La voce di New York/ Per UNGA80 la grande Germania è piccola piccola: bocciata sul Consiglio di Sicurezza – di Simone d'Altavilla

UN Photo/Eskinder Debebe

NEW YORK\ aise\ - “Per la Germania è molto più di una semplice sconfitta diplomatica. È uno schiaffo politico arrivato nel luogo dove Berlino da oltre trent’anni cerca di convincere il mondo che il proprio peso economico e geopolitico meriti finalmente un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Mercoledì l’Assemblea Generale ha eletto i cinque nuovi membri non permanenti del Consiglio per il biennio 2027-2028. A conquistare i due seggi riservati al gruppo dell’Europa occidentale e altri Stati (WEOG) sono stati Austria e Portogallo. La Germania è rimasta fuori. Austria e Portogallo hanno ottenuto rispettivamente 131 e 134 voti, ben oltre la maggioranza qualificata richiesta. Berlino si è fermata a 104 voti ed è stata eliminata già al primo turno”. Ne scrive Simone d’Altavilla su “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Giampaolo Pioli.
“Un risultato sorprendente non tanto per la vittoria di Vienna e Lisbona, entrambe diplomazie rispettate e con una lunga tradizione multilaterale, quanto per la portata della sconfitta tedesca.
Per anni Berlino ha presentato la propria candidatura come quasi naturale. La Germania è la maggiore economia europea, uno dei principali contributori al bilancio delle Nazioni Unite, un importante finanziatore delle operazioni di pace e delle agenzie umanitarie. Nella visione della diplomazia tedesca, tutti elementi che dovrebbero tradursi in una presenza più stabile e influente all’interno dell’organo che decide sulle principali questioni di pace e sicurezza internazionale.
Il problema è che il resto del mondo sembra pensarla diversamente. Da anni la Germania, insieme a Giappone, India e Brasile, forma il cosiddetto G4, il gruppo che chiede l’allargamento dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. A questi si dovrebbe aggiungere almeno un rappresentante africano, nel tentativo di rendere il Consiglio più rappresentativo degli equilibri geopolitici contemporanei.
Sulla carta il ragionamento appare logico. Nella pratica, però, la riforma non si muove. Da oltre tre decenni ogni tentativo di modifica sostanziale del Consiglio si arena contro l’opposizione del gruppo “Uniting for Consensus”, guidato dall’Italia (invenzione dell’ambasciatore Pier Francesco Fulci) e sostenuto da Paesi come Pakistan, Colombia, Argentina, Messico e altri Stati contrari alla creazione di nuovi membri permanenti.
La filosofia del gruppo è semplice: se il Consiglio deve essere riformato, bisogna renderlo più democratico aumentando i seggi elettivi e non creando nuovi privilegi permanenti.
Per questo motivo il voto di questa settimana assume un significato che va ben oltre l’assegnazione di un seggio temporaneo. Se una larga maggioranza degli Stati membri non è stata disposta nemmeno ad affidare alla Germania un mandato di due anni come membro non permanente, come può Berlino sostenere che esista un consenso internazionale sufficiente per assegnarle un seggio permanente praticamente a tempo indefinito?
La coincidenza politica rende il risultato ancora più imbarazzante. A presiedere l’Assemblea Generale che ha supervisionato il voto c’era infatti Annalena Baerbock, ex ministra degli Esteri tedesca e una delle figure simbolo della politica estera di Berlino negli ultimi anni.
Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, volato a New York per seguire personalmente il voto, ha definito il risultato “una vera delusione”. Pur ribadendo che la Germania resterà “un pilastro affidabile del sistema multilaterale”, Wadephul ha lasciato intendere che il prezzo della sconfitta potrebbe essere legato proprio ad alcune delle posizioni più controverse assunte da Berlino sulla scena internazionale. Il ministro ha citato il sostegno “incrollabile” all’Ucraina, ricordando come la Russia abbia condotto una forte campagna diplomatica contro la candidatura tedesca, ma ha evocato anche la posizione della Germania sul conflitto in Medio Oriente e la “speciale responsabilità” che Berlino ritiene di avere nei confronti di Israele. In altre parole, secondo Wadephul il voto dell’Assemblea Generale potrebbe aver riflesso non soltanto valutazioni sulla candidatura tedesca, ma anche le profonde divisioni geopolitiche che attraversano oggi le Nazioni Unite.
Naturalmente nessuno mette in discussione il peso internazionale della Germania. Sarebbe assurdo. Ma proprio per questo il voto appare così significativo. Molti Stati membri sembrano sempre meno disposti ad accettare l’idea che il peso economico debba automaticamente tradursi in un maggiore potere istituzionale all’interno delle Nazioni Unite.
Anzi, il risultato suggerisce quasi il contrario. In un momento in cui cresce il malcontento verso i privilegi dei cinque membri permanenti, molti Paesi sembrano preferire una rappresentanza più ampia e rotativa piuttosto che l’ingresso di nuove potenze permanenti.
L’elezione ha invece premiato Paesi dal profilo più consensuale. Oltre ad Austria e Portogallo sono stati eletti Trinidad e Tobago, Zimbabwe e, per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, il Kirghizistan, che entreranno tutti nel Consiglio a partire dal gennaio 2027.
Paradossalmente, mentre il Segretario Generale António Guterres continua a sostenere che il Consiglio di Sicurezza riflette ancora il mondo del 1945 più che quello del XXI secolo, l’Assemblea Generale sembra aver inviato un messaggio diverso: prima di discutere nuovi seggi permanenti, bisogna dimostrare di avere il sostegno della maggioranza degli Stati membri.
Per la Germania, che da oltre trent’anni rivendica un seggio permanente, il risultato assume quasi il valore di un referendum politico sulle proprie ambizioni. La grande Germania, locomotiva economica d’Europa e uno dei maggiori finanziatori dell’ONU, diventa improvvisamente piccola piccola davanti al voto dell’Assemblea Generale. E forse il messaggio non riguarda soltanto Berlino.
Da anni l’Europa si presenta divisa sulle riforme delle Nazioni Unite. Da una parte la Germania che rivendica un seggio permanente, dall’altra l’Italia che guida il fronte contrario attraverso il gruppo Uniting for Consensus. Un duello diplomatico che dura da decenni e che finisce spesso per indebolire entrambe le posizioni.
Il voto di questa settimana suggerisce forse una riflessione più ampia. In un mondo che guarda sempre più ai grandi blocchi geopolitici, la vera domanda potrebbe non essere come aumentare il peso della Germania o dell’Italia all’ONU, ma come rafforzare quello dell’Europa nel suo insieme.
Un seggio europeo? Una rappresentanza comune? Una formula che dia maggiore peso politico all’Unione Europea nelle grandi decisioni globali? Sono idee che periodicamente riaffiorano nei dibattiti diplomatici ma che si scontrano sempre con la realtà degli interessi nazionali. Perché se Berlino e Roma continuano a contendersi lo stesso spazio, esiste un altro attore che osserva la discussione da una posizione infinitamente più comoda: la Francia. Parigi possiede già ciò che la Germania sogna da decenni, un seggio permanente e il diritto di veto. E come insegna la storia delle Nazioni Unite, ogni riforma sembra possibile fino a quando non arriva il momento di chiedere a qualcuno di rinunciare a un privilegio che possiede già.
Forse è anche per questo che la riforma del Consiglio di Sicurezza continua a restare ferma da oltre trent’anni. Dopo il voto di questa settimana, per Berlino il traguardo appare oggi ancora più lontano. Ma l’Europa farebbe male a scambiare la sconfitta della Germania per una propria vittoria”. (aise)