La voce di New York/ Intervista al prof. Tamburri: “L’italiano è la chiave per non perdere la nostra storia” – di Federica Farina

foto di Terry Sanders

NEW YORK\ aise\ - “Ricerca, editoria, identità culturale e intelligenza artificiale. Il direttore del John D. Calandra Italian American Institute, Anthony J. Tamburri, anche co-fondatore e co-direttore della casa editrice indipendente Bordighera Press, che fra le pubblicazioni più recenti annovera la traduzione in inglese (re)Covering America dei giornalisti Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, esplora le sfide attuali nella promozione della cultura e della lingua italiane attraverso aneddoti personali e riferimenti letterari”. Ad intervistarlo è stata Federica Farina per “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Giampaolo Pioli.
““Parliamo di identità — ha dichiarato Tamburri —. Io faccio parte della seconda generazione — o terza, in base al ramo di famiglia che prendiamo in considerazione — e insieme ai miei coetanei negli Stati Uniti ci identifichiamo in italiani, pur sapendo che la maggior parte non conosce la lingua. Lo stesso vale per i nostri figli. Ufficialmente sono 6-7 milioni gli italiani iscritti all’AIRE, ma sono almeno 80 milioni gli italodiscendenti nel mondo. Nei primi anni 2000 Piero Bassetti parlò di “Italici” e stimò che ce ne fossero altri 100 milioni non riconosciuti e che rappresentavano un territorio ancora inesplorato, ma decisamente significativo a livello economico e culturale”.
D. Prof. Tamburri, pensa che le nuove generazioni siano interessate a studiare l’italiano?
R. Credo che l’interesse rimanga forte, anche tra gli studenti che non sono italo-discendenti, ma le iscrizioni sono diminuite significativamente. Per dare un contesto, fino a una decina di anni fa arrivavamo a circa 80-90.000 iscritti al college, mentre oggi se ne contano solo 43.000. Viviamo questo paradosso per cui viene riconosciuto un certo valore all’italiano — volendo esagerare: nell’Ottocento esistevano 80 traduzioni della Divina Commedia in inglese —, ma è sempre stato una minoranza anche all’interno del dipartimento di lingue delle università e ogni volta che c’è stata la possibilità di investire su un nuovo insegnante, la scelta è ricaduta su spagnolo o francese. Se l’offerta viene sostenuta e incrementata, gli studenti si iscrivono.
D. Qual è la strategia da applicare per continuare a offrire i corsi?
R. Ci siamo rivolti anche alle associazioni di italiani e italoamericani negli Stati Uniti, dalla National Italian American Foundation alla Order Sons and Daughters of Italy in America, a UNICO National. E ho notato che di recente il movimento è cresciuto. Inoltre, bisogna cominciare a puntare sull’“insegnamento intercomprensivo”, cioè sfruttare le somiglianze fra le lingue romanze per offrire corsi di italiano a partire dallo spagnolo o dal francese.
D. Quanto è importante, secondo lei, lo studio di una lingua nella comprensione di una cultura?
R. Studiare la lingua cambia la prospettiva su migrazione, identità e cultura, perché apre gli archivi. Certo, si può intraprendere un corso di Italian American Studies parlando solo inglese, per esempio, ma non tutti sanno che molti dei primi testi italoamericani sono stati scritti solo in italiano. Senza sapere la lingua, una parte della nostra storia resta inaccessibile.
D. Un grande esempio di promozione della nostra lingua e non solo è Bordighera Press, casa editrice indipendente che si occupa, fra le altre cose, di pubblicare libri ma anche di traduzioni dall’italiano all’inglese e viceversa. Lei è fra i fondatori.
R. Bordighera Press è nata nel 1990 dall’iniziativa di tre studiosi — il sottoscritto, Paolo Giordano e Fred Gardaphé — convinti che la scrittura italoamericana avesse bisogno di uno spazio dedicato. Abbiamo iniziato con una rivista, poi siamo passati ai libri. Da allora abbiamo pubblicato oltre 300 titoli: poesia, narrativa, saggistica, traduzioni. Settantacinque almeno sono traduzioni dall’italiano, una ventina è stata prodotta solo in italiano. Poi abbiamo una sezione, chiamata Casa Lago Press, che si occupa esclusivamente di biografie di italoamericani che hanno vissuto la diaspora e delle quali ne abbiamo già pubblicato una ventina. Sono storie individuali con una risonanza universale. All’inizio ci proponevamo come una “safety valve press”, una casa editrice che pubblicava autori ignorati altrove. Con il tempo siamo diventati la principale casa editrice italoamericana negli Stati Uniti e dal 2024 facciamo parte ufficialmente del Calandra Institute.
D. Oggi l’editoria deve far fronte a una grande sfida: l’ascesa dell’Intelligenza Artificiale. Qual è il suo rapporto?
R. Ai miei colleghi professori dico che dobbiamo impossessarcene, governarla e utilizzarla come strumento educativo per la scrittura. Per esempio, chiedendo loro di fare paragoni fra un testo scritto da un umano e uno prodotto dall’AI per sviluppare un pensiero critico. Nella traduzione strumenti come DeepL sono molto accurati, ma funzionano davvero solo per chi conosce la lingua di partenza.
D. Quali sono i prossimi impegni di Bordighera Press?
R. Stiamo lavorando alla pubblicazione di sette od otto libri. Abbiamo aperto un canale Substrack attraverso il Calandra Institute per facilitare le comunicazioni e inizieremo a presentare le nuove produzioni anche sul nostro programma televisivo mensile Italics.
D. Invece, quali sono i prossimi appuntamenti al Calandra Institute?
R. Ad aprile ci sarà la Calandra Annual International Conference, che questa volta sarà su Religioni, Credenze e Supernaturale in Italia. Visto che siamo co-fondatori e organizzatori della conferenza biennale sulle diaspore italiane nel mondo stiamo lavorando alla prossima edizione che esplorerà il fenomeno in Francia. E poi siamo in continuo contatto con i deputati statali italoamericani. Per esempio, il senatore George Borrello ha redatto una proposta di legge per l’insegnamento della storia e della cultura italiana nelle scuole superiori dello Stato di New York. Noi abbiamo preparato una sintesi esecutiva e stiamo lavorando a una bibliografia che gli forniremo non appena ne avrà bisogno.
D. Oggi è nota la situazione di disagio in cui vivevano i primi immigrati italiani negli Stati Uniti. Cosa non è ancora stato raccontato di questa storia?
R. Abbiamo bisogno di una storiografia generale, completa e accessibile al grande pubblico, un libro che metta insieme tutte le date e le figure importanti che hanno segnato la storia italoamericana. Ci sono italo-discendenti che hanno contribuito a plasmare il mercato economico globale, ma anche l’ambiente cinematografico americano. Basti pensare a film come The Godfather, The Deer Hunter e Apocalypse Now”. (aise)