Eunews/ Tutti i fedeli di Trump (o quasi) al Board of Peace. E perché la presenza della Commissione UE fa discutere – di Simone De La Feld

BRUXELLES\ aise\ - “Oggi, 19 febbraio, si terrà la prima riunione del controverso Board of Peace, creato e guidato da Donald Trump per supervisionare l’amministrazione e la ricostruzione della Striscia di Gaza, rapidamente trasformato – nelle intenzioni del presidente USA – in un’organizzazione internazionale parallela alle Nazioni Unite. A Washington saranno presenti diversi Paesi arabi e rappresentanti di governi autoritari e dittature. Tutti accomunati dal desiderio di compiacere l’uomo più potente del mondo e in cerca di riconoscimento internazionale. Ma, nella veste di osservatore, sarà presente anche la Commissione europea: una decisione che rischia di legittimare il Consiglio di pace di Trump e che sta creando non pochi malumori tra le capitali dell’UE”. Così scrive Simone De La Feld su “Eunews”, quotidiano online diretto a Bruxelles da Lorenzo Robustelli.
“Per ora, i membri effettivi saranno poco più di una ventina. Ci sono i più fedeli alleati di Trump e sostenitori dell’ideologia MAGA (Make America Great Again): il premier ungherese Viktor Orban, il presidente argentino Javier Milei, il presidente di El Salvador Nayib Bukele. L’elenco completo dei partecipanti è: Stati Uniti, Israele, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein, Turchia, Egitto, Marocco, Pakistan, Ungheria, Kosovo, Albania, Bulgaria, Bielorussia, Argentina, Paraguay, Kazakistan, Mongolia, Uzbekistan, Indonesia, Vietnam, Cambogia, El Salvador.
Oltre a Ungheria e Bulgaria, almeno altri otto Paesi dell’Unione europea dovrebbero partecipare in qualità di osservatori: Italia, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Grecia, Cipro, Polonia, Austria. Ma altri Stati membri stanno inviando in extremis diplomatici o funzionari come osservatori: un portavoce della Commissione europea oggi ha affermato che sarebbero 14. In totale, sono attesi rappresentanti da circa 40 Paesi. La partecipazione è su invito, e Donald Trump non ha invitato chiunque: ad esempio, non ha invitato la Danimarca, a causa delle recenti tensioni con gli Stati Uniti sulla Groenlandia, e ha ritirato l’invito al Canada. Tra gli esclusi dal tavolo che dovrebbe gestire la ricostruzione di Gaza c’è anche l’Autorità Nazionale Palestinese.
I principali leader del vecchio continente – il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier britannico Keir Starmer – hanno declinato l’invito. La ragione è seria quanto banale: la carta fondativa del Board of Peace è incompatibile con gli impegni sottoscritti dai Paesi nell’ambito delle Nazioni Unite, e la struttura stessa del Consiglio solleva non poche perplessità. Trump si è autoproclamato a capo del Board of Peace e ha scelto a chi estendere l’invito. Per garantirsi un posto permanente, bisogna versare più di un miliardo di dollari all’organizzazione. Il suo Board esecutivo, nominato da Trump, è composto dal segretario di Stato Usa, Marco Rubio, dall’Inviato del presidente Usa, Steve Witkoff, e dall’ex primo ministro britannico, Tony Blair.
Perfino Leone XIV si è ben guardato dal partecipare. Il cardinale e segretario di Stato del Vaticano, Pietro Parolin, ha confermato che il papa “nutre una serie di preoccupazioni riguardo all’iniziativa e, di conseguenza, non parteciperà”. In particolare, la Santa Sede avrebbe insistito sul fatto che “a livello internazionale, dovrebbe essere soprattutto l’ONU a gestire queste situazioni di crisi”. Infine, Russia e Cina, seppur invitate, formalmente non hanno risposto a Trump.
Basterebbero queste defezioni per considerare la strampalata (e pericolosa) idea del Board of Peace come un fallimento. Se non fosse che la Commissione europea, dopo aver respinto a parole l’iniziativa, ha deciso di mandare a Washington, in qualità di osservatore, la commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica. L’effetto immediato: il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, incalzato dalle opposizioni in Parlamento per la scelta del governo di Giorgia Meloni di partecipare al meeting, ha giustificato la sua presenza appoggiandosi a quella dell’esecutivo UE.
Ma la Commissione – e la sua presidente, Ursula von der Leyen, che ha ricevuto l’invito di Trump -, non ha competenze in materia di politica estera dell’Unione e ha agito senza il consenso delle capitali. A quanto si apprende, la questione della partecipazione di Šuica al Board of Peace è stata sollevata ieri durante la riunione degli ambasciatori degli Stati membri. In sala, i mal di pancia erano parecchi: la Commissione non ha un mandato da parte dei Paesi membri e la sua partecipazione rischia di legittimare un’organizzazione che mette in secondo piano le Nazioni Unite. Anche l’Alta rappresentante per gli Affari Esteri, Kaja Kallas, ha avvertito che il Consiglio di Pace rischia di diventare un forum unilaterale che esclude i palestinesi e ignora gli accordi internazionali, comprese le risoluzioni dell’ONU che guidano il processo di pace. Secondo quanto riportato dal Mattinale Europeo, il capo della diplomazia UE avrebbe ammesso alle capitali che il viaggio a Washington di Šuica “non è una buona idea, né per la Commissione né per gli Stati membri”.
D’altra parte, l’esecutivo UE giustifica la sua scelta utilizzando in fondo la stessa argomentazione di chi la accusa: proprio la natura opaca del Board of Peace impone all’UE di osservarne da vicino gli sviluppi. A maggior ragione se si guarda all’obiettivo dichiarato dell’organizzazione, gestire la transizione e la ricostruzione di Gaza: restarne fuori, significherebbe delegarne le logiche e le modalità esclusivamente a Trump. Ancora oggi, un portavoce della Commissione europea ha sottolineato che Šuica partecipa solo a nome dell’esecutivo, che la sua presenza si concentrerà esclusivamente sulla ricostruzione di Gaza e che la Commissione non ha intenzione di divenire membro del Board of Peace”. (aise)