Onu, Michelle Bachelet sfida Mariano Grossi. America Latina con lei, ma gli USA… - di Stefano Vaccara

Foto: Onu

NEW YORK\ aise\ - “L’America Latina prova a rimettere il proprio timbro sulla guida delle Nazioni Unite. Lunedì, il presidente cileno Gabriel Boric ha formalmente depositato la candidatura dell’ex presidente cilena Michelle Bachelet alla carica di Segretario Generale dell’ONU, con il sostegno congiunto di Cile, Brasile e Messico. Un segnale politico forte, che arriva in un momento di profonda fragilità dell’Organizzazione, tra crisi finanziaria, guerre irrisolte e crescente sfiducia nel multilateralismo”. Ne ha scritto Stefano Vaccaro in questo articolo firmato per “La Voce di New York”, quotidiano online diretto dalla Grande Mela da Giampaolo Pioli.
“Bachelet, 74 anni, è una figura ben nota al Palazzo di Vetro. Due volte presidente del Cile, è stata direttrice di UN Women e, più recentemente, Alta Commissaria ONU per i Diritti Umani dal 2018 al 2022. Un curriculum che la colloca tra i candidati più esperti sul piano multilaterale e che, non a caso, viene presentato da Boric come espressione dei “valori fondanti delle Nazioni Unite”: diritti umani, democrazia, cooperazione internazionale.
Il sostegno di Brasile e Messico rafforza la candidatura in chiave regionale. Da anni, infatti, i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi rivendicano il “turno” per la guida dell’ONU, in base alla prassi non scritta della rotazione geografica. L’ultima volta che un latinoamericano ha ricoperto l’incarico è stato nel 1991, con Javier Pérez de Cuéllar. Molti governi della regione non hanno mai digerito l’elezione di António Guterres nel 2016, ritenuta una forzatura a favore dell’Europa occidentale.
La corsa, però, è tutt’altro che semplice. Bachelet è solo la seconda candidata ad aver ufficializzato la propria disponibilità, dopo l’argentino Rafael Mariano Grossi, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, sostenuto dal presidente argentino Javier Milei. Altri nomi circolano nei corridoi dell’ONU, tra cui quello di Rebeca Grynspan, oggi a capo di UNCTAD, ma la partita vera si giocherà, come sempre, sul tavolo dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.
Ed è qui che emergono le incognite maggiori per Bachelet. Come ha ricordato in queste ore il sempre ben informato Colum Lynch su Devex, durante il primo mandato di Donald Trump gli Stati Uniti, insieme a Israele, tentarono senza successo di bloccare la nomina di Bachelet a capo dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani. Washington la considerava troppo critica verso Israele e troppo indulgente verso alcuni governi autoritari dell’America Latina. Un giudizio politico che potrebbe riemergere oggi, con Trump di nuovo alla Casa Bianca e con un approccio apertamente ostile verso gran parte del sistema ONU.
Il contesto rende la candidatura ancora più delicata. L’ONU attraversa una delle peggiori crisi finanziarie della sua storia, con il rischio concreto di paralisi operativa nei prossimi mesi, come denunciato dallo stesso Guterres in una lettera inviata a tutti i 193 Stati membri. In questo scenario, la scelta del prossimo Segretario Generale assume un peso politico enorme: non solo gestione dell’esistente, ma capacità di ricostruire credibilità e autorevolezza in un sistema multilaterale sempre più contestato.
Non a caso, diversi osservatori ricordano che la selezione del Segretario Generale resta, di fatto, ostaggio del veto incrociato delle grandi potenze. È il paradosso dell’ONU: chiamata a rappresentare la comunità internazionale nel suo insieme, ma guidata da una figura che deve prima di tutto non risultare “scomoda” per i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.
Bachelet porta con sé anche un’altra dimensione simbolica: sarebbe la prima donna a guidare le Nazioni Unite in quasi ottant’anni di storia. Un obiettivo sostenuto apertamente da diversi governi, tra cui la Spagna, ma che incontra resistenze sia a Washington sia a Mosca, dove l’idea di una “corsia preferenziale” di genere viene guardata con sospetto.
La sua candidatura, in ogni caso, ha già avuto un effetto politico: ha trasformato una corsa finora opaca in una vera competizione. Come osserva ancora Lynch, fino a pochi giorni fa l’impressione diffusa al Palazzo di Vetro era che nessuno volesse davvero il posto, o che tutti dessero per scontata l’elezione di Grossi. Con l’ingresso di Bachelet, il gioco si riapre.
Resta da capire se l’America Latina riuscirà a mantenere una linea comune e se Bachelet potrà superare l’ostacolo decisivo: il consenso, o quantomeno la non ostilità, degli Stati Uniti. In un’ONU che rischia il collasso finanziario e politico, la sua candidatura è insieme una scommessa e un test: non solo su una persona, ma sulla possibilità stessa di rinnovare la leadership del multilateralismo globale”. (aise)