La Voce d'Italia/ Dal Venezuela, un monito per il mondo - di Marzia Bafile


CARACAS\ aise\ - "L’inizio di un nuovo anno porta con sé emozioni, speranze, aspettative. È una pagina bianca per lo scrittore, una tela immacolata per il pittore: una sospensione del tempo prima di intraprendere il cammino che si dispiegherà nei mesi a venire. Una pausa che quest’anno è stata brutalmente spezzata. Nella notte tra il 3 e il 4 gennaio, le forze armate nordamericane hanno sconvolto il sonno dei venezuelani con bombardamenti mirati. Nicolás Maduro, leader del chavismo, è stato catturato insieme alla moglie Cilia Flores, e il paese è stato posto sotto commissariamento. Un atto che ha cambiato improvvisamente il corso della storia recente del Venezuela". Inizia così l'editoriale con cui Marzia Bafile ha commentato su “La voce d’Italia”, testata diretta da Mauro Bafile, l'attacco unilaterale degli Stati Uniti al Venezuela e la cattura del suo Presidente, Nicolas Maduro.
"Pochi, davvero pochi, anche all’interno del chavismo hanno pianto la cattura di Maduro e Flores. Molti di più, invece, hanno assistito con timore e sentimenti contrastanti all’evolversi degli eventi.
Calpestando la legalità nazionale e internazionale, il presidente Trump ha ottenuto con le armi e con la prepotenza del più forte ciò che la popolazione venezuelana chiedeva da tempo al resto del mondo: un intervento capace di porre fine a quasi trent’anni di oppressione. Il chavismo ha trascinato il paese in una spirale di miseria, violenza, terrore e illegalità.
Milioni di persone hanno cercato all’estero, spesso a costo della propria vita, ciò che in patria era ormai loro negato: dignità, futuro, sopravvivenza. L’esodo venezuelano, un esodo senza precedenti, è stato inizialmente accolto con generosa solidarietà, per poi suscitare sempre più insofferenza e rabbia nei paesi di accoglienza. Migliaia di donne e bambini sono finiti nelle reti del traffico di esseri umani, che prospera soprattutto nei cosiddetti paesi del primo mondo.
Migliaia di persone sono scese ripetutamente in piazza per protestare; troppi sono diventati prigionieri politici, rinchiusi nelle carceri del regime, dove hanno subito violenze di ogni genere.
E, soprattutto, migliaia e migliaia di cittadini hanno continuato a votare, ostinatamente, nella speranza di una transizione pacifica.
Il mondo, però, osservava in silenzio. Il dolore dei popoli non è una priorità per i grandi poteri. Gli organismi internazionali appaiono sempre più inefficaci: l’ONU scivola lentamente verso la paralisi, mentre l’Unione Europea sembra incapace di ritrovare le motivazioni fondanti della propria esistenza. La diplomazia internazionale, sempre meno incisiva, lascia così un vuoto che viene occupato dalla forza delle armi.
Il potere economico è ormai il grande motore del mondo contemporaneo, e agisce calpestando i diritti dei popoli e orientando le decisioni politiche. È quanto è accaduto in Venezuela: un paese allo stremo, ricco di petrolio e risorse minerarie, conteso da interessi russi, cinesi e nordamericani, in un’alternanza di presenze più o meno esplicite.
Dichiarando senza pudore che gli Stati Uniti resteranno in Venezuela per “accompagnare la transizione” del dopo Maduro — senza specificare né come né fino a quando — Trump ha piantato la bandiera a stelle e strisce sul territorio. Con soddisfazione e senza alcun velo diplomatico, ha chiarito che l’obiettivo finale è lo sfruttamento del petrolio. Ha umiliato pubblicamente la leader dell’opposizione María Corina Machado, liquidandola con un commento di stampo apertamente maschilista — “è una brava donna” — come se fosse una figura marginale e non una protagonista politica. Non ha mai nemmeno nominato il presidente eletto Edmundo González Urrutia. Il messaggio è stato chiaro fin da subito: chi comanda e chi muove i fili dei burattini siamo noi. E, i burattini con ogni probabilità saranno proprio i corresponsabili delle atrocità del regime, che resteranno al potere, ricattati secondo il classico schema del bastone e della carota.
Se è vero che oggi i venezuelani, dentro e fuori dal paese, vivono sospesi tra speranza e paura, è altrettanto vero che per il resto del mondo il Venezuela rappresenta un monito. Un monito che, se ignorato, condurrà verso un mondo sempre più individualista, ingiusto e militarizzato.
Ancora una volta, l’umanità si trova davanti a una svolta. Può riflettere e costruire strumenti internazionali capaci di aiutare pacificamente le popolazioni oppresse da regimi illegali e autoritari, oppure può continuare a restare in silenzio, mentre i più forti impongono la legge dell’economia e delle armi.
Molti oggi dichiarano il proprio malessere, alcuni scendono in piazza. Ma non è più sufficiente. Spesso si tratta di un balsamo egoistico per la propria coscienza: un gesto che per un attimo si erge contro l’ingiustizia, per poi dissolversi nella routine quotidiana. Gridare solidarietà non basta, se non si lavora concretamente per costruire alternative reali a favore di tutti i popoli oppressi.
È necessario esigere l’azione dei propri governi. È necessario che si mobilitino intellettuali, politologi e anche quel potere economico che conserva ancora un barlume di umanità. Occorre ricostruire una solidarietà internazionale autentica, capace non solo di indignarsi, ma di agire.
Se non lo faremo, allora forse avrà ragione Marco Rubio quando afferma con orgoglio: “mentre gli altri parlano, Trump agisce”.
Le conseguenze di questa logica sono già sotto gli occhi di tutti". (aise)