Messaggero di Sant’Antonio/ Montréal abbraccia Pat – di Vittorio Giordano

PADOVA\ aise\ - “Maggio 1955. La nave Vulcania solca l’oceano Atlantico facendo rotta verso il Canada. A bordo c’è una donna, Maria Rosa, con il suo bambino di quasi 6 anni, Pasquale (Pat). Sono partiti da Campochiaro, un paesino della provincia di Campobasso, in Molise, per raggiungere Antonio Buttino – rispettivamente marito e padre dei due – che li aspetta a Montréal. Settantuno anni dopo, Pat Buttino vive ancora in quella città che lo ha accolto da bambino, e a cui ha dedicato una vita intera: prima come insegnante e preside, poi come direttore culturale e generale del Centro Leonardo da Vinci: un’istituzione che da quasi venticinque anni rappresenta il cuore pulsante dell’italianità in Québec”. Ne scrive Vittorio Giordano in questo articolo pubblicato dal “Messaggero di Sant’Antonio – edizione per l’estero” di ottobre.
“Dopo due anni passati in Argentina, convinto dal fratello Luigi già stabilitosi a Montréal, Antonio Buttino sbarcò in Canada nel 1953.
«Io e mia madre arrivammo ad Halifax nel maggio del 1955», racconta Buttino, che qualche anno fa ha acquistato una targa-ricordo in memoria dei genitori nel celebre molo Pier 21. A settembre di quello stesso anno, la scuola francofona, a 300 metri da casa, lo rifiutò. «Gli italiani devono andare alla scuola inglese», gli dissero. E così finì in un istituto anglofono a 6 chilometri da casa. Fu il primo di molti paradossi di un’integrazione che la Comunità italiana ha vissuto spesso controvento.
Finita la Scuola Primaria Luke-Callaghan, Pat frequentò la Thomas D’Arcy McGee High School, e poi conseguì due lauree alla McGill University, in Lettere e in Scienze dell’educazione. Iniziò così la sua carriera scolastica presso la Commission des écoles catholiques de Montréal.
Dalla scuola al Centro
Nel 1982, Pat accettò un incarico insolito: coordinare un programma per studenti a rischio, tra chi voleva abbandonare gli studi e chi rischiava di essere mandato via. «Iniziammo con sei ragazzi. Quando ho lasciato, nel 1998, erano più di 200». Poi arrivarono gli incarichi come preside: per due anni alla Wagar High School; e poi, dal 2001 al 2007, alla Laurier MacDonald High School, con l’85% di iscritti italiani. «Era una scuola dove le storie di immigrazione erano ancora vive», spiega Buttino. Con gli studenti del quarto anno, Pat avviò un progetto editoriale sui temi dell’immigrazione, con un bilancio di sei anni e sei libri presentati al pubblico sul palco del Centro Leonardo da Vinci.
«Era come una bella scatola, ma bisognava riempirla», dice il presidente del Centro, Silvio De Rose, sintetizzando al meglio la sfida che il Leonardo da Vinci si è trovato ad affrontare nei suoi primi anni. La struttura di 15mila metri quadrati era straordinaria: progettata nel cuore dell’arrondissement di Saint-Léonard dallo studio Ruccolo & Faubert Architectes, e costata oltre 20 milioni di dollari grazie all’incessante spinta della Fondazione Comunitaria Italo-Canadese, fu inaugurata nel maggio del 2002. Con il magnifico Teatro Mirella e Lino Saputo da 526 posti, il Teatro Amelia e Lino da 130 posti, il bocciodromo la palestra, la galleria, le sedi di associazioni e patronati, la Sala dei Governatori e la piazza interna in marmo, il Centro è diventato sia un presidio di italianità sia uno spazio per attività artistiche, culturali e sociali. Fu l’allora direttore culturale Gian Carlo Biferali a bussare alla porta di Pat nel 2007. Anche l’ideatore e fondatore Giuseppe Borsellino lo incalzò. Pat trovò un compromesso con i suoi impegni di docente alla McGill: tre giorni alla settimana come direttore culturale. «Il primo anno abbiamo preparato un libretto di eventi di dodici pagine: concerti, esposizioni, conferenze e concerti – rammenta Buttino –. Nel 2020, l’ultimo anno prima della pandemia, quel libretto è diventato un volume di 140 pagine».
Nel 2012, il direttore generale lasciò l’incarico, e Borsellino chiese a Pat di sostituirlo. «Da quel momento ho ricoperto entrambi i ruoli con la stessa passione». Il progetto che sintetizza al meglio la sua visione per il futuro della Comunità è il Cantitalia, un concorso canoro nato dalle ceneri del format di Radio CFMB. Cantitalia mette in vetrina talenti dagli 8 ai 40 anni. I due vincitori della categoria adulti volano in Italia, all’Expo Fiuggi e al Fuoriclasse Talent di Roma. «Voglio che i nostri giovani conoscano l’Italia – sottolinea Buttino –. Il Paese che detiene il 75% di tutte le opere d’arte al mondo, con una cucina riconosciuta dall’Unesco. Dobbiamo essere fieri delle nostre radici». Prima della pandemia, Buttino ha riunito un tavolo di giovani con una domanda semplice: «Cosa volete fare? È così che sono nati anche la gara tra Rock Band e la sfida tra DJ», dice Buttino soddisfatto, ma senza nascondere le contraddizioni: la Comunità italiana di Montréal conta circa 250 associazioni, un numero che non ha eguali in Nord America, «eppure, quando si tratta di riempire il teatro per un concerto, quella forza collettiva spesso si affievolisce».
La sfida dei giovani
La terza e la quarta generazione rappresentano la sfida più grande: «Montréal è l’ultima città in Nord America dove ancora lottiamo per mantenere la nostra italianità», afferma Buttino con una convinzione che suona come un manifesto. «Negli Stati Uniti e a Toronto, con gli anni, l’hanno persa». Quest’estate Pat è andato in pensione, dopo una vita intera dedicata a costruire ponti tra generazioni, culture e continenti. Ma continuerà a collaborare con il Centro come consulente culturale. A casa ci sono sua moglie Daniela, originaria della Toscana, e i figli Lino e Mark, canadesi con l’anima italiana.
Il Centro Leonardo da Vinci resta lì, su Boulevard Lacordaire, con il nome dedicato al genio italico del Rinascimento e la scultura del Trampolino all’ingresso, realizzata da Laura Santini: una cazzuola gigante sormontata da un tuffatore, simbolo del contributo degli operai italiani allo sviluppo di questa città.
E con loro resterà il sogno di Pat Buttino: che un ragazzo di terza generazione, con un cognome calabrese, e il francese come prima lingua, entri un giorno in questo Centro, partecipi a Cantitalia, vinca un viaggio in Italia e torni sapendo da dove viene. «Basta guardare il Centro: è stato costruito dalla Comunità italiana per la Comunità italiana. Non esiste niente di simile altrove: una struttura polivalente di cui andare orgogliosi», conclude Buttino. Lo stesso orgoglio che ha animato quel bambino di 6 anni arrivato sulla nave Vulcania nel lontano maggio del 1955”. (aise)