, la arricchisce, purificandola e rafforzandola nel suo procedere verso un orizzonte che ha “come termine l’amore e l’abbandono nel Signore” (Cost. ap. Paenitemini, 17 febbraio 1966, I). La penitenza, infatti, mentre ci rende consapevoli dei nostri limiti, ci dà la forza per superarli e per vivere, con l’aiuto di Dio, una comunione sempre più intensa con Lui e tra noi”.
“In questo tempo di grazia, pratichiamola generosamente, assieme all’orazione e alle opere di misericordia: diamo spazio al silenzio; facciamo tacere un po’ i televisori, le radio, gli smartphone”, ha esortato Papa Leone. “Meditiamo la Parola di Dio, accostiamoci ai Sacramenti; ascoltiamo la voce dello Spirito Santo, che ci parla nel cuore, e ascoltiamoci a vicenda, nelle famiglie, negli ambienti di lavoro, nelle comunità. Dedichiamo tempo a chi è solo, specialmente agli anziani, ai poveri, ai malati. Rinunciamo al superfluo e condividiamo ciò che risparmiamo con chi manca del necessario. Allora, come dice Sant’Agostino, “la nostra preghiera, fatta in umiltà e carità, nel digiuno e nell’elemosina, nella temperanza e nel perdono, dando cose buone e non restituendo quelle cattive, allontanandosi dal male e facendo il bene” (Sermo 206, 3), raggiungerà il Cielo e ci darà pace”, ha concluso il Pontefice, affidando “alla Vergine Maria, Madre che sempre assiste i suoi figli nella prova, il nostro cammino quaresimale”. (manuele avilloni\aise)