Comunità Italiana/ Dall'Appennino all'Amazzonia: 100 anni di Ermanno Stradelli – di Fabio Porta

RIO DE JANEIRO\ aise\ - “La grande storia degli italiani in Brasile è segnata dal sacrificio di oltre un milione di donne e uomini che a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento attraversarono l'oceano per fuggire dalla fame nella speranza di un futuro migliore. Si tratta di una storia ricca e complessa e non sempre lineare ed omogenea. Accanto al movimento migratorio popolare, anzi in parallelo con esso, sono arrivati in Brasile nello stesso periodo artisti, scienziati, religiosi e rivoluzionari. Storie individuali e storie collettive quindi, che insieme formano un puzzle straordinario che oggi fa del Brasile il più grande "paese italiano" fuori dall'Italia. La storia di Ermanno Stradelli, emiliano nato a Borgotaro da una famiglia di antica nobiltà, è uno degli esempi più belli, e forse meno noti, dello spirito di intraprendenza di quanti ebbero il coraggio di lasciare le tranquille colline del nostro Paese alla ricerca di avventura ma anche del fascino di terre e popoli fino ad allora sconosciuti ai più”. Ne ha scritto su “Comunità italiana”, mensile diretto da Pietro Petraglia a Rio de Janeiro, Fabio Porta, deputato del Pd eletto in Sud America.
“Nel 1879, a soli ventisette anni, dopo aver concluso i suoi studi giuridici e scientifici e forse anche a causa di una delusione amorosa, Stradelli si imbarca per il Brasile e approda a Belém e poi a Manaus, scegliendo l'Amazzonia come luogo privilegiato della sua vita, della sua ricerca e del suo impegno civile. È un tempo in cui la foresta amazzonica era, per noi europei, un immenso spazio di mistero, sfruttamento e conquiste, ma anche un laboratorio dove si misuravano le contraddizioni della modernità.
In questo contesto, Stradelli non si comporta come un "conquistatore", ma come un esploratore anomalo, potremmo dire già allora profondamente contemporaneo. Attraversa i grandi fiumi - il Rio Negro, il Purus, il Branco, il Vaupés - con il taccuino del geografo, l'obiettivo del fotografo e la sensibilità dell'antropologo, raccogliendo leggende, vocaboli, tradizioni orali e documentando, con migliaia di fotografie, la vita quotidiana delle popolazioni indigene. È considerato fra i primi a ritrarre "sul campo" molte comunità native, non con sguardo esotico o paternalista, ma con un'attenzione rispettosa e partecipe.
Il suo rapporto con il Brasile diventa presto definitivo: nel 1893 si naturalizza brasiliano, intraprende la carriera di magistrato e lavora come promotore pubblico a Manaus e in altre città amazzoniche, assumendo un ruolo di responsabilità nelle istituzioni di quel Paese. È il segno di una scelta radicale: non è un visitatore di passaggio, ma un cittadino impegnato nella costruzione della giustizia e nella difesa di territori e comunità spesso marginalizzati.
Accanto all'attività di esploratore e di magistrato, Stradelli è un instancabile studioso. La sua opera forse più nota è il grande "Vocabulario portuguès-nheengatu, nheengatu-portuguès", frutto di decenni di paziente lavoro linguistico a contatto con le popolazioni di lingua generale amazzonica. In un'epoca in cui la lingua indigena è spesso considerata un ostacolo da superare, egli la assume come chiave di accesso a un mondo culturale complesso, che merita di essere compreso e tramandato. Accanto al vocabolario, raccoglie leggende e racconti - come quelle legate al Jurupary - che diventeranno, nel tempo, testi fondamentali per la conoscenza dei miti amazzonici.
La biografia di Stradelli si chiude nel 1926, in un lebbrosario vicino Manaus, dove trascorre gli ultimi anni in condizioni di grande povertà, ma circondato da quelle comunità amazzoniche che non ha mai smesso di servire e studiare. La sua è una fine apparentemente marginale, ma che, se guardata con gli occhi di oggi, ci parla di una scelta radicale e coerente: rimanere fino in fondo accanto alle persone e ai luoghi che aveva scelto, anche quando il mondo stava cambiando e lo dimenticava.
A cento anni dalla sua morte, grazie all'impegno del Comune di Borgo Val di Taro e della Consulta Regionale per gli emiliano-romagnoli all'estero, la figura di questo straordinario personaggio è stata ricordata in un convegno che ha aperto le celebrazioni per questa importante ricorrenza con il coinvolgimento dell'Università di Parma e della Società Geografica Italiana. Ricordarlo è anche una maniera intelligente per rilanciare la cooperazione scientifica con il Brasile in campo ambientale oltre che per rendere omaggio alla memoria della più grande diaspora italiana nel mondo”. (aise)