La voce di New York/ L’America compie 250 anni. Era questa l’America voluta dai padri fondatori? – di Massimo Jaus

NEW YORK\ aise\ - “L’America compie 250 anni e Donald Trump prova a spegnere le candeline da solo. La festa sarebbe quella della Dichiarazione d’Indipendenza, della Repubblica nata contro un re, del Paese che nel 1776 decise di fondarsi sull’idea, almeno promessa, che nessun uomo dovesse stare sopra le istituzioni. Ma a Washington, nel weekend del 4 luglio, quella ricorrenza solenne si è trasformata nell’ennesimo palcoscenico del presidente”. Così scrive Massimo Jaus su “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Giampaolo Pioli.
“Trump sarà il protagonista delle celebrazioni nella capitale, con un discorso sul National Mall intitolato “Saluto all’America”, fuochi d’artificio promessi come i più grandi di sempre, sorvoli militari, acrobazie aeree e una scenografia costruita per fondere patriottismo, potere e campagna elettorale. Il 4 luglio, negli Stati Uniti, è sempre stato bandiere, barbecue, parate, veterani, famiglie nei parchi, fuochi d’artificio e bambini con il gelato in mano. Quest’anno resta tutto questo. Ma sopra tutto questo la Casa Bianca ha cercato di mettere un marchio: quello di Trump.
La festa nazionale diventa evento personale
La celebrazione del 250° anniversario era stata preparata per anni. Il Congresso aveva istituito una commissione bipartisan, America250, con il compito di organizzare una commemorazione nazionale, istituzionale, apartitica. Poi Trump è tornato alla Casa Bianca e ha creato una struttura parallela, Freedom 250, incaricata di gestire gli eventi più visibili a Washington.
Da quel momento il baricentro si è spostato. Meno racconto del Paese, più racconto del presidente. Meno storia condivisa, più messaggio politico. Meno America, più Trump.
Il cuore dell’operazione è la Great American State Fair, allestita sul National Mall con stand dedicati ai 50 Stati, una ruota panoramica, padiglioni patriottici e una forte impronta religiosa. Almeno nove, forse dieci Stati, quasi tutti guidati da democratici, hanno scelto di non partecipare ufficialmente, preoccupati dal carattere troppo partigiano dell’evento. In alcuni spazi sono comparse immagini del presidente. Altrove il racconto dell’America sembra ridursi a cristianesimo, bandiere, nazionalismo e fedeltà politica. C’era pure una bandiera Confederata nel padiglione della North Carolia, poi, dopo le proteste, ammainata.
La Casa Bianca presenta tutto come una grande festa popolare. I critici parlano invece di appropriazione. Non una celebrazione della Repubblica, ma una convention trumpiana mascherata da anniversario.
Il Mall semivuoto e l’ansia della Casa Bianca
Dentro la Casa Bianca, secondo le indiscrezioni, cresce anche una preoccupazione più pratica: quanta gente arriverà davvero? La fiera non ha avuto l’affluenza sperata. Il caldo feroce di questi giorni, ma siamo a luglio, l’umidità, la poca ombra, i blackout iniziali, i generatori in difficoltà, i gelati sciolti e la ruota panoramica fermata più volte hanno trasformato la grande vetrina patriottica in un bersaglio perfetto per l’ironia dei social.
Le immagini del National Mall semivuoto sono diventate il controcampo più crudele della retorica presidenziale. Fox News continua a raccontare una fiera piena di patrioti entusiasti, ma dietro i conduttori spesso si vedono prati quasi intatti e passanti dispersi tra stand poco frequentati. Il confronto con il bicentenario del 1976, quando folle enormi riempivano Washington nonostante un Paese ancora ferito dal Vietnam, dal Watergate e dalla crisi petrolifera, è inevitabile e poco lusinghiero.
Anche diversi artisti hanno preso le distanze. Martina McBride, Bret Michaels, Young MC e altri nomi annunciati o attesi si sono ritirati, sostenendo di non voler essere usati come comparse in un evento diventato troppo trumpiano. Trump li ha liquidati a modo suo, ma il segnale resta: persino lo spettacolo, che di solito corre dove ci sono luci, telecamere e pubblico, ha percepito il rischio della strumentalizzazione.
Freedom 250 e le accuse dei democratici
A rendere più pesante il clima è arrivato anche un rapporto preliminare dello staff democratico della sottocommissione per la supervisione della commissione Risorse naturali della Camera. Il documento accusa l’amministrazione di avere dirottato le celebrazioni attraverso Freedom 250, trasformando un anniversario nazionale in uno strumento politico, finanziario e propagandistico.
Secondo il rapporto, la Casa Bianca avrebbe usato la credibilità della National Park Foundation per creare una macchina opaca, capace di raccogliere fondi, attrarre sponsor, offrire accesso presidenziale e convogliare contratti verso società vicine al mondo trumpiano. Tra le accuse ci sono il dirottamento di donatori, pacchetti di sponsorizzazione da centinaia di migliaia o milioni di dollari, eventi costruiti attorno alla figura del presidente e persino la raccolta di dati attraverso piattaforme legate a veterani delle campagne elettorali di Trump.
Il rapporto non è stato adottato ufficialmente dalla commissione e resta un documento di parte democratica. Ma fotografa un sospetto politico già diffuso a Washington: la festa dei 250 anni è diventata un’altra occasione per fondere Stato, partito, famiglia, affari e immagine personale del presidente.
Tra Roosevelt, Rushmore e l’aquila dorata
Trump ha distribuito la celebrazione lungo una geografia simbolica costruita con cura. Prima il North Dakota, a Medora, per l’inaugurazione della biblioteca presidenziale dedicata a Theodore Roosevelt, presidente che Trump ama evocare e al quale si paragona spesso. Poi il South Dakota, con i fuochi d’artificio a Mount Rushmore, davanti ai volti scolpiti di Washington, Jefferson, Lincoln e Roosevelt, in un luogo dove il presidente aveva già cercato nel 2020 una scenografia monumentale per la propria narrazione politica.
La Casa Bianca ha ottenuto il ritorno dei fuochi sopra Rushmore, vietati da anni per il rischio incendi nelle Black Hills. L’evento sarà blindato, con accesso limitato a poche migliaia di persone scelte tramite lotteria e droni luminosi pronti come piano alternativo in caso di maltempo.
A Washington, intanto, è comparsa anche una gigantesca aquila dorata. Trump l’ha presentata come “un regalo per i 250 anni” dell’America. Il dettaglio sarebbe quasi marginale, se non raccontasse qualcosa del gusto politico del presidente: oro, grandezza, simboli imperiali, chincaglieria luccicante, la Casa Bianca trasformata progressivamente in un’estensione della sua estetica personale.
Gli americani festeggeranno, ma non tutti con Trump
Il 4 luglio, però, non appartiene alla Casa Bianca. Appartiene agli americani. E infatti il Paese festeggerà comunque. A Philadelphia verrà sepolta una capsula del tempo destinata a essere riaperta nel 2276. A Los Angeles America250 organizzerà un grande concerto al Memorial Coliseum con artisti come Queen Latifah, Chaka Khan e gli Smashing Pumpkins. A New York, Times Square celebrerà il passaggio della mezzanotte nei diversi fusi orari americani. In molte città ci saranno parate, picnic, bande musicali, veterani, fuochi locali e feste di quartiere.
È lì, forse, che l’anniversario resterà più vero: lontano dal palco presidenziale, lontano dal bisogno di trasformare ogni cosa in un applauso al capo. Gli americani possono essere divisi, stanchi, preoccupati per l’economia, arrabbiati per l’immigrazione, inquieti per la guerra con l’Iran e pessimisti sulla direzione del Paese. Ma non hanno smesso di riconoscersi, almeno per un giorno, in una festa che precede Trump e gli sopravviverà.
I sondaggi raccontano un Paese meno sicuro di sé. Solo una minoranza si dice estremamente orgogliosa di essere americana, la soddisfazione per la direzione nazionale resta bassa, il sogno americano appare a molti sempre più costoso e meno raggiungibile. Non è mancanza di patriottismo. È, semmai, una forma di disincanto. Gli americani non hanno smesso di amare il proprio Paese. Hanno smesso di fingere che funzioni per tutti.
La domanda dei fondatori
Il paradosso è tutto qui. Gli Stati Uniti celebrano 250 anni dalla nascita di una Repubblica costruita contro l’idea del potere personale, e lo fanno con un presidente che cerca di mettere se stesso al centro della scena nazionale. I padri fondatori non immaginavano un Paese perfetto, e infatti lasciarono fuori dalla loro promessa milioni di persone. Ma immaginavano almeno istituzioni capaci di contenere l’ambizione di un uomo solo.
Trump, invece, interpreta l’anniversario come interpreta quasi tutto: non come un momento collettivo, ma come una prova di fedeltà. Non come memoria nazionale, ma come spettacolo di potere. Non come festa della Repubblica, ma come estensione della sua campagna elettorale permanente.
Gli americani accenderanno comunque i barbecue, alzeranno le bandiere, guarderanno i fuochi e porteranno i bambini alle parate. Ma la domanda resta sospesa sopra il National Mall, sopra Mount Rushmore, sopra l’aquila dorata e sopra il palco presidenziale: era davvero questa l’America che i fondatori avevano sognato, una Repubblica nata per liberarsi dai re e costretta, 250 anni dopo, a difendere la propria festa dall’ego di un presidente?”. (aise)