MeridianoItalia.tv/ Ucraina: urge la pace! - di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - “Quattro anni. Tanto è passato da quando, il 24 febbraio 2022, i carri armati hanno varcato i confini ucraini, riportando in Europa la guerra su larga scala che molti credevano relegata ai manuali di storia. Allora si parlava di operazione rapida, di offensiva lampo, di una Kiev destinata a cadere in pochi giorni: il calcolo dell’aggressore si è rivelato sbagliato, ma il prezzo di quel fallimento lo paga, giorno dopo giorno, un intero popolo e, con esso, l’intero continente”. Si apre con queste riflessioni l’editoriale di Gianni Lattanzio, direttore di meridianoitalia.tv, rivista on line di approfondimento.
“Oggi il fronte sembra quasi immobile sulle mappe, in una linea incerta che taglia in due il Paese, ma dietro quella linea la guerra si muove eccome: case sventrate, centrali elettriche colpite a ripetizione, città che imparano a vivere tra sirene e blackout, famiglie che si riuniscono attorno a una candela mentre fuori l’inverno e le esplosioni competono a chi fa più paura. Non c’è la spettacolarità delle prime settimane, non c’è più la sorpresa: c’è un logoramento silenzioso, fatto di stanchezza, nervi tesi, funerali che si sommano fino a diventare una lunga fila di bandiere nei cimiteri.
Eppure, in mezzo a questo buio, l’Ucraina non si è spezzata. I racconti che giungono da Kiev e dalle altre città parlano di una resilienza che sfida l’immaginazione: la gente scherza amaramente dicendo che “l’orario è flessibile, se sopravvivi vai al lavoro, altrimenti no”, e passata l’ultima allerta aerea, i negozi rialzano le serrande, gli uffici riprendono a funzionare, i bambini cercano, come possono, di tornare a scuola o alla didattica a distanza. Le parrocchie si trasformano in “punti di invincibilità”, rifugi riscaldati dove, accanto a generatori e coperte, si distribuiscono pane e parole di speranza.
Lì, dove le bombe sembrano voler cancellare ogni traccia di normalità, la Chiesa vive una “pastorale del lutto”: sacerdoti che restano accanto alla gente nelle notti gelide, madri che chiedono come sia possibile perdonare chi ha portato via i figli, famiglie che battezzano neonati dando loro nomi che parlano di pace, di amore, di fiducia in una risurrezione possibile. È in questo contesto che, raccontano, durante una Messa a meno venticinque gradi, il sangue di Cristo nel calice si è congelato: un’immagine potente di un Dio che, per chi crede, non osserva da lontano, ma condivide fisicamente il freddo e la sofferenza del suo popolo.
Ma c’è un altro gelo che fa paura almeno quanto quello dell’inverno ucraino: il gelo dell’indifferenza. In molte capitali europee, la guerra rischia di diventare “una notizia tra le altre”, uno sfondo permanente su cui scorrono nuove crisi, nuove emergenze, nuovi titoli. Gli ucraini lo percepiscono chiaramente: “Non chiamatela la vostra guerra”, dicono; perché se la riduciamo a conflitto regionale, a questione “tra loro e la Russia”, dimentichiamo che in gioco c’è il principio che ha reso possibile la pace in Europa dopo il 1945, cioè che nessuno può cambiare i confini con la forza.
L’Unione Europea ha fatto molto: aiuti economici senza precedenti, accoglienza di milioni di profughi, supporto militare, un percorso di adesione che, pur lungo e complesso, ha un chiaro valore simbolico e politico. Ma non basta. La stanchezza si avverte nei parlamenti e nelle opinioni pubbliche, tra chi invoca il disimpegno in nome di un “realismo” che sa di resa, e chi preferisce non guardare troppo da vicino la sofferenza di un popolo perché disturberebbe la fragile normalità riconquistata dopo la pandemia e le crisi energetiche.
Eppure, se c’è un insegnamento che ci viene da questi anni, è che la guerra in Ucraina è uno specchio in cui l’Europa vede se stessa. Vede fino a che punto crede nella propria retorica sui diritti umani, sullo Stato di diritto, sulla dignità di ogni persona; vede quanto è disposta davvero a difendere il diritto contro la forza, non solo a proclamarlo. Se pieghiamo il capo di fronte all’idea che un Paese possa essere mutilato perché un vicino più forte lo pretende, allora l’architettura di sicurezza costruita dopo la Seconda guerra mondiale si incrina, e con essa la fiducia dei cittadini europei nella capacità delle istituzioni di proteggerli.
In questo quadro, la voce della Santa Sede e dei Papi degli ultimi anni è stata – ed è – un pungolo continuo alle coscienze. Dall’inedita visita all’ambasciata russa all’indomani dell’invasione, alle telefonate con i leader delle parti in causa, fino alle proposte di ospitare negoziati in Vaticano, la diplomazia vaticana ha cercato di aprire spiragli là dove la politica sembrava chiudere porte. Quando Leone XIV, affacciandosi dalla finestra del Palazzo Apostolico, alza il tono e dice “tacciano le armi, cessino i bombardamenti, si giunga senza indugio a un cessate il fuoco”, non fa poesia, ma indica una linea rossa morale e politica che la comunità internazionale non può permettersi di ignorare.
Quelle parole risuonano mentre, da Mosca, una parte del mondo religioso cerca di rivestire la guerra di una patina pseudo-sacra, parlando di “guerra metafisica” contro l’Occidente, di missione salvifica della Russia. Voci autorevoli del dialogo ecumenico hanno definito questa giustificazione religiosa dell’aggressione una vera e propria “eresia”: perché nessuna bandiera, nessuna ideologia, nessuna nostalgia imperiale può trasformare in dovere cristiano ciò che è un crimine contro la pace.
Invocare la pace, però, non significa invocare una resa. Non è pace quella che lascia impunita l’aggressione, che congela l’ingiustizia, che consacra il diritto del più forte. Una pace degna di questo nome deve contenere alcuni elementi non negoziabili: il riconoscimento della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, la protezione dei civili, la tutela delle minoranze, la libertà religiosa, il chiarimento delle responsabilità per i crimini commessi. Solo su questa base si possono immaginare soluzioni creative: forme di sicurezza garantita da più attori, presenze internazionali sul terreno, strumenti di monitoraggio, percorsi di ricostruzione sostenuti da chi, oggi, dice di voler stare “dalla parte della pace”.
In questo scenario, l’Italia non può limitarsi a essere commentatrice. Paese fondatore dell’Unione, culla di una cultura giuridica che ha formato generazioni di europei, sede di quella Santa Sede che tanto insiste sulla parola “pace”, l’Italia ha tutto per giocare un ruolo da protagonista. Significa continuare a sostenere con chiarezza il diritto dell’Ucraina a difendersi, ma anche avere il coraggio di proporre, insieme ai partner europei e alle organizzazioni internazionali, un percorso concreto verso una conferenza di pace, con tempi, metodi e garanzie definiti. Non una formula magica, ma un processo che dica al mondo che la diplomazia non si è arresa al rumore dei cannoni.
“Ucraina: urge la Pace!” non è allora solo il titolo di un articolo, né un generico auspicio da dichiarazione ufficiale. È un appello che riguarda ciascuno di noi: governi, istituzioni europee, Chiese, movimenti, associazioni, semplici cittadini. Urge la pace, perché ogni giorno in più di guerra produce orfani, profughi, rancori che avveleneranno il futuro; ma urge, soprattutto, un sussulto di coscienza che trasformi la parola “pace” da slogan stanco di manifestazione del sabato a progetto politico, morale e spirituale del nostro tempo.
Se l’Europa saprà raccogliere questo appello, l’Ucraina non sarà più soltanto il luogo del dolore, ma il crocevia da cui riparte l’idea stessa di un continente che ha imparato – finalmente – a sostituire la logica della forza con la forza del diritto. E allora potremo dire che questi anni bui non sono stati solo un interminabile inverno, ma l’inizio di una primavera diversa, fondata sulla responsabilità condivisa e sulla convinzione che nessuna guerra è inevitabile, se il coraggio della pace diventa più forte della paura del cambiamento”. (aise)